La trincea

trinceaApri gli occhi.
Bruciano. Sei sordo. L’elmetto ti schiaccia i pensieri come una fornace, mentre tutt’intorno piovono terra, sassi e ombre. Percorri a ritroso con la mente le tappe di questa devastazione, come quando la scorsa Pasqua seguivi le fermate della via Crucis, sulla collina che sta alle spalle del tuo paesino. Ma qui non c’è molto da ricostruire, forse perché è già stato distrutto tutto.
Gli occhi si infiammano. Le orecchie sono completamente tappate dopo il boato. La luce ha squarciato il piombo che ammanta il cielo, nello stesso modo in cui un coltello taglia la torta di compleanno. Chissà se mai potrai festeggiarne un altro.
Pensieri stupidi. Torna in te.
I cunicoli scavati a fondo nella terra ti si snodano attorno come un intestino. Tu sei un bolo in fase di digestione, scivoli avanti e indietro attraverso il duodeno, il crasso, ti divincoli dalle prese della polvere che cerca di scioglierti, tossisci e imprechi, ma non contro dio, mamma ti ha insegnato bene. Le mani toccano le pareti della trincea, sono bollenti, arroventate da un caos che forse ti scotta anche sotto la pelle. Stai urlando qualche cosa, ma non vedi nulla, non senti nulla, non riconosci nemmeno le tue parole.
L’esplosione è stata devastante, probabilmente un colpo di mortaio piovuto da chissà quale inferno, deflagrato a pochi metri di distanza, quando sopravvivere si è fatto impossibile.
Ripensa, ricostruisci, non dimenticare.
Chi era lì con te? Puoi fare qualche cosa per tirarli fuori da questo disastro?
Puoi fare qualcosa per tirarti fuori da questo disastro?
Signore delle cime, fammi sopravvivere.
Apri la bocca.
La gola ti va a fuoco. Respiri melma rarefatta e veleni caustici. Tutt’intorno il nero pervade la trincea. I cinque sensi sono in sciopero, il tuo contatto con il mondo è diventato un’idea di sopravvivenza, ma non sai a cosa, né perché. Sopravvivere alla propria cecità, alla sordità, alla mancanza di contatto con ciò che sta attorno. Forse solo questo panico è la prova che sei ancora lì, che questo incedere attraverso il labirinto difensivo non è una pura illusione.
Non v’è altra sensazione che ti esploda nel petto.
Panico.
La bomba sembra aver ricoperto tutta la zona con un nero gas di scarico. È caduta, e ha estratto dalla terra tutte le ombre in essa racchiuse. Le ha aspirate e accartocciate in aria. Poi le ha scagliate come una palla di neve durante l’inverno. Ma questa era l’esatto contrario della neve: nera, puzzolente, acida, rovente.
Piena di morte, non di risate.
Piena di niente.
La bomba ha sconquassato il tuo corpo, rendendoti invisibile alla tua stessa presenza. La mente non riesce a fermarsi, anche se dovrebbe. La cosa migliore sarebbe accovacciarsi, chiudersi dentro quella vacuità, respirare a fondo per lasciar scorrere lo spavento e l’orrore, espellerli dalla mente come un escremento. Eppure, la mente non riesce a fermarsi, come colpita da un sovraccarico di realtà. La mente lavora, gira e si affanna nel raccogliere tutti i cocci sparpagliati dentro il cervello, nelle mani, nello stomaco. Ma che cazzo, pensi, è stata solo una stupida esplosione come ne ho sentite tante, ora devo calmarmi.
Ora devo calmarmi.

