Filosofia della Mente: tra cervelli, tramonti e pipistrelli

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Perché si fa “filosofia della mente”?
In effetti, a ben pensarci, la mente umana è dominio di neurobiologi, scienziati cognitivi, genetisti e psicologi. Lo studio delle funzioni cerebrali, dei meccanismi con cui pensiamo e formiamo stati di coscienza, il modo con il quale la nostra mente si rapporta al mondo e a se stessa, tutti questi sono problemi che vengono proficuamente affrontati da non filosofi. E in effetti, molti mi hanno scritto in passato chiedendomi: “Ma la filosofia che cosa può dare allo studio della mente, oggi?”

In passato questa domanda non si poneva perché le scienze cognitive e gli strumenti per scandagliare la mente in modo “fisico” non c’erano. Perciò, i filosofi parlavano della coscienza e della mente perché c’era… poca concorrenza. Questo però ha portato più a speculazioni che ad evidenze, poiché quando si segue la mera logica senza prendere in considerazione i dati empirici, proprio come dice Kant, il pensiero diventa una forma priva di contenuto. Ma oggi spesso si fa l’errore contrario, ovvero ci si rifà al dato empirico, al fatto oggettivo, fisico, corporeo, per esempio al funzionamento delle sinapsi cerebrali, senza chiamare in causa una forma di pensiero che possa dare ragione a quei fatti. E quando questo accade, e lo dice sempre Kant nella Critica della Ragion Pura, non si può avere comprensione ma solo descrizione.

Prendiamo ad esempio il problema della percezione del mondo: come la mente si forma una percezione di ciò che le è esterno? Questo è uno dei problemi più presenti nel dibattito contemporaneo su come la mente e la coscienza funzionino.

Quando vedo il sole che sorge, nella mia mente accadono due eventi particolari: in primo luogo, vengo colpito, letteralmente inondato, da una serie di sensazioni visive e sfumature emotive ben precise e immediate, accompagnate da una molteplicità di altre sensazioni di cui sono scarsamente consapevole (per esempio: l’odore di quell’esperienza, i suoni che la affiancano, lo stato d’animo che in quel momento mi pervade); in secondo luogo, la mia mente si rappresenta ciò che quelle sensazioni producono in me, e quella rappresentazione, che ha a che fare con l’intenzione (poiché non è immediata come l’elemento ad essa precedente), gioca un fondamentale ruolo causale nella mia vita mentale.

Quando analizziamo questo tipo di esperienza, ci troviamo di fronte ai due elementi fondamentali dell’esperienza conscia: il contenuto dell’esperienza, che viene rappresentato e prodotto attraverso immagini mentali dal mio cervello, e la qualità dell’esperienza, che di fatto è un connubio tra ciò che in quell’esperienza è immediato (la sensazione, le emozioni, le percezioni immediate e non consapevoli) e ciò che di quell’esperienza è stato rappresentato. Su questa spaccatura, il dibattito porta con sé principalmente due visioni di come la coscienza emerga: la prima è quella riduzionista e materialista, secondo la quale il contenuto e la qualità dell’esperienza sono un unico evento e possono essere studiati e compresi utilizzando medesime categorie di analisi; la seconda è quella metafisica o finalista, secondo la quale il contenuto dell’esperienza e la sua qualità sono cose differenti poiché è differente l’esperienza che ne facciamo: il contenuto può essere compreso, descritto ed analizzato in modo scientifico, attraverso una descrizione in terza persona, mentre la qualità, ovvero il paesaggio di emozioni, percezioni immediate e sensazioni inconsce che ne fanno parte, può essere descritto esclusivamente in prima persona, cioè soltanto dal mio punto di vista.

Se così fosse, allora significherebbe che, nella comprensione di cosa accade nella mia mente quando vedo il sole sorgere, la scienza può mettere bocca soltanto sul contenuto e la rappresentazione di quell’evento, ma non sulla qualità, poiché essa ha capacità descrittiva di terza persona ma non può immedesimarsi nella soggettività di colui che vive un’esperienza precisa.

