Autopsia di un incipit: Cosmopolis

Ora il sonno lo abbandonava più spesso, non una o due bensì quattro, cinque volte la settimana. Che cosa faceva in quei momenti? Non passeggiava a lungo dentro gli arabeschi dell’alba. Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. Cosa dirgli? Era una questione di silenzi, non di parole.

L’incipit s’impiccia. Si impiccia sempre degli affari tuoi. Ci mette il naso, non sa star fuori dalle cose private. L’insonnia, ecco una tra le mie cose private. E lui, l’incipit, ci mette il naso, facendomi credere di star raccontando la storia di qualcun altro.

Perché insomma, dobbiamo dircelo chiaro e tondo: scrivendo, si soffre. E ci s’offre al pubblico ludibrio, alla gogna di piazza, allo scherno maledetto delle folle. Alla derisione della propria esistenza, quando si tenta di mascherare le proprie ossessioni, le colpe, le afflizioni, con le maschere di personaggi cui cerchiamo di dare nomi improbabili, restandocene imbambolati e inutili a fissare una parete bianca.

Earl, John, Thomas?
Jerry? Frank? Come diavolo si chiamerà questa mia nuova maschera, questa ossessione, questo inferno del quale mi accingo a raccontare i più oscuri anfratti?

L’incipit è insuperabile. Non si scende a compromessi. Ci si strugge a lungo, pensando a quali saranno le parole che meglio potranno essere usate contro di noi, per poi arrestarci da soli, solitari e solubili, effervescenti come tutto ciò che non ha sostanza. L’incipit uccide.

Non è uno scoglio, è un campo minato. Potesse il narratore disegnare con precisione la mappa mentale delle proprie sinapsi nel momento in cui una storia si genera, avremmo probabilmente a che fare con il ritratto del diavolo in persona, un demonio che ritorna periodicamente nelle notti e nelle insonnie del poveraccio che si trova a fare a pugni con se stesso, prima che con la pagina vuota. E ora che il sonno mi abbandona più spesso… no, fermi tutti, non ho alcuna intenzione di autocitarmi. Non sono così narcisista, cioè sì, lo sono, come lo è ogni scrittore. Non ricordo chi l’ha detto, ma scrivere significa collezionare se stessi. E chi se non un narcisista perseguirebbe il malato tentativo di collezionarsi? Ma non ho alcuna intenzione di autocitarmi. Almeno questo, me lo voglio risparmiare.

E poi, che cosa ci sarà mai di bello nell’essere Narciso? Là fuori si tesse già la tela del successo predefinito, dell’acclamazione confezionata su misura, delle conferenze stampa accondiscendenti e gioiose. So già che verrò trattato come il malato, come colui che ha bisogno della carota e mai del bastone. Quante volte ho percepito quella sensazione opprimente dell’essere assecondato, a ogni occasione in cui la critica acclamava uno dei miei romanzi? Quante volte la sofferenza dell’incipit, questa devastante sensazione di inadeguatezza nei confronti di me stesso, si è trasformata nell’entusiastica risposta del pubblico, quasi volessero dirmi tutti dai, su, non stai poi così male, vedi? Hai fatto una cosa che ci piace. Quante volte mi sono sentito il tossico di turno in mezzo a un branco di guariti? Devo dormire, dannazione, devo rimettermi a dormire, e subito, così mi passa questa voglia di scrivermi l’epitaffio!

Cercava di leggere fino ad addormentarsi, ma riusciva solo a sentirsi più sveglio.

Ci sei ricascato? Ancora ti lasci prendere dall’ossessione della confessione? Tutto ciò che leggi diventa merda, nel momento in cui ti rende più sveglio, più consapevole. Perché la consapevolezza è deleteria, essa è il contrario della pace, della serenità, della quiete. Il contrario del sonno. E se leggere rende consapevoli, allora leggere significa fare la guerra da soldati. E scrivere, per la gerarchia dei termini, vuol dire fare la guerra da carnefice. Significa essere Hitler, Gengis Kahn, Napoleone! E tu non vuoi essere Hitler, non vuoi essere il carnefice, vero? Eppure, un piccolo barlume del tuo cervello, un nascosto angolo dei tuoi pensieri ti suggerisce che sì, se fossimo tutti irretiti in una guerra totale tu vorresti essere il burattinaio, l’unico che possa decidere quando e dove masticare la pastiglia di cianuro, per non essere preso inconsapevolmente sotto i bombardamenti.

