La Natura della Satira

Non ho mai amato la satira di Charlie Hebdo: l’ho sempre trovata poco raffinata, piuttosto banale e priva di mordente. Una satira “mordi e fuggi” ben lontana da quella che amo io, la satira che resta dentro, che crea un movimento nell’individuo, una spinta critica che gli cambia in qualche modo la prospettiva e la vita.

Così oggi, come nel gennaio 2015, io non sono Charlie Hebdo, nessuno lo è. Ma mentre io oggi non lo sono perché non lo sono mai stato, c’è chi non lo è per opportunismo.

Facciamo un passo indietro: a che cosa serve la satira? Meglio ancora: a che cosa serve scherzare su una tragedia come l’olocausto, un terremoto o il terrorismo?

La funzione di questo atto è quello di fornirci uno strumento per prendere razionalmente le distanze da ciò che emotivamente ci impedisce di agire ed esprimerci liberamente.
La satira non scherza sulla tragedia o sulla vittima, scherza sull’incapacità di guardare in modo distaccato e razionale la situazione che ha portato alla tragedia o alla vittima. E la cosa è ben diversa.

Facciamo un esempio: se una ragazza ha subito uno stupro, siamo tutti d’accordo sul fatto che per lei sarà molto difficile parlare dello stupro, giusto? Perfetto. Quindi, siamo altresì d’accordo che lo stupro, in questo senso, è per lei un argomento che la rende meno libera: non è libera di parlarne e magari, quando evoca quell’ombra, potrebbe persino essere meno libera nel rapportarsi con le persone della sua vita. Il legame emotivo che lei sente nei confronti dello stupro le impedisce di essere se stessa, di pensare razionalmente e comportarsi in modo naturale. In poche parole, lo stupro continua a rovinarle la vita, fintantoché non riesce ad affrontarlo razionalmente. 

In questo contesto il valore terapeutico della satira, che suscita una risata magari anche amara su un evento nefasto, è quello di dare gli strumenti adatti per prendere le distanze da quell’evento e “pensarlo” altrimenti. Non c’è niente di meglio di una risata, del sarcasmo e dell’ironia per rimpicciolire il significante di quell’avvenimento e, perché no, sentirlo un po’ meno emotivamente e considerarlo un po’ più razionalmente. La satira è una cura all’emotività dannosa, quell’emotività che Spinoza chiamava “conato” e che è il contrario della Ragione, unica via di salvezza dalla sofferenza. La satira non è quindi un prendersi gioco della tragedia o della vittima, ma è un prendersi gioco di tutto il contesto che non permette alla vittima di liberarsi da quella tragedia. Non è evasione, ma invasione. Ed è maledettamente sociale, collettiva e comunitaria!

Per questo la satira non deve avere un limite e deve poter scherzare su ogni cosa: anche i morti, anche dio, anche la religione, anche le tragedie. Anzi, soprattutto le tragedie! Non ho bisogno di scherzare sulle cose che mi fanno star bene poiché esse mi fanno star bene e basta! Non ho bisogno di prenderne le distanze razionalmente perché già riconosco razionalmente il beneficio che posso trarne! Non mi prendo un’aspirina per farmi passare la serenità, giusto?

La vignetta di Charlie Hebdo, che come detto all’inizio trovo noiosa, banale e priva di mordente come tutte le vignette di CH, mette insieme una tragedia (il terremoto), un luogo comune (la rinomata cucina italiana) e l’incapacità della nostra politica (la sicurezza nazionale sui sismi), mettendole insieme per produrre un’immagine grottesca. Ciò che la vignetta non fa è prendersi gioco delle vittime, poiché le vittime sono morte e semplicemente non sanno nulla della vignetta (sarà banale, ma non mi sembra che tutti abbiano chiaro questo punto); essa si prende gioco del contorno alla tragedia, delle superstizioni (che abbiamo visto sull’Huffington Post, su Repubblica, sui social-network e in altri luoghi del webbe) e della politica italiana, a modo suo. E quel “modo suo” può piacere o non piacere, ma la funzione della satira non è mai stata quella di piacere o non piacere.

