L’esorcismo

esorcismoPerché era capitato proprio a lui?
Quel che dovete sapere è che Terenzio Giansechi non era pronto a tutto questo. Lui, coscienzioso come il cortigiano del più esigente tra i sovrani, aveva modellato la sua esistenza e tutto il suo stile di vita attorno alla certezza delle cifre, la mansuetudine degli archivi, la prevedibilità della contabilità. Non aveva mai desiderato niente la cui portata non fosse raggiungibile per mezzo del freddo esercizio matematico.
La calvizie, gli occhiali a palla, la cravatta immancabilmente abbinata ai calzini, tutto stava a testimoniare la sua appartenenza a quella nutrita popolazione che nella nostra epoca può essere definita “normale”. Egli era la normalità che aveva scelto per sé, una normalità a lungo ponderata e valutata.
A causa di tutto ciò, la sensazione predominante nel vedere la sua adolescente figlia Isabella in preda a convulsioni demoniache che frantumava vasi, cristalli e televisori al plasma nuovi di zecca poteva definirsi “sgomento più irrimediabile”, e traspariva da un preoccupante spasmo che gli aveva conquistato un angolo della bocca, il quale si muoveva in modo compulsivo, ricordando una coda di lucertola appena tagliata.

Terenzio non era assolutamente pronto a tutto questo, e come poteva esserlo?
Tradendo la propria fedeltà al raziocinio aveva persino rimpolpato la propria libreria di testi sacri per mantenere una parvenza di curiosità spirituale. Non aveva mai letto una sola pagina di quei volumi, ma si trovò a rimpiangere questa negligenza perché, nel particolare frangente in cui si trovava ora, quelle conoscenze gli sarebbero tornate utili – Isabella aveva preso a roteare gli occhi in maniera vertiginosa, lanciando roche risate con una voce che di certo non era la sua. La sua libreria era ben equilibrata tra scienza e spiritualità, cosa che, dal suo punto di vista, rispettava egregiamente sia le illusioni di sua moglie Magda che la stima nutrita nei suoi confronti dai colleghi invitati a cena. Seguiva Magda persino in chiesa una volta al mese per assecondare quell’irrazionale bisogno di religiosità che lei manifestava. Zen, yoga, occultismo, divinazione, tutto quello che poteva spingere l’interesse di Magda lui lo assecondava, da buon marito coscienzioso e consapevole di quanto sia fondamentale, in una coppia, arrivare ad accettabili compromessi.

Ma allora, perché quel terribile scenario gli si parava di fronte?
Isabella sbraitava bestemmie in una lingua sconosciuta, Magda sedeva per terra in cucina, piangendo lacrime nervose e lanciando occhiate terrorizzate verso il centro del salotto devastato. La figlia raccolse da terra la scimitarra comprata in India qualche anno prima e decise di squarciare il divano in moquette rossa. Il contenuto piumoso schizzò come un vento nordico per tutta la stanza, inondando di un candore truculento l’ambiente, mentre l’indemoniata prendeva la decisione di vomitare dentro quella ferita nel sofà una melma arancione il cui odore ricordava decisamente lo zolfo. Terenzio, nella sua impassibile disperazione, si accorse che Magda aveva estratto un rosario ebraico e farfugliava preghiere lette da chissà quale guida sullo shintoismo o su Dianetics.
Lui, appena rientrato dal lavoro, stringeva la valigetta e sudava. La pelata ben lucida in tono con le scarpe di vernice, Terenzio si trovò circondato da piume volanti, urla infernali e vomito bollente, provenienti tutti dalla cieca furia della sua unica amata figlia di sedici anni.
E a tutto questo di certo non era pronto.

Era passata ormai una settimana dall’inizio di quello che padre Costina chiamò “il trattamento”, ma ancora il demone non era stato scacciato da quella casa.
Terenzio si era arreso all’evidenza e, quando anche Magda fu posseduta dal bastardo che imperversava tra quelle mura, si decise a chiamare un esorcista.
Il curriculum di padre Costina aveva convinto Terenzio della bontà della scelta (centinaia di “trattamenti” portati a lieto fine, e solo una piccola percentuale tra questi non sembrava andata per il meglio). Vista la scarsa conoscenza che aveva della materia, Terenzio si affidò come sempre alla fredda statistica e chiamò il referenziato Costina, arrivato in casa Giansechi durante un’afosa giornata di maggio.