La consapevolezza, questa maledetta, ritorna ancora. La consapevolezza di essere una finzione, e di essere finzione parte della finzione. Una matriosca di finzioni. Il lettore, lo scrittore, il pubblico, la critica, i premi, il romanzo, le recensioni, il film, tutto questo si chiama “la catena alimentare dell’autofagocitazione dell’esistente”. Ed è un circolo vizioso, un cerchio mai chiuso, una spirale che torna al punto di partenza non si sa come, non si sa quando. E la consapevolezza non serve a uscirne, serve solo a rodersi da dentro, senza poter fare nulla per il fuori.

Dove sta l’uscita dal circolo vizioso?

Non c’era risposta alla domanda. Aveva provato sedativi e ipnotici, ma lo rendevano dipendente, lo precipitavano dentro strette spirali interiori.

A un certo punto smetti di scrivere. Appoggi la penna, fermi la tastiera, stracci i fogli. Osservi il cielo di fronte a te, dalla piccola finestra che dà sulla città. Smetti di scrivere e chiudi occhi, bocca, orecchie, naso, ti chiudi dentro te stesso, ti accartocci, non sopportando più l’erosione della consapevolezza, della coscienza, della voce narrante interiore maledetta che mette sempre le virgole al posto giusto, corregge i refusi, ti rimprovera la grammatica. Davvero ho provato a smettere: smettere di collezionarmi, di rientrare nel circolo, di perdere le ore di sonno. Si cade in una spirale ancora più devastante. Ci si aliena, si diventa una larva priva di arti, muscoli, polmoni, cervello. Ci si trasforma in un guscio che scende le scale e va in strada solo per fare la spesa: pasta da scuocere, riso da scuocere, sughi pronti, piatti surgelati, scatolette scatolette scatolette a non finire, perché in fondo ci sembrano così solidali alla nostra condizione, in quei momenti. Scatolette ermetiche, ecco cosa diventiamo, prive di coscienza, di finestre, di spiragli. E devo ammettere che mi è pure piaciuto essere una scatoletta, in un qualche istante della mia vita, quello in cui adoravo convincermi di avere smesso, con le parole, con i pensieri, con le idee. C’era silenzio, c’erano ore al buio, e mi pareva di avere persino imparato la loro lingua, quella del silenzio e del buio, senza accorgermi che erano loro in realtà ad aver imparato le mie debolezze. Esci da una dipendenza per entrare in un’altra, probabilmente ancora più spietata.

Nulla esisteva intorno a lui. C’era soltanto il rumore nella sua testa, la mente nel tempo. Sarebbe morto ma non sarebbe finito. Il mondo sarebbe finito.

Ed ecco lo scatto d’orgoglio. L’altra terribile bestia degli incipit, l’impicciarsi delle parole negli affaracci tuoi. L’orgoglio, sentinella del tormento, Cerbero del suicidio, padre delle stragi. Il collezionista guarda le scatolette, quelle piene e quelle vuote, prova ribrezzo per ciò che è diventato. Eppure il buio era così accogliente, il silenzio così melodioso. Ma no, per chi almeno una volta nella vita ha fatto parte della “catena alimentare eccetera” non c’è accoglienza, non c’è melodia che tenga. La penna ricade sempre nella mano ritratta, riflessa negli occhi serrati. L’orgoglio, nutrito dal ricordo delle folle che coccolano l’artista, che acclamano il malato, che assecondano la sua volontà di autodistruzione, riesce a scardinare la debole armatura di ritrosia costruita nella solitudine dell’amarezza, e lascia penetrare un po’ di quell’irrealtà che si fa chiamare realtà, tanto per rovinare il gioco di solipsismo e silenzio edificato con fatica e disciplina. La penna ricomincia a scrivere, l’occhio si desta, un peto sancisce il riavvio di un metabolismo prima viscerale che mentale. Le idee sono gas espulso, e ricomincia il circolo vizioso.