Questa tesi è portata avanti per esempio da Thomas Nagel nel bel libro Cosa si prova ad essere un pipistrello? in cui leggiamo: “Sappiamo che molti pipistrelli percepiscono il mondo esterno principalmente con un ecogoniometro, o ecolocalizzatore, che scorge i riflessi che provengono dagli oggetti all’interno del loro raggio d’azione, attraverso le loro strida brevi, sottilmente modulate, ad alta frequenza. I loro cervelli sono destinati a connettere gli impulsi esterni agli echi successivi, e l’informazione così acquisita permette ai pipistrelli di farsi un’idea precisa della distanza, della forma, del movimento e della struttura paragonabile all’idea che noi ce ne facciamo attraverso la vista. Ma l’ecogoniometro di un pipistrello, anche se è chiaramente una forma di percezione, non è simile, nel suo modo di funzionare, a uno qualsiasi dei nostri sensi, e non c’è ragione di supporre che sia soggettivamente simile a qualsiasi cosa di cui noi possiamo fare esperienza, o a qualsiasi cosa possiamo immaginare.”

Nagel sostiene che l’esperienza in prima persona è totalmente inaccessibile alla descrizione in terza persona, quella scientifica. Se proviamo a chiederci “Come funziona un pipistrello?” riusciremo a descrivere precisamente ogni suo movimento ed evento cerebrale, ma se ci chiediamo “Cosa significa essere un pipistrello?” non abbiamo alcun indizio per rispondere. Questo non vale solo per i pipistrelli o per gli animali diversi da noi, ma, secondo Nagel, vale soprattutto per mio fratello o per il mio vicino di casa.

Questo tipo di concezione, nonostante sia convincente da un punto di vista logico e metafisico, porta con sé vari problemi che cercherò ora di esporre.
In primo luogo, una siffatta teoria non ha alcuna possibilità di distinguere tra percezione e allucinazione: se tra il contenuto e la qualità della mia esperienza non esiste un nesso causale o descrittivo, significa che non c’è differenza tra il percepire quel gatto di fronte a me oppure sognare che ci sia un gatto di fronte a me. La teoria della causalità percettiva afferma che un contenuto e una qualità esperienziale sono l’uno la causa diretta della seconda: se sento un cane abbaiare, è stato quel determinato cane a causare la mia percezione uditiva. Se la mia esperienza in prima persona, come dice Nagel, è invece inaccessibile al contenuto e non si riduce ad esso con un legame di causalità, allora significa che quando sento un cane abbaiare, non ho alcun appiglio per sapere se quella percezione uditiva fosse causata da qualcosa di reale oppure da una mia invenzione mentale. La tesi di Nagel, insomma, sottrae alla comprensione la mente e getta tutto in un’abisso di soggettività, che facilmente può cadere nell’idealismo di Berkeley secondo il quale “Ogni percezione è esclusivamente un evento mentale” e non c’è alcuna realtà esterna alla mente che possa essere causa delle mie percezioni.

L’altro problema che la tesi della scissione tra contenuto e qualità porta con sé è il seguente: la mia esperienza soggettiva del mondo non taglia fuori solo lo sguardo altrui, ma molto spesso anche il mio sguardo. Nagel sembra essere un po’ troppo ottimista a riguardo, presupponendo che la mia esperienza in prima persona mi sia in qualche modo trasparente: è chiaro ai miei occhi cosa sto percependo, provando, sentendo emotivamente, ed è chiaro solo e soltanto a me.
Ma le cose non stanno esattamente così.

Come dice Daniel Dennett nello splendido L’Io della Mente: “Siamo giunti ad accettare senza la minima ombra d’incomprensione un gran numero di affermazioni secondo le quali in noi avvengono raffinati processi di verifica delle ipotesi, ricerca in memoria e inferenza – in breve, di elaborazione dell’informazione – peraltro del tutto inaccessibili all’introspezione. Si tratta di un’attività mentale che è in qualche modo completamente al di sotto o al di là della portata della coscienza.” E termina: “Non solo la mente è accessibile agli estranei, ma addirittura alcune attività mentali sono più accessibili agli estranei che al proprietario stesso della mente!”