Cara Romina,
queste sono tutte le parole che avrei desiderato scriverti, e che pure terrò nella mia tasca, perché non ho cuore di affidarle a un estraneo. Servono molto più a me, di quanto non possano essere utili a te, e se ora le mie dita si sciolgono sul foglio come la pazienza di fronte a un amico che muore, è solo perché ho bisogno di sentire nuovamente qualche cosa che mi batta nel petto.
Qui le cose sono andate tutte storte. Ci eravamo detti che i nostri occhi non sarebbero cambiati, eppure i miei lo sono. È come una siringa piena di immagini brutte, quella che mi viene iniettata ogni giorno dentro il cervello, e anche se per un breve periodo ho cercato di resistere (oltre che di esistere), ora credo che le mie difese siano crollate inesorabilmente.
Qualche giorno fa, sedici miei compagni di divisione sono morti in un’imboscata. Ho visto le loro facce sgretolate, i loro corpi ridicolizzati dal metallo fuso. Ho visto gli arti diventare coriandoli, le loro bocche sciogliersi sul fango, le loro mani evaporare nel fumo.
Ho visto le teste scoperchiate, il petto squarciato, i piedi affondare.
Qui le cose sono andate tutte in malora.
Anche se questa lettera non ti arriverà mai, dentro questa trincea ti stringo a me come un’idea, e la indirizzo alle tue labbra che non sussurreranno queste stesse parole, mentre leggi.
Ma mi piace immaginarti mentre lo fai.
I nostri sedici anni erano una promessa che non ho potuto mantenere.

Rialzati.
Anzi, no. Che motivo hai per rialzarti?
Respiri la terra e la polvere, i tuoi polmoni si riempiono di tutto il sangue che in essi si è infiltrato. Respiri la morte dei tuoi compagni che giacciono accanto a te. Devi essere inciampato sulla gamba di qualche cadavere, o forse ti sono mancate le forze per continuare a correre dentro questo dedalo.
Rialzati.
I suoni ovattati di altre esplosioni tutt’intorno raggiungono il tuo cervello senza passare dalle orecchie. È come se fosse il tuo corpo ad assorbirli, come se le frequenze sonore facessero vibrare le tue ossa, percuotendoti il cervello. Sei un guscio chiuso ermeticamente, i pensieri irriconoscibili, come una folla indistinta di individui che sgomitano, si picchiano, pestandosi i piedi e insultandosi a ripetizione.
Signore, dammi la forza di trovare di nuovo ordine.
Forse, se ti metti a cercare bene dentro la testa, riconoscerai uno di quei pensieri che ti affollano la coscienza in modo così maleducato. Forse, tra di essi, c’è proprio il pensiero che cerchi, ovvero il momento in cui hai compiuto una scelta, la scelta di prendere il tuo corpo e scaraventarlo in mezzo a questo inferno. Tra di essi, c’è indubbiamente il ricordo di quella scelta razionale, il momento in cui hai deciso. Mentre respiri tra le ceneri, trovi insopportabile l’idea di aver lasciato che la tua esistenza venisse trascinata qui dentro, in questo intestino di proporzioni terrestri, in questo lago di carne carbonizzata e occhi spenti. Quando hai compiuto questa scelta?
Rialzati.
Da pochi passi senti un suono, una voce debole che ripete ossessivamente una parola. Ma la parola non la riconosci, è pronunciata in qualche dialetto ramingo. Annaspi, le mani sfregiano il terreno sui cui sei riverso, ti aiutano a rimetterti in piedi, ricacci indietro un conato di vomito, ti avvicini a quella voce. Com’è possibile che, in mezzo a tutto quel disastro, nel centro della tua sordità, privato degli impulsi del mondo esterno, questa voce fragile ti sia arrivata alle orecchie?
L’impulso di avvicinarti alla fonte di quella voce è irresistibile. Esiste ancora un legame con il mondo, dopo tutta questa distruzione? La parte buona della tua mente dev’essere davvero resistente, per riuscire a riconoscere ancora una via d’uscita. E anche se quella voce non fosse una via d’uscita, sarebbe comunque qualcosa di meglio di questa completa e devastante sordità.

