Il Dolorificio

dolorificioSanguinare.
Ovvero perdere sangue. Liquido rosso viscoso che serve a nutrire le periferie del corpo attraverso la pompa centralizzata chiamata cuore. Quanto dolore ci può stare dentro questi metri d’arterie e vene, questi sentieri interrotti e circolari come i quartieri malfamati di Berlino? Sanguinare, versare plasma, piastrine e globuli. Suddividere le autostrade rosse del corpo in strisce di potenziale dolore insopportabile: tranciare, mozzare, tagliare, spezzare. Dolore a uso e consumo dell’utente finale. Soddisfatto o sollevato. Sopportare.
Buongiorno, amico, in cosa posso esserle utile?
Sanguinare, voce del sostantivo mannaia, lametta, scimitarra.
Posso offrirle un assaggio di Rivolo del Suicida? Niente di preoccupante, solo un taglio innocuo da cui liberare un ruscelletto di sangue. Non le interessa? Passiamo oltre.
Soffrire.
Soffrire nel corpo e nell’anima, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Soffrire, voce del verbo essere umano. La parola scelta mi ricorda la parola libertà, la parola libertà rimanda subito a legacci, catene strette che creano lividi sulla pelle, corde per sfregare il derma, per strozzare il collo, per soffocare la gola. Soffrire, quasi come soffocare. S’offende, amico, se le (s)offro un poco di spago per un’impiccagione fallita? Cominciamo a intuire un poco i suoi gusti, sì? Se non mi dice che cosa cerca non posso darle il supplizio più sgradito, amico mio. E avanti su, mi dica di cosa ha bisogno il suo corpo per il martirio, il suo animo per la dannazione, qui non si lesina su distruzione della felicità, soppressione del sollievo. Qui rendiamo tutto carnalmente infernale, siamo professionisti.
Il Dolorificio è il rimedio contro ogni rimedio.
Vede quel signore laggiù? Da ormai sedici anni viene qui e si rifornisce di elettrodi testicolari per scaricare la tensione dalle palle all’epiglottide, scariche per ricaricarsi, come se i genitali fossero le batterie d’un giocattolo. Ha presente? “220 VOLT per 220 volte” fa la pubblicità, dolore garantito con annesso tremolio parkinsoniano che perdura circa 24 ore dopo l’ultimo ZOT! Ma attenzione, uno scattino in più e si finisce arrosto, e noi non vogliamo perdere clienti, vero?
Il dolore è la merce più abbondante dell’universo.
Amputare.
Dal latino, derivato di putare, ovvero “tagliare”, col prefisso amb-, “intorno”. Mozzare, tagliare, staccare. Il dito? Lo fanno in tanti, signor mio. Dieci occasioni dieci per sperimentarsi addosso il dolore della privazione. Venti, per chi poi vuol camminare con le stampelle, i più audaci, i più tosti. Dolore garantito con opzionale rimpianto per le appendici perdute. Come tengo la forchetta poi? E al ristorante giapponese, come mangio con le bacchette? Alcuni vengono qui e mi dicono che rivogliono le loro dita. Io dico loro che per riaverle, possono riaverle. Riattaccarle, là sta il problema. Tranciare. Altezza gomito per chi vuol davvero provarci fino in fondo. Cauterizzare, in fretta altrimenti un cliente in meno nell’arco di tre, due e uno. Alla spalla, solo per chi del dolore fa una professione. Andarsene in giro sbracciati, letteralmente. Meno superficie per i tatuaggi, mi vien da dire. Ride pure lei, amico? Dovrebbe vedere Hans, quello che non s’è accontentato delle spalle, è arrivato fino al bacino. Pure le gambe, eh sì. Un eroe, davvero. Un esempio. Ora rotola in giro per casa e la cosa che più rimpiange è che non gli permettono più di provare dolore. Morfina, quella puttana, morfina a gogò. Cazzi suoi, amico.
Insomma, di cosa va in cerca?
Vede quel cliente là? Quello bazzica sempre nel reparto Scorticare. Lo chiamano tutti Buccia. Mica so come si chiama, lo vedrò sulla tomba tra qualche settimana.
Scorticare.
Cotica, corteccia, corteccia di scorta. Scorticare, voce del sostantivo coltellaccio affilato. Togliersi la buccia di dosso, all’osso, come un’arancia, una banana. Siamo frutta, signor mio, frutta che soffre. E non ha mai pensato alla banana quanto urla mentre la si sbuccia? Noi non la sentiamo, ma lei il dolore lo sente eccome. E la mela? La pelle che s’alza come un’unghia torturata, se lo ricorda quanto male fa scorticarsi? Ah, non l’ha mai fatto? Davvero? Dovrebbe provarlo almeno una volta, un gioco per intenditori. La mela sbucciata come l’esploratore con i cannibali selvaggi. Una meraviglia.