Il suggerimento che posso darvi è il seguente: badate bene se accettare o meno la satira nella vostra vita perché se l’accettate allora significa che dovrete vedervela anche con chi scherza pesantemente su una tragedia che magari vi ha toccato in prima persona; se l’accettate, allora dovrete accettare anche di essere presi in giro voi stessi e in quel caso avrete l’opportunità di dimostrarvi ragionevoli e, lungi dall’indignarvi “perché questo proprio  non me lo dovevano toccare”, potrete criticare il merito il messaggio, ma non la natura della satira stessa! Altrimenti, fate una cosa migliore: non accettate la satira. Poi però dovrete pagarne le conseguenze: non potrete più parlare di libertà di espressione, di filosofia della comunicazione o altre cose simili, non potrete più citare alla cazzo Voltaire, Martin Luther King o Bill Hicks, perché avrete scelto di aggrapparvi alle vostre emotività decidendo che nella vostra vita esistono cose intoccabili, inviolabili, per un qualche senso di sacralità che di certo vi è stato insegnato da qualche moralizzatore nel corso della vostra adolescenza.
Quello che non vi entra in testa è che se vi arrabbiate quando si tocca qualcosa che voi ritenete inaccettabile toccare, il problema è vostro.

Non c’è nulla di male nel non accettare la satira, non si tratta di una cosa per tutti e tocca la sensibilità in un modo molto forte che è comprensibile non apprezzare. Ma allora non andate a dire agli altri cosa è giusto o meno accettare perché in quel momento vi state prendendo gioco di voi stessi, vi state mettendo in ridicolo, state dando voce alla peggior superstizione che possa muovere la vostra vita.

Io ho sufficiente ragionevolezza da sapere che accetto ogni tipo di satira e avrei accettato (criticandone la struttura, ma non la sostanza) la vignetta di Charlie Hebdo anche se sotto quelle macerie fossero morti dei miei cari, senza chiederne la rimozione o la chiusura, senza cadere nell’insulto o nella minaccia. Perché so che la satira non è mancanza di rispetto per i morti, i quali sono morti e del rispetto non sanno cosa farsene; è una presa in giro delle superstizioni, dei luoghi comuni e del contorno a quella tragedia, che per me sono la mancanza di rispetto nei confronti dei vivi. Pur non piacendomi la vignetta, non mi sognerei mai di dire “nessuno avrebbe mai dovuto farla”. Per fortuna qualcuno l’ha fatta, cosicché possiamo mettere in moto il cervello, pensare, riflettere, e magari criticare.

Per fortuna qualcuno l’ha fatta, così posso guardarmi intorno e sapere chi sa pensare con la testa e chi preferisce aggrapparsi all’emotività. E non voglio fare gerarchie, dicendo che uno sia migliore dell’altro, ovviamente. Ma è una distinzione importante che opererò sempre nel corso della mia vita. Perché chi sa prendere le distanze razionalmente da ogni cosa, anche la più tragica, è una persona che userà la testa quando ci sarà bisogno davvero di dare una mano; chi non lo sa fare, sarà sempre a rischio di rifiutare di intervenire, di pensare, di aiutare, nel momento in cui agire possa andare contro le sue credenze e le sue emotività.

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Un pensiero su “La Natura della Satira”

  1. Non sono d’accordo. E’ razzista, supponente, volgare poichè usa scontatissimi stereotipi sugli italiani. Non fa ridere nè sorridere. E’ cattiva: certo non ferisce i morti (rappresentati sotto cumuli di sassi – lasagne); ma i parenti sopravvissuti sì. Ovviamente, la libertà di stampa è sacra, anche in favore di chi la usa così male. Credo abbiano cercato lo scandalo per aumentare la tiratura; quindi la miglior risposta sarebbe il silenzio.

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