Ricomporre l’infranto – LIVE su Bergson

Ieri sera, domenica 19 luglio, si è tenuta sul mio canale la LIVE dedicata a Henri-Louis Bergson. Con questo articolo voglio inaugurare i “replay” testuali delle LIVE monografiche del mio canale YouTube, in modo da agevolare chi vorrà recuperare gli argomenti trattati anche senza guardare l’intero video.
Gli argomenti saranno esposti in maniera semplificata rispetto al discorso fatto in LIVE, se volete approfondirli cliccate QUI per andare al video. 

Ricomporre l’infranto 

Un mondo o più mondi? La domanda posta da Bergson va dritta al cuore della modernità, una modernità che di fatto ha scisso l’universo della percezione in un dualismo totalizzante: mente-corpo, anima-materia, esterno-interno, uomo-macchina, cultura-natura. Tutto il nostro discorso sociale, politico e filosofico verte su questa serie di dualismi che ha mandato in frantumi l’unità del cosmo.
La filosofia di Bergson, che potremmo definire “filosofia dello slancio” tende appunto a ricomporre questo mondo infranto. Non abbiamo scisso l’uomo, come vorrebbe Nietzsche; non abbiamo scisso il mondo, come dice Deleuze. Abbiamo scisso la nostra percezione.

Il frammento non ha storia“: la matematica e la scienza, per il fatto che utilizzano l’intelligenza come facoltà, necessariamente “scindono” la realtà in frammenti analitici: il principio di individuazione che domina il metodo scientifico è una necessità che va affiancata dalla filosofia. Quest’ultima è, secondo Bergson, la disciplina che permette di restituire unità a ciò che è stato separato. Il frammento de-contestualizzato, de-concatenato, cade nel paradosso di Zenone, e in esso perde la propria realtà per diventare astrazione.

In “Materia e memoria” Bergson pone infatti la moderna problematica del rapporto tra mente e corpo: l’immagine che concatena il gesto di toccare un oggetto, immagine di un “flusso” inarrestato e inarrestabile, può venir percepita solo in maniera immediata. Non è la mano che tocca l’oggetto, né l’oggetto che forgia la mano (tantomeno è il cervello che “produce” l’oggetto), si tratta della mano che diviene oggetto, dell’oggetto che diviene mano. La memoria “realizza” la materia, il corpo è l’emergere possibile nello slancio vitale come realtà del mondo, non è come dice la scienza che attribuisce il primato alla materia. Bergson è inoltre il primo a porre il problema del rapporto tra mente e corpo su un piano neurologico, distaccandosi dalla dicotomia cartesiana che crea un “luogo” per il pensiero. Non c’è luogo del pensiero per il semplice fatto che il pensiero è esso stesso movimento, il movimento è esso stesso pensiero.

La materia non è una rappresentazione di uno spirito o di una metafisica: l’immagine di corpo e spirito è unificata in uno slancio vitale che, attraverso la propria energia creatrice, produce l’immagine del mondo così come lo intendiamo e percepiamo. Il corpo, in questo senso, non “è”, il corpo può, emerge come una possibilità.

Nel capolavoro “L’evoluzione creatrice” questo concetto di “slancio vitale” prende il sopravvento su tutto quanto. Se l’evoluzionismo ancora oggi si interroga su quale sia il soggetto dell’evoluzione (la specie, con l’ape altruista come esempio, oppure l’individuo, che vede nella mantide cannibale la sua perfetta manifestazione), il bergsonismo propone di guardare all’evoluzione non come a una teoria, ma come a un processo. Come tale, l’evoluzione “crea” di volta in volta il proprio soggetto, che non è l’individuo o la specie, ma la trasformazione stessa: la divergenza, la differenziazione, in poche parole lo slancio vitale stesso come vettore differenziante e creatore. Ogni “evento” evolutivo, inteso come trasformazione, come divenire, ha una sua propria durata irriducibile che ne rappresenta la realtà. Compito della scienza non è individuare lo slancio vitale, questo lo può fare solo la filosofia per ricomporre anche in campo evolutivo e vitalista ciò che la scienza ha mandato necessariamente in frantumi.

In questo, lo spinozismo dimostra tutta la sua attualità: non si tratta più di separare il corpo dalla sua evoluzione, l’individuo dalla specie, la natura dalla cultura, si tratta proprio di ricucire lo strappo del dualismo, in una sorta di “panteismo scientifico” in cui l’atto di creazione corrisponde tanto al creatore quanto alla creatura.

In “Durata e Simultaneità” Bergson applica il medesimo ragionamento alla teoria della relatività. La relatività non è soggetto, ma è movimento e processo che attua una soggettivazione. In questo modo è chiara la critica che Bergson muove a Einstein e alla concezione del tempo come dimensione esteriore e misurabile: il tempo bergsoniano è proprietà dei corpi e vettore di divergenza/relatività. Non si tratta più di considerare la relatività su un piano matematico, ma di porla su un piano realmente filosofico. Per Bergson, il tempo dell’orologiaio, matematico e misurabile, è un’astrazione che di nuovo infrange ciò che è unito: esiste una durata unica e universale nella quale ci si differenzia come durate irriducibili, come possibilità che emergono. La percezione immediata dell’intelletto ci permette di riconoscere la simultaneità di due eventi lontani e distinti (dato immediato della coscienza) e al tempo stesso di analizzarne la diversità matematica (dato mediato dell’intelligenza). Einstein, offeso a morte da queste considerazioni di Bergson, gli risponderà in una lettera: “Che dio ti perdoni”. Permalosetto, eh?

La filosofia di Bergson, in fin dei conti, è una critica totale del finalismo: lo slancio vitale, inteso come processo creatore, creato e creativo, è l’immagine stessa del divenire e non ha scopo. Differenzia, fa divergere i corpi e permette alla diversità di proliferare. Esiste uno slancio vitale persino dietro la vita inorganica, solo che quello slancio è come spento, sopito. Nella vita organica in realtà si intuisce immediatamente tutta la potenza insita nello slancio vitale, potenza che crea mondo e porta avanti la creazione, processo infinito che si manifesta nel finito.

La filosofia di Bergson, uscendo finalmente dall’hegelismo che tutto ha mandato in pezzi, si propone come la riconciliazione del mondo che non è duale, ma è UNO e come tale molteplice. Si ritorna all’UNO, ricomponendo l’infranto e dando nuova dignità alla molteplicità.

I 3 punti fondamentali del bergsonismo sono:
la creazione è un processo in continuo atto e noi siamo i continuatori della creazione;
non esiste alcuna distinzione reale tra mente e corpo, anima e materia, cultura e natura;
siamo parte integrante della natura nella misura in cui siamo materia emersa come possibilità dallo slancio vitale.

I tre testi che consiglio a chi voglia avvicinarsi a Bergson sono:
– “L’Evoluzione Creatrice
– “Saggio sui dati immediati della coscienza
– “Pensiero e Movimento
***
Dichiarazione Trasparenza

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