Qui c’è tutta gente che vuol sentire, perché ha smesso di sentire qualcosa. Cos’è che ha smesso di sentire lei? La gioia? Beh, il dolore è la giusta risposta. La soddisfazione lavorativa? Il supplizio l’aggiusterà. Le è morto qualcuno? La sofferenza è un sacrificio utile. I suoi sensi di colpa verranno affogati nel tormento. Strappare? Unghie. Denti. Persino occhi, ma davvero lì deve starci attento. Sole due occasioni, e se poi non è ancora guarito? Niente più occhi per accecarsi. Lingua. Delinguarsi, dileguare la lingua. Delinguente, come si suol dire qui da noi. Ah no, non lo dice più quello che l’ha fatto. Al massimo lo gesticola. Ma è un cliente soddisfatto, si vede dallo sguardo. A quanto vedo, a lei non piace parlare, quindi credo non sia la soluzione giusta.
Bisogna perdere qualcosa a cui si tiene, signor mio, per un supplizio soddisfacente. Castrare? Per uno che ama scopare è davvero la panacea. Niente, eh? Infilzare? Uno spiedino, amico, come Vlad l’impalatore, una strada aperta dal culo alla bocca. Si può imparare a impalare, ma anche impalare a imparare. Asportare? Ma senza aspettare, mi raccomando. Operazione a ventre aperto senza anestesia (uh, che brutta parola “anestesia”, vero? Mi fa venire i brividi al solo pensarla). Serve un chirurgo esperto o vuol fare tutto da solo? Nel primo caso ci vuole un bel po’ di denaro, nel secondo un bel po’ di coraggio. Mi stendo sul tavolo, mi apro la pancia, ecco il fegato lucido e brillante, poi il pancreas, questo non me lo restituisce nessuno. Fa male. Questo posso assicurarlo. Forse dura troppo poco, ma i gusti son gusti. Liquefare? Un pentolone di acido e un paio di bracciate a dorso. Fino all’osso. Mi sembra incontentabile, amico.
Vede quello laggiù? Si chiama Voltaire e sta schiacciandosi una vertebra al mese con una pinza da fabbro. Lo aiuta la moglie Marianna. Ti amerò, nel dolore e nel supplizio, fino a che l’ultima vertebra non ci separi. Penso gliene restino sette, al massimo otto. Poi Marianna cercherà altre vertebre. Amore a tempo determinato. Dal dolore. Che meraviglia.
Che sbadato, non le ho chiesto se il dolore è per lei o per qualcuno che le sta a cuore.
Ma forse lei ha l’impalato fine. Niente dolore fisico, solo mentale. Privazione? Ricatto? Abbiamo un intero reparto di dolore mentale, dolore per l’anima, dolore astratto. Supplizio di memoria? Ricordare fatti che si dovrebbero dimenticare? Forse uno dei peggiori. Costa un po’, ma lei non bada a spese, vero amico? Desideri impossibili? No? Allora complessi di ogni tipo: d’inferiorità e di superiorità, d’Edipo o Rock (eh, mi scusi, non so mai resistere). Agorafobia? Claustrofobia? La barofobia, il terrore della forza di gravità? Non le piace? Peccato, ce n’è arrivata una piccola dose proprio ieri. Aracnofobia in siringa? Paura del buio in pillole? Dolore per la perdita di un figlio mai avuto in aerosol?
Insomma, amico, che cosa cerca? Un cliente difficile lei, nevvero?
Ma non si preoccupi, il dolore è la merce più meravigliosa del mondo, c’è un dolore per chiunque. Troveremo il suo.
Come dice? Pistola? Proiettile? Dritto nella nuca? Che cosa dice? Suicidio? Un momento solo, poi il buio? Un lampo e via, a vedere che cazzo c’è di là? Mi prende in giro? Io le offro il tormento e lei mi parla di dormire? Io le mostro tutto questo ben del demonio e lei mi risponde di volere il sollievo? Insomma, mi piglia per il culo? Qui c’è un intero scaffale di lame, combustibili, conduttori, un intero negozio di torture, supplizi, devastazioni per il corpo e per la mente, tutto per poter sentire più forte il mondo, il corpo, la vita, e lei mi dice che vuol sentire solo il niente, il nulla, la morte? L’ho giudicata male, amico, mi pareva un tipo a posto, amico.
Lei è nel posto sbagliato, probabilmente nel mondo sbagliato. Qui si fabbrica dolore, amico, qui siamo gente perbene, porca puttana. Quello che cerca, noi non l’abbiamo. Abbiamo solo roba buona, qui ci viene gente che si vuole bene.
Per trovare quel che cerca, se ne vada in banca, in chiesa o al municipio. Là sono tutti morti. Qui, noi, siamo più vivi che mai. Se ne vada a morire da un’altra parte.
Qui, noi, si fa la cosa più umana di tutte: il dolore.

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