Antistoria della letteratura

don-quixoteCara maestra, giuro che ho studiato, ma mi pareva tutto sbagliato.

Ho studiato di Dante e Petrarca, del loro balbettare insieme a Majakowskij. Mi hanno raccontato di Manzoni sul fiume, quasi come Narciso, ma al posto di specchiarsi cercava di lavare il linguaggio, e mi è parsa una gran buffonata, maestra, ché le parole son già fradice per conto proprio, che bisogno c’è di metterle a bagno? Mi hanno detto di Foscolo e Ginsberg, dei Sepolcri e del Moloch, mi suonavano simili, eppure li mettevano distanti, anche se mi è parso volessero parlare un po’ tra loro. E poi c’era quella cosa di Montale che si chiudeva dentro i versi, solo per non farsi scardinare più. E mi dicevano che erano tutti precedenti o successivi, uno dopo l’altro, uno in anticipo e uno in ritardo, stesi su una linea del tempo quasi a prendere il sole, fregandosene delle nuvole che avanzano.

Insomma, maestra, e se fosse tutto completamente sbagliato?

Immaginiamo di svegliarci un giorno, accorgendoci che la letteratura è diversa da come la pensavamo. Non c’è passato, non ci sono morti, è tutto un costante presente in nostra presenza, nessuna assenza, nessun sepolcro da scoperchiare per interrogare un fantasma, uno scheletro, uno spirito. Ci svegliamo, e il libro del Cervantes è una contemporaneità assoluta, perché non ha a che fare con il 1600, non più di quanto il cielo abbia a che fare con le profondità della Terra. Don Chisciotte è lì, e parla dei problemi familiari del suo autore, dei pochi soldi della mamma e delle confessioni inascoltate di sua sorella, ma al tempo stesso dialoga con uno dei marinai del Nautilus, mentre il capitano Nemo ripensa alla superficie, al sole, alle cose perdute, come un comodino e un libro lasciato a metà, un abat-jour impolverata, Abramo Lincoln e il suo cappello bucato a teatro. Nel frattempo, c’è Virginia Woolf che passeggia in riva a un fiume, e si ripete che “non dirò mai più io sono questo, io sono quello”, perché ha capito che quel fiume le scorre accanto dicendole di scorrere, proprio come Eraclito, che non è distante da lei, anzi, le fa cenno di avvicinarsi, per sprofondare insieme, come Jacob nella sua stanza, che ripensa alle storie di Boccaccio toccandosi tra le gambe, ma solo perché si sente diventare pian piano adulto, senza diventarlo mai.

Maestra, se ci accorgessimo che la macchina burocratica di Kafka infetta di ridondanze Aleksej, mentre Dostoevskij ormai cieco detta “Il giocatore” alla povera Anna, che s’innamora, come se il mostro di Frankenstein si innamorasse di Mary Shelley: non come una creatura abominevole, ma come un timido Gulliver, lasciato a marcire su una spiaggia, giocando con le mani e pensando di far l’amore con una lillipuziana, cosa abominevole per le incomparabili dimensioni, ma basterebbe rifugiarsi nel Paese delle Meraviglie con Alice, dove le dimensioni non contano (ma perché poi, forse non sanno la matematica?). E poi ci sarebbe Arturo Bandini in cerca di un dollaro per un goccio, sei mesi arretrati d’affitto e un racconto nel taschino, e quando lo estrae s’accorge che si tratta di “Sei pollici” di Bukowski, che deve averglielo dato al Puledro Impennato, davanti a una pinta di birra la sera prima, mentre quei quattro Hobbit attiravano su di sé l’attenzione, maneggiando incautamente un Anello senza diamanti, non come quello di Elias Canetti in Auto da fé, non come le promesse non mantenute di Tyler Durden in Fight Club, non come le folle immaginarie di Céline e del suo sogno fascista e psicotico, mentre urla ai fantasmi di andarsene, di temere il cielo, dio e il sedere delle donne, proprio come il presidente Schreber psicanalizzato male da Freud, che si sente Gesù Cristo perché il Signore Eterno lo vuol sacrificare al mondo.

Ti sembro pazzo, cara maestra? Forse lo sono, ma è solo perché potremmo smetterla di vedere i libri come binari dritti che guidano un immaginario lettore verso una destinazione stabilita chissà da chi (non certo da chi li ha scritti), e potremmo cominciare a intersecarli, incrociarli, renderli incidentali e perpendicolari. Perché l’arte potrebbe non essere affatto una genealogia, quanto piuttosto un’infezione costante, in cui le idee sono virus che moltiplicano e proliferano all’interno di parole, paragrafi e opinioni scritte da altri, e così contagiano, mutando la forma del presente e creando un corto-circuito gioioso, un macchina da guerra per i sogni, un reticolato fitto di direzioni mai univoche, sempre duplici, triplici e forse infinite! Che gioia, cara maestra, c’è Walt Whitman che fa l’amore con la signora Dalloway, laggiù, proprio accanto alla tana del Bianconiglio, e poi Borges chiacchiera con il Marco Polo di Calvino, e parlano di sesso, Van Gogh e dell’ultimo libro di sant’Agostino, un romanzo d’avventura con i fiocchi!

Se ci svegliassimo, accorgendoci che la letteratura è un gioco, proprio come la vita, e la smettessimo una volta per tutte di chiederci, tutti seriosi: “Che cosa significa?”, iniziando a chiedere invece: “Che cosa posso farne?”, avremmo parole liquide, corsi e ricorsi di sensi nuovi, nessun senso unico, pluralismo e non più monolitici manuali che dicono che cosa pensare, quando pensare e perché pensarlo. Se ci svegliassimo, da liberi pensatori, vedremmo esplodere dalle pagine di Nietzsche uno Zarathustra vestito da robot di Asimov, e persino Hegel ci parrebbe più divertente e sensato, con uno Zeitgeist che canta al posto di mormorare! E poi, i pianeti di Lem dentro gli occhi di Dracula, mentre questi chiacchiera con il licantropo Jung, parlando di sua madre e dei fratelli, tutti accaniti sostenitori delle teorie di Hume, che fuma uno spinello in riva a un fiume insieme a Parmenide.

Se iniziassimo a fare così, ci accorgeremmo che i libri sono vivi, più che mai, e che da essi è semplice far fluire un nuovo modo di pensare, ripensandoli e giocandoci liberamente. Non c’è niente di più presente dell’immaginazione, sia essa immaginata sette secoli fa, tredici minuti or sono oppure dopodomani, da un bambino che abbia appena aperto Bomb, di Gregory Corso, leggendoci la più bella storia d’amore nell’antistoria dell’umanità.

Avremmo ancora di che meravigliarci così, signora maestra, e io amo meravigliarmi, anche a costo della follia.

Ora ti chiedo scusa, devo incontrarmi con Shakespeare, andiamo a giocare a biliardo con Dante e Petrarca, fuori dalla polvere dei manuali, in una accaldata notte di mezza estate, proprio oggi, che fa così freddo fuori, ed è così caldo dentro.

***

(inizialmente pubblicato qui)

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