Sei agosto mille novecento quaranta cinque/2015

Questa sera in Live QUI parlerò di come la filosofia e l’arte hanno affrontato il tragico evento di Hiroshima. Non mancate. 

Hibakusha. Ovvero “sopravvissuto”, in giapponese. Loro non vogliono essere chiamati così. Non vogliono che un evento di cui non sono responsabili segni per sempre la loro vita. Loro non vogliono essere “vittime” ma esseri umani. Vogliono lasciarsi alle spalle tutto: le radiazioni e le macerie, le ematosi e il cancro. Non possono essere etichettati per l’eternità come “coloro che sono sopravvissuti”, no. Loro hanno una vita anche dopo la Bomba. Non è la Bomba ad averne fagocitato la vita. Hibakusha. Non sarà il mio bambino morto a segnare il mio futuro. Non sarà il mio braccio deforme a definire chi sono io. Non sarà la mia casa sotto cui sono morti dodici famigliari a dirmi come mi chiamo. Non sarà una Bomba piovuta durante un diluvio di follia a ricordarmi chi sono. Hibakusha. Io sono ciò che desidero diventare, non ciò che loro mi hanno fatto cadere sulla testa. Io non sono la mia radiografia, non sono le mie analisi del sangue sballate. Io non sono sopravvissuto perché io vivo sopra tutto e sopra tutti. Io non sono il mio feto abortito né la mia sorella impazzita. Non sono giapponese né abitante di Hiroshima. Non sono vittima né abitante di Nagasaki. Io sono tutti coloro che decidono di andare avanti. Io non sono Hibakusha

Kenzaburō Ōe, “Un’esperienza personale”: http://amzn.to/1OSSjTS

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