Si tratta di un demone burlone, interloquì il santone, e per questo fatto si deve rimanere tutti dentro casa fino a che la sua presenza non sia stata completamente debellata. Terenzio protestò, disse che lui sarebbe dovuto andare a lavorare, ma la disobbedienza alle istruzioni avrebbe significato la forzata convivenza con i tormenti dell’indesiderato ospite.
La burla preferita del demone consisteva nel possedere a turno le due donne di Terenzio. Magda in quella settimana fu preda per ben tre volte della furia di Flajello (come Costina disse chiamarsi lo spirito), e durante uno di quei terribili episodi dovettero intervenire i pompieri per farla scendere da un albero: Magda si era arrampicata a cinque metri d’altezza, completamente nuda, e urlava versi irriconoscibili. La registrazione delle sue farneticazioni dimostrò che si trattava del discorso di insediamento di Papa Giovanni Paolo II pronunciato al contrario. Costina disse che il comportamento di Flajello era irrequieto, che il demone andava fermato a ogni costo prima che avesse messo davvero in pericolo la famiglia.
Così intensificò la sua presenza nella casa.

Dopo due settimane, ogni stanza era tappezzata di crocifissi e acquasantiere.
Terenzio vagava per i corridoi come un altro spirito senza pace, il suo aspetto aveva perso la compostezza dell’impiegato fino a farlo assomigliare a un senzatetto. Magda, nei pochi momenti in cui non era preda di epilessie demoniache, si dedicava alla lettura di salmi ebraici in quanto aveva scoperto la capacità di leggere quell’alfabeto fino ad allora sconosciuto. Costina disse che si trattava di un “effetto collaterale”.
Isabella non parlava più. I suoi sedici anni non avevano retto alle sconvolgenti scorribande del diavolaccio e la sua ragione si era definitivamente arresa quando, proprio nel mezzo del salotto, il suo amato cagnolino Rufy era esploso come un petardo, spargendo rosee frattaglie e candida peluria in giro per tutta la stanza. Era un cocker che aveva vinto molti concorsi di bellezza, ora avrebbe potuto vincere soltanto un contest di orrore su rotten.com.

Costina procedeva cautamente con il suo trattamento a servizio del Bene.
Spargeva liquidi che profumavano di rosa e incenso, pronunciando tra sé parole incomprensibili. Gettava sguardi astuti negli angoli della casa, come un investigatore in cerca del ladro. La sua tonaca nera si amalgamava all’atmosfera oscura della casa, priva di elettricità e acqua corrente. Costina diceva che non si potevano usare beni materiali ed energetici di alcun tipo, Flajello li avrebbe usati a proprio vantaggio. Ridurre al minimo il rischio voleva dire staccare corrente, acqua, mangiare gallette di riso e lavarsi a secco.

Terenzio non era pronto a tutto questo.
Soprattutto, non era pronto all’epilogo che lo attendeva. Non era pronto a vedere Costina sollevato da terra mentre recitava a squarciagola una preghiera in latino, crocifisso bene in vista come monito contro lo spirito malvagio. Non era pronto a vedere esplodere la cucina (il gas non era stato staccato, mannaggia!) e Magda che usciva di corsa con i capelli in fiamme. Non era pronto a vedere Isabella sfondare una parete di cemento con la sola forza delle testate, ululando epiteti irripetibili, voltandosi verso di lui con una mannaia ben stretta tra le mani. Non era pronto a vederla prendere la rincorsa lanciandosi verso di lui, il volto sfigurato in una smorfia di follia, i nervi stirati in maniera disumana. Era pronto però a morire, in quel frangente così impossibile, uno di quegli accadimenti dai quali aveva cercato di tenersi distante per tutta la vita, con la forza della ragione. Dopo tutto ciò che aveva visto, era pronto a morire.
Così chiuse gli occhi in attesa della fine.
Quando li riaprì, si rese conto che il fumo aveva riempito la stanza. L’odore era nauseabondo, c’era della melma particolarmente viscosa sul pavimento dove lui era steso supino. Si rialzò, convinto di essere morto, ma non era pronto a scoprire che quello era in realtà l’inferno. Non se lo meritava, l’inferno.

Fu la mano di Costina a rompere la cortina di fumo.
Il prete gli porse un appiglio che Terenzio non si fece scappare. Diradatasi la nebbia, osservò in silenzio la devastazione della sua casa: Magda stava seduta a terra con i capelli carbonizzati, la testa praticamente calva, farneticava parole in ebraico fissando in modo malato il pavimento e ciondolandosi in modo compulsivo avanti e indietro; Isabella giaceva a faccia in giù sul pavimento, la mannaia partita dalla sua mano aveva sfiorato la testa di papà per conficcarsi nel muro.

