Apologia di Bill Hicks

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Tutti i testi dei grandi show di Bill Hicks, curati da John Lahr.

Sto leggendo un libro in una Waffle House. La cameriera mi si avvicina: “Ehi, perché leggi?” Non è la domanda più strana di sempre? Non cosa leggo ma perché leggo? Merda, mi hai confuso. Perché leggo? Uhm… Beh, non so, credo di leggere per varie ragioni e la principale è che così non finirò per essere una fottuta cameriera in una Waffle House!

***

  • Molti cristiani portano croci attorno al collo. Pensate che quando Gesù tornerà, vorrà vedere una fottuta croce? È come andare da Jackie Onassis con su un ciondolo a fucile.
    Bill Hicks, Relentless

“It’s just a ride”
Ogni epoca ha il suo Socrate: caustico, dubitante, polemico, inattuale. Guai a chi si figura Socrate come un vecchio avvizzito e ricurvo su un bastone, egli sarebbe stato a proprio agio su un palcoscenico di una Stand Up Comedy americana di anni ‘90 a lanciare improperi contro Bush e la musica pop. Socrate avrebbe avuto i capelli lunghi fino alla spalla, un paio di tea-shades a richiamare una genealogia che parte da John Lennon fino a toccare Ozzy Osbourne, una sigaretta in mano “and the -f- word” sempre in bocca. La nostra epoca ha avuto il suo Socrate, come una trasfigurazione, come una reincarnazione, e il suo nome è Bill Hicks, un redneck acculturato e privo di qualsiasi atteggiamento yuppie che rendeva così odiosa la società statunitense in quei decenni bui fatti di perbenismo pro-life e cattolicesimo bombarolo. Niente di diverso rispetto all’oggi. bill_hicks_imageSe, come abbiamo detto oggi durante questa riscoperta filosofica nella Bottega del Barbieri, filosofia è l’arte di porre le domande adatte, credo che pochi altri personaggi nel corso del secolo passato possano essere definiti “filosofi” come Bill Hicks.
E poco male se i deboli di cuore faticano a star dietro alla sua cantilena polemica e violenta contro ogni tipo di preconcetto culturale o scientifico. Le domande, ci risponderebbe lui, sono solo per chi ha il pelo sullo stomaco. Ovviamente, il vero Socrate è figlio del proprio tempo e contemporaneamente inattuale per eccellenza. Comprende così a fondo i meccanismi della sua società da risultare insopportabile al contemporaneo. Il suo sguardo va così oltre la superficie dei problemi da toccare corde che i suoi compagni non sanno nemmeno di avere. L’inattuale non è colui che vive in un’epoca futura (o passata), è quello che vive così autenticamente il presente da diventarne la voce più onesta. L’inattuale non critica per il gusto dell’acidità. Il suo semplice vizio di porre domande denuda magnificamente i limiti e le menzogne di un presente sempre troppo spostato avanti o indietro rispetto allo sguardo più lento dei contemporanei.
L’intelligenza di Bill Socrate Hicks non sta certo nella sua cultura, nelle letture che ha fatto, nell’eloquenza che lo contraddistingue. La sua è l’intelligenza del dubbio, quell’intelligenza tanto insopportabile quanto sarebbe alla portata di qualunque essere pensante sulla faccia della Terra. L’intelligenza di osservare una certezza e smascherarne le aporie, di ascoltare (per davvero) un punto di vista e saperne giocare le alternative. Da Socrate a Hicks, passando per (perdonerete tutti i distinguo cui ora non voglio né posso prestare attenzione) Giordano Bruno, Gesù di Betlemme, Jonathan Swift e Ipazia, la storia dell’intelligenza va di pari passo con la storia del dubbio che smaschera, della domanda che disvela, dell’ironia che frantuma. Risuona costantemente di quel “It’s just a ride” che parla la lingua della nostra epoca, l’inglese, ma trova nel latino di Giordano Bruno o nell’italiano antico di Dante il suo reincarnato spirito di disincanto, unico motore del sapere e della conoscenza. E così, anche gli argomenti si trasformano, dalla politica e la religione di Ipazia alla pornografia e i mass-media di Hicks; dall’inferno della Divina Commedia all’inferno della TV americana; dai demoni di Gesù ai figli di Satana di Bill. bill-hicks
