Storia di un formicaio

formicaiola terra è una grande piega.

è piega nella piega, inspiegabile come sanno esserlo le mani dei vecchi che si accartocciano tra le lenzuola dell’ultimo letto, è ripiegata come la pelle dei neonati nel feto e appena fuori dalla vagina, quando la placenta pare un vestito stracciato, coacervo di pieghe che ancora si chiedono che cavolo sia mai quest’aria avida di suoni. la terra è una tovaglia gualcita, in cui anfratti s’intersecano a sentieri, ripiegati come duodeni saccenti all’interno di strette mura neurali che mandano qua e là i messaggeri della futile esistenza. la terra s’accartoccia e s’aggroviglia, meandri di membra e mandrie mimetiche si squagliano nel calore del pianeta che emana dal basso il proprio pulsare insistente. camminare a sei zampe, sei zampe e cammini, corrono, faticano, tracciano percorsi tra le pieghe di quest’ordito sconfinato, regno delle ombre che mano a mano si dispiegano e si ripiegano, dipendendo dalle direzioni di scavi sempre casuali. ripiegati, solo per dispiegarmi, immergendomi tra cunicoli senza nome e facendomi ombra delle vostre ombre. brulico tra le pieghe, m’insinuo come il fiato dopo la corsa o l’amore, travaso ogni mio passo come un buon vino riversato dentro questo sterminato formicaio, trangugio terra e altra terra, che si accumula ripiegandosi nei miei gangli digestivi. sbuffo, sbatto, scatto, in cerca della luce adesso, del buio poi, intermittente entità che pensa poco e cammina molto, organulo di organismo immenso, destino rilegato come un libro alle proprie sillabe. mastico foglie spiegate e spezzate, trasporto briciole raccolte da chissà quale pavimento dimenticato, provenienti da chissà quale lauto pasto sprecato. il mondo mi penetra, quando m’infilo tra i tunnel rivangati, dissotterrati, spellati e divorati, il mondo mi ripiega nell’oscurità degli anfratti, quando svolto l’angolo o muoio senza importanza alcuna per il ruolo in questo origami isterico. che c’è un universo là fuori, io lo so perché m’è universo persino questo micron di pane che porto alla mia regina, e alle grandezze non c’è limite quando il cosmo è un panno appallottolato. che io sia inutile e importante, io lo so perché sono universo di ogni mia parte, di ogni mia piega, anch’io ripiegata in me stessa come un fazzoletto ficcato nel taschino, più grande all’interno che all’esterno, come lo spaziotempo, come l’anima, come le parole non dette. bigger on the inside, io lo so perché mi sento futile e non necessaria, e per questo son libera scelta di un’esistenza altra. scavo e ricavo, mentre potrebbe crollarmi in testa l’ennesimo cielo fatto di terra, l’ennesima terra che mi fa da cielo. il formicaio respira e si dispiega come un polmone, e io ne sono alveolo, ape, muscolo, paradigma, frattale e immagine imperfetta. domani qualcuno calpesterà la zolla in cui ricucio la terra e ne faccio lembo di stoffa, e io morirò senza proferir piega alcuna. non mi resteranno che le zampe a correre, la bocca a rosicare, le briciole a deridermi l’universo. la storia del formicaio dura un giorno, se la ripieghi per bene, dura un’eternità, se la stendi fino ai confini ultimi delle sue mille dimensioni. domani morirà la regina e ci disperderemo, il mio compito è dispiegarmi a sufficienza da essere libera per poter essere piega. dentro di me c’è l’intero universo stipato come un segreto.

sono la piega nella terra.

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