L’educazione creativa

Questo articolo è apparso sul n.33 della rivista dell’associazione Chiaroscuro, Foligno

chiaroscuroIn tempi come questi, imbattersi in quelli che ripetono come una litania: “La crisi è culturale” è cosa quotidiana e ormai ricorrente. Riempirsi la bocca con il concetto di “cultura” è retaggio non solo di politici a caccia di confusi e indecisi, ma anche dell’uomo comune che da sempre, se deve scegliere tra un privilegio e la promozione della cultura, non esita ad agire per accaparrarsi tutto ciò che può finire nelle sue tasche.

Il significato di questa parola, “cultura”, rimane oscura anche a chi in quella sostanza ci lavora, fatica e crede, figuriamoci a chi la conosce soltanto da un punto di vista sportivo o televisivo.

Quindi, la questione è molto complessa: che cosa significa “ripartire dalla cultura”?

L’esperienza folignate del FeFaFo, l’ultimo Festival della Fantascienza di Foligno, ci dà qualche indizio a riguardo. Ben lungi dall’essere un evento di semplice “evasione” dalla realtà, il FeFaFo è stato il tentativo di invadere la città con uno spirito diverso, uno spirito che ponga l’attenzione sui temi della creatività e dell’invenzione. E la “fantascienza”, lungi dall’essere quella dei blockbuster hollywoodiani, è diventata il veicolo per caricare di energia i partecipanti e permettere a tutti di riflettere sulle potenzialità compresse dentro la fantasia di ognuno di noi.

La creatività ci mette di fronte a una sfida straordinariamente importante: rivedere alle radici il nostro modo di educare. Partiamo da due questioni apparentemente disconnesse: la prima è l’evidenza secondo la quale noi non abbiamo la più pallida idea di come funzionerà il mondo tra due o tre anni, figuriamoci tra cinquanta; la seconda è il fatto che in tutto il mondo il sistema educativo e la gerarchia delle discipline sono i medesimi dagli anni Settanta: al primo posto la matematica e le materie “tecniche”, al secondo le lingue e le letterature, al terzo, fanalino di coda sotto ogni punto di vista, l’arte e la creatività.

Questa gerarchia ha inculcato in ognuno di noi il sentimento dell’inferiorità delle discipline creative rispetto a quelle tecniche. Quante volte, a un adolescente che esprime la propria volontà di diventare un grande attore, si risponde: “Il tuo è un sogno, trova qualche cosa di più concreto”, e allo stesso modo un aspirante scrittore, pittore, al punto da aver trasformato le discipline più nobili, quelle creative, in semplici valvole di sfogo attraverso cui scaricare la frustrazione per un lavoro che non sentiamo nostro, una vita che non ci soddisfa, una situazione nella quale ci sentiamo alieni.

Eppure, l’unico modo per aprire la mente tanto alle possibilità imperscrutabili del domani quanto ai suoi terribili imprevisti è quello di pensare fuori dal coro, “think out of the box”, come dicono gli anglofoni. E l’unico modo per pensare “fuori dalla scatola” è quello di valutare creativamente la situazione, inventando punti di vista prima invisibili, ampliando il raggio d’azione che la semplice “tecnica” ci mette a disposizione. Nel mondo della rete, della società liquida, dell’imprevedibilità tecnica, le sfide che la nostra specie si trova ad affrontare sono così immani e così nuove da imporci una seria riflessione su come stiamo educando i nostri figli, su come la soppressione di ogni creatività stia danneggiando il loro modo di tirare fuori noi stessi dai problemi che ci siamo creati per la semplice mancanza di immaginazione.

La grande impasse nella quale ci siamo incuneati è frutto del nostro modo di affrontare i problemi, e non sono i problemi a essere “il problema” (mi perdonerete il gioco di parole), ma è il nostro modo di affrontarli, è la scarsa lungimiranza nell’inventare soluzioni, la nostra testardaggine nel ricercarle sempre nella solita povera combinazione di cose già viste. Il problema è, in fin dei conti, la nostra mancanza di fantasia su come affrontare le novità che abbiamo di fronte.

Sperimento ogni giorno, attraverso i miei laboratori di scrittura creativa, le potenzialità immaginative della mente anche del più arido tra gli uomini, e vi sorprenderebbe la ricchezza di soluzioni che un bambino, lasciato libero nell’espressione, riesce a trovare su un problema intorno a cui il più intelligente tra gli adulti non troverebbe il bandolo. Ma la nostra paura di veder sbagliare le nuove generazioni ci sta portando a fornire loro gli stessi strumenti che hanno spinto noi nella crisi nella quale imperversiamo, e in questo senso è molto più di una crisi culturale. Si tratta di una crisi creativa.

Il FeFaFo aveva un piccolo motto: “Non evadere dalla realtà, bensì invadere la realtà”, e questo nasce da una frase di Sartre: “La via d’uscita si inventa”. L’invenzione, la creatività, non ci serve per allontanarci dalla realtà, per “chiuderci fuori”, come molti la intendono. Invenzione e creatività servono per disegnare la via d’uscita, per affrontare un problema sotto punti di vista prima impensabili! Non esiste l’evasione dalla realtà, esiste solo la possibilità di produrre realtà, e questo si fa “pensando fuori dalla scatola”, quella scatola tecnica, matematica, scientifica che assomiglia al proverbiale bicchiere d’acqua nel quale spesso ci si perde. La via d’uscita può mostrarla la fantasia, non l’economia; l’arte, non la matematica (anche se la matematica è arte, a un certo livello). E il nostro compito è fare finalmente un passo indietro per lasciar parlare chi ancora la creatività sa usarla, mettendo a tacere la nostra paura irrazionale di veder sbagliare le future generazioni, e ascoltare il modo tutto nuovo con il quale loro possono indicarci la via d’uscita. Si tratta di valorizzare i luoghi della creatività, come per esempio la Libreria Carnevali che ha ospitato il FeFaFo, con coraggio e disponibilità; si tratta di concederci il dubbio a riguardo dell’idea che ci siamo fatti del mondo; si tratta di rivedere il nostro modo di educare, di guidare, e mettere in discussione la nostra capacità di farlo per tornare, almeno un po’, a essere guidati; si tratta di aprire la mente su soluzioni alle quali noi non avremmo mai potuto pensare.

Io ho 28 anni, eppure sono consapevole che dei processi avviati oggi per cambiare le cose probabilmente non riuscirò a vedere gli esiti, ma ho fiducia nel fatto che, agendo con creatività e privo di timore, lasciando esprimere le persone meno “chiuse” nella scatola, permettendomi di scommettere sul cervello e non sulla pancia, sull’emotività, sull’irrazionale, quei processi permetteranno ai nostri nipoti di vedere un mondo migliore e più libero.

Qualcuno disse che “crescere significa tornare bambini”.
Io dico che essere pragmatici significa tornare creativi.
E, per come l’ho vissuto io, il FeFaFo è stato un modo per produrre una realtà più funzionante e libera dai perversi meccanismi nei quali stiamo annaspando.
Immaginare è l’atto politico per eccellenza.

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