True Detective e l’abitudine al male

Attenzione: potrebbe contenere spoiler. Ma True Detective è un capolavoro talmente grande che, anche in caso di spoiler, non vi sarà rovinato alcunché. 

Frank è un fantasma che cammina trascinandosi nel deserto del Mid-West. Si volta e vede il proprio corpo steso a terra. È infine sconfitto, la resa è incondizionata.
Arrendersi è inevitabile, quando si fa l’abitudine al male. Si arrendono tutti, anche quelli che vincono. Si arrende Bezzerides mentre si imbarca verso il Venezuela, si arrende Velcoro che non riesce a inviare l’ultimo messaggio a suo figlio. Si arrende Osip quando implora pietà; si arrende Jordan, mentre attende il proprio principe in una piazza impossibile. La resa è totale, non negoziabile.
La seconda stagione di True Detective prende i temi della precedente narrazione, quella con Rustin e Marty, e li moltiplica, li ingigantisce, li porta definitivamente a compimento. Si tratta del grande romanzo americano, dell’epica perduta di Cormac McCarthy, delle vite perdute nelle desolate ambientazioni di William Faulkner, dei sentieri intrecciati e complessi di DeLillo. Si tratta, per la prima volta, della grande epica contemporanea portata sullo schermo, come mai nessuno aveva fatto prima.
Le pecche ci sono, non c’è dubbio. La regia, per esempio, sfigura di fronte al Fukunaga visionario della prima stagione. La fotografia non spicca come nella passata narrazione. Ma una grande opera è tale proprio perché decide di prendersi alcuni rischi, portandoli alle estreme conseguenze. Una grande opera, prima di tutto, sa scegliere dove puntare.
Chi si lamenta della complessità della trama, dell’intreccio troppo ardito, della molteplicità di informazioni gettate addosso allo spettatore, dovrebbe probabilmente prendere in mano Meridiano di sangue di McCarthy oppure L’uomo che cade di DeLillo, poi possiamo pure riparlare di che cosa è complesso (e soprattutto rispetto a che cosa). La lucidità della scrittura di Nick Pizzolatto lascia a bocca aperta, soprattutto perché, in mezzo al coacervo di macro-storie (la lotta di potere, la dinastia dei Chessani, l’industrializzazione del territorio, gli interscambi tra diverse mafie etniche) riesce a mantenere uno sguardo determinato sulle micro-storie dei personaggi che si susseguono in quello che di primo acchito può sembrare un vortice inestricabile.
Ma ve lo dico subito: non c’è nulla da districare.
Si tratta dell’abitudine al male, è quella che complica le cose. Non c’è una folla di personaggi da seguire, c’è la mancanza di un destino. True Detective non fa l’occhiolino alla tendenza contemporanea a premiare i furbetti: il finale americanissimo di Breaking Bad (tutto torna, il cerchio si chiude, lo spettatore tira un sospiro di sollievo, Walt è riscattato); la scrittura astuta di Fargo; gli interstizi narrativi studiati per accaparrarsi la simpatia della più grande fetta di pubblico possibile (American Horror Story e Dexter). No, True Detective non fa sconti a nessuno, così come non ne fa la realtà. I destini sono sparsi e persi, le vicende vengono mozzate a metà e inaspettatamente risorgono da ceneri invisibili. Le persone dimostrano un’insana tendenza a confondersi e creare confusione, le indagini si spezzano, le risposte non si trovano perché semplicemente non ci sono. E su tutto questo aleggia il Potere, che nasconde le proprie carte e gioca crudelmente con i malcapitati di questa plancia inondata di sangue e sofferenza.
Insomma, cosa vi aspettate da una serie TV che vuole restituire un’epica contemporanea? Non potete che aspettarvi onestà. Essa passa per rischi e storture, non per sentieri dritti e strade spianate. Spesso il capolavoro crea disagio e spaesamento perché non cerca un gusto pre-esistente, vuole creare una sensibilità nuova. Essa viene gettata addosso a chi la sa prendere, non consegnata dentro un pacchetto infiocchettato e profumato. Volete il mondo che meritate? Eccovelo, puzzolente e putrido, confuso e inaccettabile. True Detective rende difficile ogni cosa allo spettatore, lo mette sotto i riflettori, gli fa lo sgambetto, estremizzando le tematiche affrontate da Rust e Marty, ma soprattutto non cercando mai di farlo contento.
Le due stagioni sono più che mai correlate e, oserei dire, la prima sembra quasi essere l’anticamera alla seconda. La speranza è di veder premiati i rischi che la produzione si è presa con questa opera così da poterci gustare una terza stagione che finalmente, per la natura stessa di questo tipo di narrativa, non crea aspettative. Chi si è rovinato questa stagione l’ha fatto proprio perché, dopo la prima, si era creato aspettative. E la seconda non è “meglio” della prima (né il contrario), esse sono correlate in un modo che è tutt’altro che estetico o commerciale.
Durante l’ultima puntata, mi pareva di sentire riecheggiare le parole di Anse in Mentre morivo (Faulkner), quando dice: “Questo male mi porterà pure da qualche parte, prima o poi”.
Raffinata, crudele e onesta. La seconda stagione di True Detective è la prima opera seriale che tranquillamente posso definire un capolavoro della narrativa contemporanea.
Se vi avvicinate, non abbiate paura di scottarvi.
Ma non aspettatevi che sia il fuoco a farlo.

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2 pensieri riguardo “True Detective e l’abitudine al male

  1. Concordo , non ti mette il ” I cattivi perdono e i buoni vincono ” sul finale come tante serie perché è giusto così , non ti fa dire o sei una o dall’altra parte perché è giusto così , ma ti descrive una storia egregiamente da varie angolazioni, completata da spezzoni riguardanti i singoli personaggi. La pecca della maggior parte delle serie è che a lungo andare a volte perdono l’obiettivo principale iniziale ma True Detective , in particolare in questa seconda stagione , ha saputo riprendere ed estendere bene i temi creati nella prima , cosa che all’inizio mi faceva dubitare perché temevo che ci si perdesse con quattro personaggi principali .Ma mi ha abbastanza soddisfatta , quindi non mi resta che dire : e adesso aspetto una terza stagione u.u .

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  2. Concordo su tutto. L’ho trovata straordinaria! Chi si lamenta della trama “complicata” forse è abituato a vedere CSI e affini.
    Ho sentito qualcuno parlare dei personaggi di poco spessore, io vedo solo un gran lavoro fatto su ognuno di loro.
    Personalmente ho amato moltissimo la coppia Frank-Jordan.
    Lei rimane il mio personaggio femminile preferito tra tutte le serie tv che ho visto finora.

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