Infine, Terenzio vide distintamente un’ombra colpire con rabbia l’ultima lampada rimasta integra, percorrere con passi nervosi il tappeto disintegrato dal fuoco per poi uscire con gran rabbia dalla finestra del salotto, frantumando ciò che restava del vetro.
Incredibilmente, Terenzio Giansechi scoprì di non essere pronto a ricominciare da capo, non dopo quel che era successo. Cercò uno sguardo di amichevole conforto negli occhi del suo salvatore, padre Costina, il quale lo prese di sorpresa esibendogli la fattura. Il residuo del minuzioso contabile si fece largo tra le maglie strette di quella tragedia, la trasformazione di Terenzio in una creatura selvaggia non era ultimata e i suoi occhi stanchi scrutarono le cifre che il prete gli aveva sventolato in faccia.
Padre Costina uscì vincitore da quella casa mentre Terenzio faceva ordine nella propria testa, pronto a dimenticare tutto, ma forse non ancora realmente capace di farlo senza mentire a se stesso. Avrebbe intrapreso un viaggio, sì, un viaggio con quel relitto di famiglia che giaceva sul pavimento di casa, un viaggio purificatore per allontanarsi dalla distruzione di quelle due settimane così tremende. Non sapeva bene che cosa pensare di Costina, sapeva solo di essergli grato, anche se lo voleva dimenticare una volta per tutte, rimuovendolo dalle macerie della sua mente sconvolta.
Non era pronto a rimettere ordine nel campo di battaglia lasciato da Flajello, ma iniziò dalla cosa che gli era più congeniale: prese carta e penna e iniziò a catalogare diligentemente i danni portati dalla guerra.
Sì, a questo Terenzio Giansechi era pronto.


Spossato dalla dura prova che lo aveva visto protagonista, don Costina sedeva ancora teso sulla panchina del parco.
«Sei proprio uno stronzo, quante volte ti ho detto di non causare danni permanenti ai clienti?» disse lui irritato, rivolto al nulla che lo circondava.
Ma la risposta non tardò ad arrivare: «Uff, sei peggio dei miei vecchi datori di lavoro. Il mio è un mestiere difficile, sai, devo anche potermi divertire un po’!»
Flajello si manifestò improvvisamente accanto al vecchio, scheletrico nel suo terribile aspetto infernale: «É molto difficile saltare da un corpo all’altro per non farmi beccare dagli altri demoni e tu dovresti essere più puntuale con i tuoi maledetti esorcismi! Mi fai rischiare troppo, lo sai che non posso possedere qualcuno per più di qualche minuto, altrimenti poi vengo segnalato!!»
Costina mal sopportava il suo interlocutore, lo scrutava con disprezzo: «E tu sai che io devo prendere tutte le precauzioni del caso per non far insospettire i clienti, vero? Sei proprio uno smidollato. Un esorcismo non è mica facile da recitare!»
I due stettero in silenzio per digerire l’uno le ingiurie dell’altro. Non c’erano passanti a disturbare il curioso incontro, soltanto il sole accecante e qualche albero silenzioso.
Fu Costina a rompere la tregua: «Il cane… era proprio necessario?»
«Certo, la ragazza non era impazzita neanche dopo che le avevo ribaltato il letto durante la notte, e poi è stato piuttosto divertente vedere quel batuffolo di peli esplodere come una bom…»
«Ti prego, basta così. Credo che per oggi ne abbiamo abbastanza tutti e due. Al solito, sei sicuro di non volere una piccola parte del compenso? A me questi avanzano e non ne darò un centesimo in beneficenza.»
«A me dei soldi non importa niente, lo sai, il mio vecchio capo li ha inventati per voi, mica per noi demoni. Mi basta quella dose di anime che ho posseduto a sbafo in queste due settimane, non hai idea dell’abbuffata.»
Costina ribatté: «Ho paura che, continuando queste scorribande in tua compagnia, un giorno scoprirò quali siano i piaceri di un demonio.»
«Ehi, ehi, prete, non volare troppo alto. Quando finirai all’inferno tu potrai al massimo ambire a essere un dannato di quarto o quinto livello. Al massimo un piccolo folletto da scherzi notturni. Per diventare un demonio come me ti ci vuole ben altro.»
«Flajello, mi spaventi.»
«È il mio lavoro, vecchio.»
Lontano da loro, Terenzio Giansechi saliva su un aereo diretto chissà dove per cercare chissà quale serenità. Magda e Isabella, visibilmente scosse dalla vicenda, lo seguivano senza fare domande.
Costina lasciò che Flajello scomparisse nella brezza primaverile, così come scompaiono le speranze di fronte al Male. Come prima cosa avrebbe premiato il proprio successo acquistando una nuova stola. Il lavoro del finto Esorcista valeva bene qualche piccola soddisfazione materialista.
Costina si alzò, c’era una parrocchia di fedeli ad attenderlo. Flajello sarebbe sparito per i prossimi due o tre mesi e lui avrebbe atteso di rivederlo, quando il bisogno di anime per il demone e di pecunia per il prete si sarebbe di nuovo fatto vivo.
Nel frattempo estrasse il rosario e, con fare esperto, iniziò a mugugnare tra sé qualche Ave Maria.

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inizialmente pubblicato qui
illustrazione di Marco Pasin

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