Il bello è che tu lo sai. Sai che il pubblico tornerà a trattarti come il fenomeno da baraccone, come l’Elephant Man della consapevolezza. Darai loro il tuo trucco di magia, ed essi fingeranno di caderci come allocchi, solo per solleticarti l’ego, per dare la pappa al Narciso che sei. E l’insonnia ricomincerà, intere nottate a tormentarti nei rumori contro i silenzi: …mise da parte il libro, infine, e giacque completamente immobile, sforzandosi di pronunciare la parola che avrebbe spento le luci. I tuoi trucchi stantii, le tue narrazioni, sono niente in confronto alla futilità di tutto ciò che esiste e che non funziona, se non guastandosi di continuo.

Il punto di tutto lo sragionamento è la volontà. Ciò che si vuole è ciò che ci sfugge. Ti ripeti ossessivamente di non volere la futilità, il rumore, le luci della ribalta, l’accondiscendenza delle scimmie, eppure al tempo stesso non vuoi l’inutilità, il buio, la solitudine, il silenzio. Ciò che sfugge, è l’anello di congiunzione tra la futilità e l’inutilità, quella via di mezzo che ti sembra tenere in sé addirittura la felicità, quel volere una cosa così violentemente da agguantarla e poterti sentire finalmente completo, compiuto, corretto.

Infine, ti arrendi all’evidenza. L’anello di congiunzione esiste, ma è così deludente da diventare un nuovo romanzo, un nuovo successo, il nuovo cappio col quale ti presenterai di fronte alle folle festanti. Sta tutto dentro l’incipit. La mano tocca la tastiera, o forse è una penna, o forse è solo un pensiero. Le parole cominciano a fluire, tristi come un dio senza desideri.

Non capiva cosa voleva. Poi capì. Voleva tagliarsi i capelli.

La via di mezzo: la futilità insieme all’inutilità. Insomma, la consapevolezza che niente ha importanza, a parte il nome della mia prossima maschera.

Jack? Michael? Kevin?
Amanda? Carl, Richard, Eric?
Forse Don.
Don DeLillo, la maschera dietro la maschera.

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7 pensieri su “Autopsia di un incipit: Cosmopolis”

  1. Ric, ma che caaaazpita dici?
    L’incipit deve essere una trappola perfetta, la tela di un ragno dal morso letale. Letale, che agisce velocemente sui nervi, ma che poi ti lascia morire lentamente.

    L’incipit è sadismo, è puro divertimento di ragno, ragno che gode nel vedere la propria vittima affannarsi per rimanere sempre più invischiata nella colla, fino a non riuscire più a muoversi e infine abbandonarsi all’inevitabile.

    Alla faccia della tua sofferenza, alla salute del mio divertimento.

    L’incipit, mi cito, deve essere trappola per catturare il lettore. Se il lettore scappa, il divertimento finisce. Se il lettore rimane, allora diventa vittima volontaria.

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    1. Ric, ti rispondo: che caspita dici tu. Ogni libro ha il suo incipit, ogni storia ha il suo obiettivo, la sua voce, le sue caratteristiche e se esistesse una definizione univoca di “incipit” non ci sarebbe neanche bisogno di scrivere più perché tutti sapremmo cosa diamine fare. In letteratura gli assoluti non funzionano.

      Il tuo incipit, il mio incipit. Anzi, l’incipit per quella storia o per quell’altra storia. Qui, peraltro, non ho parlato di un mio incipit, ho solo analizzato quello di LeLillo.

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      1. Non ho parlato per assoluti, ho solo composto un’iperbole per dire una cosa semplice: qualunque sia l’obiettivo, l’incipit è fondamentale per catturare il lettore. Se l’inizio è una schifezza, difficilmente mi sentirò invogliato ad andare avanti. Tutto qui.

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      2. “Catturare”, “schifezza”, “voglia”, sono tutti concetti che fanno parte del tuo gusto e non posso commentare. Ci sono romanzi dall’incipit poco “catturante” che si rivelano grandi capolavori, ma comunque non ho capito cosa c’entri il tuo commento con il racconto.

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