Qualcuno in platea ora dirà: “Che blasfemia, Dante messo a fianco di Bill Hicks” ancora una volta perché, da contemporanei, riteniamo che il metodo espressivo del poeta fiorentino sia di natura più alta rispetto allo slang feroce e grottesco del comico statunitense. Ma, una volta di più, si tratta di miopia. La filosofia è l’arte di porre domande, di dare voce al dubbio, all’obiezione. La forza sovrumana e umanissima di dichiarare il proprio dissenso rispetto ai crimini (intellettuali e materiali) del nostro tempo. E non si tratta del “mezzo” col quale si propaga la filosofia, in barba a tutti i MacLuhan dell’universo, perché è la domanda che modifica il mezzo stesso, ribaltando la convinzione secondo cui “il medium è il messaggio”.
Socrate è colui che, attraverso l’esercizio dell’umiltà e della leggerezza, modella (o sconvolge) la propria audience, il proprio pubblico, modificando i presupposti stessi della comunicazione e del mezzo espressivo. Socrate è colui che, attraverso il giusto equilibrio tra saggezza e ironia, mette a tacere il consenso e si prenota una tazza di cicuta calda, consapevole di non avere colpa in quel processo così sarcastico e assurdo. E i Meleto di ogni epoca giungono a cavallo, a capo di un’orda di perbenisti e sacerdoti, pronti a far trionfare l’ordine sconvolto da questi disturbatori di una quiete pubblica che è, nella realtà dei fatti, una tempesta privata.
Bill Hicks è morto prima che si giungesse al processo e alla cicuta, anche se ci siamo arrivati vicini con la censura del 1993 al David Letterman Show. Gli è bastata un’arringa polemica ed esilarante contro il movimento pro-life e la politica di Bush senior, condita da un’invettiva anti-religiosa che dieci anni dopo Luttazzi avrebbe plagiato con gran vergogna del mondo socratico italiano (ho creduto per molto tempo che Luttazzi fosse il nuovo Socrate, prima di venire a conoscenza della genialità di Bill Hicks). Bill Socrate Hicks è stato l’ultimo filosofo con cui mi sia capitato di parlare, attraverso i suoi show e nei libri che su di lui ho letto. E ho percepito che le sue parole erano una costante messa in discussione del mio sentire, del mio pensare, del mio essere. E per questo io sono grato a Bill Hicks. Io sono grato a Bill Hicks perché ha messo la propria geniale spontaneità al servizio del sospetto. Sono grato a Bill Hicks perché ha usato la sua gioventù per dimostrare che non c’è nulla di più importante della risata. Sono grato a Bill Hicks perché è stato l’ultimo alfiere di quell’eredità straordinaria chiamata “dubbio”, e l’ha onorata con un modo di espressione libero, gioioso e autentico. Credo che a un filosofo non si possa chiedere nulla più di questo, se mai possiamo chiedergli qualche cosa. Non c’è eredità più preziosa dei dubbi di un uomo, non esiste valore più alto della domanda alla quale, in conclusione di ogni spettacolo, Bill Socrate Hicks dava una risposta più che mai dubitante: “It’s just a ride”.
Non so cosa ricorda a voi, ma io in quelle parole rivedo la grande riflessione di Giordano Hicks Bruno, quando affermò: “Ogni volta che riteniamo che rimanga una qualche verità da conoscere, un qualche bene da raggiungere, noi sempre ricerchiamo un’altra verità ed aspiriamo ad un altro bene. Insomma l’indagine e la ricerca non si appagheranno nel conseguimento di una verità limitata e di un bene definito. Nello stesso modo la materia particolare, sia essa corporea o incorporea, non assume mai una struttura definitiva, e non essendo paga delle forme particolari assunte in eterno, aspira nondimeno in eterno al conseguimento di nuove forme”.
Tutto insomma è solo una folle bellissima corsa verso la prossima domanda.

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