L’ottimismo di Nagel potrebbe dunque essere mal riposto: non solo la mia mente è tutt’altro che chiara e limpida ai miei occhi, ma essa potrebbe manifestare molto più di sé agli occhi di un estraneo che ai miei. 

Concludo parlandovi di una delle teorie più recenti e interessanti nello studio e nella compresione di ciò che è la mente e di come essa funzioni.
Partendo dall’assunto darwiniano che le facoltà esistenti sono necessariamente utili alla relazione con il mondo e alla sopravvivenza in esso, possiamo inferire che la mente si è evoluta perché ci ha permesso di fare cose che senza di lei non avremmo potuto fare. Questo presuppone che la tesi della causalità tra contenuto e qualità dell’esperienza di cui abbiamo parlato sopra sia vera e che la tesi di Nagel sia manifestamente anti-darwinista. Se la mente mi è utile ai fini di relazionarmi con il mondo, è evidente che il contenuto della mia esperienza è causato dalla qualità immediata di essa e causa a sua volta rappresentazioni successive.

Il cosiddetto Attention Schema Theory (AST) è in questo senso uno degli studi più interessanti al momento. Secondo questa descrizione, la mente non è un passivo contenitore di esperienze, ovvero essa non segue uno schema adattivo passivo in cui gioca il ruolo della spugna di informazioni che vengono rielaborate e in questo modo ci permettono di produrre la nostra esperienza del mondo. Secondo AST, il cervello è un agente attivo del mondo che attraverso la costante e gargantuesca produzione di simulazioni, letteralmente “va incontro al mondo”.

Il nostro cervello non è mai dormiente, ma in continuo produce impulsi cerebrali, mette in moto eventi chimici ed elettrici in gran quantità. La corteccia cerebrale, in questo processo, svolge un ruolo fondamentale: essa “simula” letteralmente il mondo che poi si troverà ad affrontare là fuori. Le simulazioni sono numerosissime, come se il cervello desiderasse produrre ogni possibile conformazione del tempo e dello spazio con il quale poi si troverà a scontrarsi in realtà, e l’esperienza si produce nella selezione di quelle simulazioni che funzionano e nello scarto delle simulazioni che non funzionano (che saranno la stragrande maggioranza). Questa teoria non solo ci dà una descrizione precisa di che cosa sia un’allucinazione, ovvero la persistenza di una simulazione che, pur non trovando riscontro nella realtà dei fatti, viene conservata dalla mia coscienza come utile e vera (per esempio, convincersi di aver visto l’apparizione della Madonna, anche non avendola vista, potrebbe essere una simulazione molto forte del mondo – forte perché ci credo tanto – che persiste al di là della realtà oggettiva), ma restituisce l’immagine di un cervello che non è elaboratore passivo di realtà, ma attivo produttore di esperienza: esso non “aspetta” che la realtà lo investa per comprenderla, ma costruisce un complesso apparato di pre-realtà (appunto, di simulazione) che permetta di incontrare il mondo a metà strada.

Trovo incredibile come questa teoria, una delle più recenti in campo neurobiologico, si richiami in maniera fortissima alle teorie della coscienza di Kant e Bergson, per esempio.

Kant rivoluzionò la filosofia del rapporto tra soggetto e oggetto affermando che l’incontro percettivo non avviene dall’una o dall’altra parte, non c’è una una “predominanza” di soggetto od oggetto, ma si tratta di una reciproca modificazione: il soggetto conosce la realtà, in parte adattandosi a ciò che l’oggetto gli pone di fronte, in parte producendo le condizioni, attraverso le categorie a priori dell’intelletto, che permettono la formazione di un’esperienza, del fenomeno che poi è ciò che posso conoscere della realtà.

Bergson, nello straordinario Saggio sui dati immediati della coscienza affermò che la duplicità dell’esperienza è reale e si produce attraverso un’attività della coscienza, non una sua passività. Arrivò addirittura ad affermare che conoscere il mondo significa in qualche modo “continuare l’atto di creazione”, e il soggetto produce le condizioni che gli permettono di produrre la propria esperienza, in maniera attiva e non completamente passiva.

Ma anche sono argomenti su cui torneremo nei prossimi episodi. 

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