Storytelling: ciò che gli Americani hanno capito (e gli europei no)

Ogni cosa che ci circonda è una storia.
Le storie che funzionano sono quelle che riescono a spostare l’immaginario della massa e che, facendo questo, muovono la politica, l’economia e l’opinione pubblica.
Gli Americani l’hanno capito perfettamente e questo è in linea con la filosofia sviluppatasi negli USA durante lo scorso secolo.
Richard Rorty scrive che: “La verità è una storia che supera in utilità ed efficacia le narrazioni (verità, ndr) precedenti” (Philosophy and the Mirror of Nature). Questo cinismo pragmatista è in linea con quello che sta accadendo con un certo tipo di cinema contemporaneo: l’immaginario delle persone viene forgiato non da un’elezione democratica, da un discorso ben riuscito, da un comizio politico, bensì da una narrazione che cattura il cuore.
Non è un caso che, proprio nel momento in cui l’amministrazione statunitense pensava di tagliare i fondi alla NASA (addirittura del 45%), Hollywood abbia riscoperto d’improvviso l’amore per le narrazioni sull’esplorazione spaziale e sulle missioni planetarie. In tre anni abbiamo avuto Gravity, Interstellar e The Martian che, al di là di qualsiasi considerazione di gusto, rappresentano narrazioni ambiziose che mirano a colpire l’immaginario e il cuore dello spettatore. Si tratta di tre film che non puntano alla verosimiglianza ma all’immaginazione sfrenata, persino quando sembrano voler restituire una parvenza di realismo.
Proprio a metà 2014 (come accadde in parte già nel 2010), l’amministrazione Obama si è rassegnata a dover rispettare il budget concordato con la NASA, finanziando il 100% delle missioni esplorative, sotto la pressione di un’opinione pubblica decisamente diversa rispetto a quella che nel 2008/09 criticava le missioni spaziali come spreco di risorse. Staremo a vedere per il 2016, anno in cui le richieste economiche dell’ente spaziale sono aumentate di quasi mezzo miliardo di dollari.
The Martian, film del quale parleremo venerdì prossimo nella rubrica FiloSoFarSoGood, è ambizioso, emotivo, irragionevole, ed è proprio questo che spinge lo spettatore a provare un’immensa empatia nei confronti dei protagonisti, invischiati in “qualcosa che è più grande di loro”, ovvero l’esplorazione spaziale vista come approdo necessario di un’umanità proiettata verso lo spazio. Un messaggio ambizioso, non timido; una visione emozionante, non programmatica. Questo film è un altro tassello che dimostra come gli Stati Uniti abbiano capito più di chiunque altro la centralità delle narrazioni e dello storytelling per quanto riguarda la politica e la società: se racconti buone storie, le persone si sentiranno parte di un disegno straordinario.
Ciò che fanno questi film, parlando al di là delle recensioni, è di far sentire lo spettatore non più come uno “spettatore”, ma come parte integrante di un movimento, di un sogno, di una visione che è l’esatto contrario del calcolo. E funziona, signori, eccome se funziona! Non mi stupirebbe se la NASA avesse finanziato parte della produzione per favorire il successo di queste pellicole con anticipo rispetto alla loro uscita (e questo spiegherebbe l’insistente simbolo che campeggia su ogni maglia, fusoliera, casco, aspetto che va ben al di là del semplice amore di realismo).
Sembra quasi che, guardando questi fantasiosi film, ci troviamo di fronte al processo di gestazione di una verità ancora fetale, pronta a sbocciare, che diventerà la narrazione dominante di domani, quando non ci chiederemo più che cosa sia realtà e cosa fantasia.
Insomma, un affare molto più grande di noi.

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4 pensieri su “Storytelling: ciò che gli Americani hanno capito (e gli europei no)”

  1. Bel ragionamento ma… sei sicuro che la Nasa ci sia dentro davvero? Potrebbe essere solo un caso eh. Una moda o tendenza passeggera del cinema. Bisognerebbe ricercare un po’.
    Comunque, più finanziamenti alla ricerca spaziale farebbero solo un gran bene.

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  2. Bellissimo articolo! Le storie sono davvero così potenti?
    Anch’io ho notato questa tendenza nei confronti dell’esplorazione spaziale. Ma ritrovo qualcosa di simile anche nello sviluppo dell’intelligenza artificiale: le notizie su nuovi “breakthrough” escono con una frequenza che fino a due anni fa non mi sognavo nemmeno. Magari anche in questo caso c’è una storia dietro :3

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  3. Ciao io il film the martian non l ho visto ma Intestellar si è devo dire che è stato di una noia mortale,credevo di non arrivare alla fine ma poi ce l ho fatta ahahahah.
    Il tuo ragionamento non fà una piega!

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