Arrivati a questo punto…

A quale punto?
Non importa, prendete qualsiasi punto inaccettabile a cui siamo giunti: politicamente, socialmente, culturalmente, economicamente. Provate a immaginarvi uno di questi punti, quello che sentite più intimamente connesso alla vostra vita, quello che proprio non vi va giù, quello che vi ha fatto dire: “Arrivati a questo punto, tutto è perduto…”.
Fatto?
Ora prendetemi per mano e vi faccio fare un giro…

Se siamo arrivati a questo punto è perché

per molto tempo e per molte generazioni, quelli che avevano qualcosa di buono da dire hanno preferito non sporcarsi le mani, le parole, le idee, con la codarda consapevolezza che la politica l’avrebbe fatto al posto loro, e hanno lasciato il campo libero al minor male. E di minor male in minor male, siamo arrivati ai disastri odierni.

troppe volte abbiamo consegnato la nostra libertà di decidere in mano ad altri, in mano a quelli che decidevano non per le conseguenze di quelle decisioni, ma per racimolare qualche voto in più, spargendo consenso sul breve periodo, senza riflettere a cosa sarebbe accaduto due generazioni più tardi.

eravamo convinti che qualsiasi cosa avremmo fatto, le responsabilità sarebbero state insostenibili, e così abbiamo preferito che quelle responsabilità se le prendessero quelli che non si sarebbero minimamente curati delle responsabilità.

abbiamo preferito nutrire un’immagine ideale della politica, solo perché quelli con le buone idee, quelli buoni di cuore, quelli responsabili, non hanno saputo trovare il coraggio di calare quelle buone idee, quel buon cuore, nei compromessi della società che, essendo complessa e variopinta, non è mai a immagine e somiglianza di una sola buona idea (per fortuna!).

siamo stati pigri, privi della spinta necessaria a guardare oltre la nostra quotidianità: non abbiamo manifestato quando ce n’era il bisogno, non abbiamo appoggiato gli altri quando potevamo farlo, non abbiamo preso posizione se non quando avevamo le spalle ben coperte. Non abbiamo rinunciato quando potevamo, non abbiamo sacrificato quando dovevamo. Non abbiamo fatto niente di niente, giungendo a questo nulla di nulla.

abbiamo agito egoisticamente, tutti noi, e dobbiamo guardarci negli occhi e dircelo: non avevo voglia di suddividere la spazzatura per il riciclo? Non ho glissato su quattro, cinque, venti, cinquanta scontrini? Non ho “dimenticato” di dichiarare quel guadagno, quel compenso? Non ho detto la una falsità a domanda chiara, solo perché mi faceva comodo rappresentare l’eccezione alla regola?

preferivamo nasconderci dietro la citazione di poeti, musicisti, artisti, senza capire che (purtroppo) la politica non si fa a colpi di versi di poesie e canzoni. Senza ammettere che poesie, canzoni e romanzi servono alla nostra anima per ritrovare la strada dopo che il compromesso, la collettività e la società ci hanno fatto piombare nella loro complessità.

abbiamo aspettato il Messia che ci dicesse: “Io sono il migliore di tutti perché sono uno di voi!” e così dicendo ci ha fatti sentire migliori: non parte del problema ma della soluzione, non colpevoli silenziosi, ma potenziali eroi. E gli eroi, amici miei, non esistono poiché il mondo non ne ha avuto bisogno, mai.

“Il potere è la guerra, la guerra continuata con altri mezzi” diceva Foucault.
E se qualcuno si sente sufficientemente candido da non prendere parte a questo gioco, da non poter sporcare il proprio candore e le proprie idee con la concretezza della realtà, ne stia fuori del tutto: ma anche dal commentare, dall’avere un’opinione, dal criticare e dal decidere. Perché se c’è qualcosa di peggio di un malvagio che comanda, quello è un finto santo che mette bocca su ciò che non ha il coraggio di toccare.
Questo pezzo lo scrive un idealista convinto, un ottimista impenitente e irriverente, uno che non si è mai arreso al potere, non essendo tra quelli “così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”.
Questo pezzo lo scrive un colpevole, un manchevole, un non-candido né tantomeno santo, consapevole che per ritornare indietro da quel “di minor male in minor male”, dobbiamo procedere per un “di minor bene in minor bene”.
Ma se questo mondo lo vogliamo cambiare, dobbiamo cominciare a prenderci le responsabilità delle nostre decisioni, e non pretendere di commentare e criticare senza mai aver preso una responsabilità in vita nostra.
Arrivati a questo punto, bisogna fare qualcosa, ognuno di noi in ognuna delle nostre piccole vite. E se saremo in numero sufficiente per farlo, allora quel punto, domani, potrebbe essere un altro.
E potremmo persino andarne orgogliosi.

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