Queste sono tutte le parole che avrei voluto dirti in sogno, visitandoti durante i brevi e rari momenti di quiete che la guerra ci concede. Queste sono le sillabe che mi sono rimaste, dopo averle sprecate tutte pronunciando i nomi dei miei compagni morti, dopo aver imparato a gridare la paura di morire, ma soprattutto la paura di sopravvivere senza più l’anima.
Quaggiù, sotto la tempesta di vetri e acciaio che soffoca la trincea, ancora persiste in un qualche piccolo angolo della mia mente il tuo odore. Lasciamelo qui, lascia che muoia insieme a me, lascia che si addormenti insieme a noi. È l’unico elemento che mi tiene lontano dalla pazzia, o almeno credo.
La certezza che non esista via d’uscita ce l’ho nelle mani, sporche del sangue di uomini buoni; ce l’ho negli occhi, rovinati dalle immagini di mutilazione e massacro; ce l’ho nelle orecchie, pervase dalle urla dei giusti che muoiono senza aver mai scelto di morire. Perché, anche se si potesse uscire da questo abisso tracimante di nulla, non sarebbe certo una salvezza.
Romina, ti confesso che bramo la morte molto più di quanto ormai brami la libertà. Voglio morire, qui, essa mi abbrancherà come un sollievo, lontano dalle bombe, dalle stragi, dalla follia. Lontano dalla sensazione di essermi lasciato trascinare negli eventi senza aver davvero scelto.
E desidero di non perdere il ricordo dell’unica scelta che io abbia davvero compiuto: amare te, osservarti, desiderarti, pensarti come madre dei miei figli, volerti come futuro dei nostri pensieri. Qui è così facile perdere la sensazione meravigliosa di scegliere qualche cosa. La trincea ti rinchiude, ti comprime, ti indirizza inevitabilmente verso un’unica direzione, che è pure quella sbagliata.
Ma la trincea non ti dà scelta.
Ti imprigiona.
Ti inghiotte.
E poi ti risputa, vivo o morto, ma irrimediabilmente vuoto, proprio come un cadavere.

Cecità.
Il buio ti entra nelle orecchie, nel naso, nella bocca. Gli occhi sono tumefatti di lacrime, invasi da polveri di ogni tipo. La tua mano cerca una scarpa, un braccio, delle dita, seguendo quella voce che mormora una parola di dolore. Tutt’intorno le bombe cadono ancora, granate che gridano, mortai che sibilano. Sembra incredibile che il fiato di un uomo morente riesca a trapassare quella cortina di fracasso che chiamiamo comunemente guerra, anche se non sembra un grido d’aiuto.
«Diàloio» dice l’uomo che giace a terra, seduto con la schiena contro la parete di fango che percorre tutto il labirinto nel quale vi trovate.
«Diàloio», non sai che cosa vuol dire. Lui lo sussurra, sembra un dialetto proveniente da così lontano, ti suona straniero all’orecchio, privo di assonanze.
«Che dici? Cosa cerchi di dirmi?»
Signore, dammi la forza di aiutare questo disperato!
Gli occhi dell’uomo sono sbarrati, li vedi appena attraverso la fessura delle tue palpebre, irritate dai fumi della battaglia. Respiri a fatica, la gola brucia, tocchi la mano del tuo commilitone, lui la ritrae spaventato. «Diàloio» urla, stavolta scandendo meglio le parole. La sua gamba è mutilata, non può spostarsi troppo da lì, il dolore percorre il suo volto. L’esplosione si è presa l’arto fino a metà del femore, ma i suoi occhi sono puntati su di te. Ti squadrano, inorriditi. Sussurra ancora quella parola, te la lancia addosso fomentando la tua incomprensione: «Diàloio».
«Vieni, ti prendo e ti trascino via di qui», senti le parole pronunciate che escono dalla tua gola, ma le orecchie non riescono a riconoscere la voce. Porgi una mano al povero disgraziato, in quel momento senti che l’unico modo per avere salva la tua vita e la tua anima è salvare la sua vita, la sua anima. Ma lui non dà cenno di volere il tuo aiuto. È più vecchio di te, la barba chiara gli copre metà del viso, l’altra metà è incrostata di sangue. Gli occhi grigi come le baionette del nemico, quel dialetto che non ti permette di capire che cosa stia dicendo. «Diàloio! Diàloio!»
«Smettila di blaterare, brutto vecchio, vieni via prima che ci ammazzino tutti! Vieni con me!»
Ma lui si ritrae ancora, preso da una paura che non comprendi. Con uno sforzo immane, sfidando il dolore dell’arto dilaniato, si trascina all’indietro, come se la paura che gli metti in corpo fosse più insopportabile di quella sofferenza fisica.
«Ma che succede? Perché vuoi morire qui?»
Il tuo commilitone si ferma, ti osserva con calma. I suoi occhi si staccano da te, guardano verso un punto imprecisato alle tue spalle. Altre bombe cadono, ovattate, alzando polvere e sassi che si spargono come acqua salata intorno a te. Segui il suo sguardo, incuriosito da quel gesto così insolito, nel mezzo di una tale battaglia.
Un corpo, a cinque passi da te, giace nella trincea. Non si muove, non respira, e l’uomo senza la gamba te lo indica e ripete: «Diàloio .»

