Drive (film, N.W. Refn) – recensione filosofica

Il pensiero e il movimento.
goslingRefn pare racimolare il coraggio perduto dei grandi cineasti del secolo scorso per rimettere in movimento l’immagine. “Drive”, pellicola targata 2011, mette in scena la totale simultaneità del pensiero e del movimento, attraverso un sapiente lavoro di regia che non lascia nulla al caso.  La composizione dell’inquadratura e il movimento tra un fotogramma e l’altro divengono elementi inscindibili nello (allo) sguardo dello spettatore, che non sa più distinguere dove comincia l’una e dove finisce l’altro. Si tratta di un flusso che, nello svolgersi della pellicola, rende simultanei corpo e mente, movimento e pensiero: tanto nelle azioni del protagonista, interpretato da un ottimo Ryan Gosling, quanto nell’immagine cinematografica.
ascensUn film di vendetta, che è anche un riconciliarsi; una storia di perdizione, che è anche un ritrovarsi. Refn dipinge la tensione superficiale sulla quale i personaggi giocano la propria vita, in un costante scambio di sguardi (e silenzi) che non cerca nulla più del movimento, anche nell’immobilità. Le scene di azione sono ferme, quelle di stasi rimettono movimento; i momenti di silenzio hanno significato, le parole pronunciate si perdono nell’aria e rimbalzano vuotamente come dei convenevoli. Refn gioca con lo sguardo e l’attenzione dello spettatore, facendogli sentire tutto il flusso della narrazione che diviene inestricabile. L’immagine che ne abbiamo è un vero e proprio dato immediato della coscienza, dove ogni abitudine percettiva è disfatta, ogni significante è snodato: si tratta di effetti di superficie, non di sceneggiatura.
Il richiamo ad alcuni filosofi come Bergson e Deleuze è inevitabile, ma ancora di più ad alcune pagine di Klossowski, in cui si definisce il movimento come “il dinamismo che seleziona l’immagine”: ciò che è abitudine viene espulso, dimenticato, perduto. Il movimento invece, inteso come pensiero-corpo, come azione-stasi, come tensione, rimane all’interno del circolo virtuoso della pellicola.
Unica pecca, alcuni slow-motion che rendono manierista poche sequenze. L’intento dell’autore, quello cioè di rallentare la velocità, di frenare la rapidità (nelle scene di inseguimento, di frenesia) rischia di sembrare un sotterfugio barocco che separa, per un fugace istante, l’azione dal proprio atto. Ma questo fronzolo non inficia una pellicola a cui sicuramente vale la pena di dare una chance.

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Testi di approfondimento:
Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza
Angelucci, Deleuze e i concetti del cinema
Klossowski, Nietzsche e il circolo vizioso

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