Cara Romina,
queste sono tutte le parole che avrei voluto scriverti, e che non ti scriverò mai.
È curioso come la vita sia fatta di specchi, ma ancora di più è curioso il fatto che non sappiamo mai distinguere il riflesso dall’originale. Ci illudiamo di farlo, ma solo per convenienza. In realtà, non sapremo mai chi tra noi e il nostro doppio sia l’autentico. Eppure tu sei stata così autentica, così importante, anche in questi mesi di follia.

«Diàloio»
Mentre il commilitone continua a mormorare la parola incomprensibile, ti avvicini con calma a quel corpo esanime. Non senti più niente, né le bombe, né il dolore, né la gola che fa male, né il gonfiore degli occhi. Non te ne accorgi, ma stai persino respirando liberamente. La trincea sembra aprirsi, il calore attenuarsi, il frastuono acquietarsi. La guerra d’un tratto cessa, mentre ti avvicini al cadavere che giace davanti a te, le cui fattezze pian piano divengono familiari, ed eppure appaiono così aliene. Un volto giovane, un pezzo di carta gualcito nella tasca, un crocifisso spunta dal colletto della divisa inzuppata di sangue.
Del tuo sangue.
«Ma che cosa…» ti volti verso il commilitone, che ti osserva.
«Diàloio» ripete in un ultimo soffio, e poi muore.

Il mio più grande rimpianto è forse quello di non averti mai scritto davvero queste parole, amore mio. La mia età non mi ha permesso di affrontare la realtà più concreta, quella secondo la quale avrei potuto perdere la vita in questa follia. Non ti ho mai scritto queste parole perché avevo paura che, scrivendole, la morte sarebbe piombata su di me in silenzio.
Quanto mi sono sbagliato.
Perciò, ti visito in sogno, o mentre sei assorta a osservare il tramonto dietro le colline di casa nostra, magari mentre preghi dio di rivedermi un giorno. Ti visito in sogno, e ti sussurro queste parole, ogni volta che posso, sperando che un giorno tu riesca a sentirle, ma senza esserne sicura.
Forse non troverò mai pace, e vagherò fino alla notte dei tempi tra queste pianure di un’Europa che non conosco e non conoscerò mai, lontano dal luogo nel quale siamo cresciuti insieme. Forse ciò che ci avevano insegnato su dio è diverso dalla realtà, o forse no, chi lo sa.
Essere morto non significa capire tutto.
Essere morto significa rimpiangere moltissimo.
Ti mormoro queste parole, quelle che avrei voluto scriverti, sapendo di non aver mantenuto la promessa del nostro futuro. La trincea si è presa tutto, fino all’ultimo mio respiro, e quando ho visto il mio corpo esanime che giaceva laggiù, nel fango di una guerra che non finiremo mai di rimpiangere, ho capito che ormai ero soltanto un fantasma.
Ora sono vento, quello che ti solletica il collo.
Sono sole, quello che ti scalda il viso.
Sono ciò che avevamo scelto di essere, ma che non abbiamo potuto mantenere.
E forse sentirai arrivare qualche voce, durante le tue notti, e quelle voci diranno “Diàloio”, che in un qualche dialetto significa “diavolo”, e che sono io, lo spirito della trincea.
E saprai che, nonostante tutto, ho scelto di restare.

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inizialmente pubblicato qui

illustrazione di Marco Pasin

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