MARTEDÌ SBERLE: La Filosofia non Serve Davvero a Nulla

Oggi inauguriamo una nuova piccola rubrica settimanale che vedrà la luce ogni martedì mattina alle 9 qui sul mio blog. Una rubrica fastidiosa, che tenta di risvegliare da vari torpori intellettuali, da brutti autismi culturali e da imbambolamenti cerebrali… a suon di sberle. Metaforicamente, s’intende. 
Buona lettura! 

***

La filosofia, presa di per sé, non serve davvero a nulla.
Essa è infatti un modo di parlare e di pensare, niente di più. Pretendere che essa serva a qualcosa, presa così com’è, nuda e cruda, sarebbe come pretendere che parlare il gergo della curva dello stadio servisse di per sé a qualcosa. Ma non è così. Il linguaggio, gli atteggiamenti, il gergo del tifoso da stadio non ha, nella realtà, alcuna utilità diretta. Permette semplicemente di riconoscersi, di produrre un senso di appartenenza, di darsi una parvenza di identità. E per riconoscersi, produrre senso di appartenenza, darsi una partenza di identità, non ci vuole davvero niente. Basta imitare, e anche l’ultimo degli allocchi imita con caparbietà.
Ecco, la filosofia fa esattamente questo. In fin dei conti, siamo onesti, chi non riconoscerebbe lontano un miglio quell’atteggiamento tipico di colui che parla la “lingua” della filosofia, colui che “pensa” da filosofo? Perché di questo si tratta, niente di più. Leggendo i grandi classici della filosofia è indubitabile che stiamo avendo a che fare con una prospettiva discorsiva, una serie di apparati linguistici e cognitivi culturalmente delineati, e anche usando questi paroloni io non sto facendo altro se non delineare la mia appartenenza… sì, insomma, avete capito. Anche l’ultimo degli allocchi sa imitare un filosofo.
La “Critica della Ragion Pura” non è altro che il tentativo, da parte di un uomo chiamato Immanuel Kant, di affrontare problemi assolutamente quotidiani che hanno senza alcun dubbio sfiorato la mente di qualsiasi essere umano dotato di un barlume di raziocinio. Ciò che differenzia la “Critica della Ragion Pura” dalla chiacchiera al bar o dalla scommessa al Totocalcio è l’atteggiamento mentale, il linguaggio utilizzato, l’appartenenza a una prospettiva riconoscibile. Insomma, il filosofo e il venditore di pere affrontano gli stessi problemi nella vita: come non morire da scemi, come sbarcare il lunario, come essere minimamente felici e come evitare di fare figure di merda. Poco altro. Solo che lo fanno usando apparati cognitivi, linguistici e sociali molto diversi.
Conoscere in tutto e per tutto le pere, per il suddetto venditore, non servirà per ciò a niente di niente, fintantoché costui non deciderà di intraprendere un percorso che gli permetta di utilizzare quelle conoscenze per convincere il maggior numero di persone possibile a comprare le sue maledette pere e non quelle del venditore in fondo alla strada, sperando che le conoscenze di quello là siano meno accattivanti, approfondite e concrete rispetto alle sue.
Allo stesso modo, conoscere in tutto e per tutto i problemi di etica o metafisica, aver glossato anche le ultime virgole di Hegel e Platone, esser riuscito a comprendere almeno al 15% quel labirintico marasma mentale che è la Grammatologia di Derrida, non servirà mai a nulla al filosofo, fintantoché non si metterà in testa di doverci mettere del proprio, di dover applicare quanto imparato ai problemi della vita, alle questioni che attanagliano ogni uomo o donna presente sul pianeta, vivo, morto o non ancora nato (che poi significa morto, solo che è una cosa meno definitiva). Perché un filosofo diventa tale quando la sua “Critica della Ragion Pura” diventa materiale utile agli altri, essendo stato utile in primo luogo a lui stesso. Un filosofo diventa tale quando i suoi pensieri e le sue idee vengono usati da altri esseri umani per progredire in quel cosmico caos chiamato “vita”. Un filosofo diventa tale quando qualcuno usa (ma va benissimo scrivere anche “compra”) i suoi pensieri, in qualunque forma siano stati esposti.
Altrimenti, il filosofo che glossa Platone e Sant’Agostino, ma non viene ascoltato da nessuno e deve sbarcare il lunario non con la filosofia, ma lavando i piatti al ristorante sotto casa, non è un filosofo. Potrebbe essere un genio, questo non lo nega nessuno, ma non è un filosofo. E, nel caso fosse un geniale filosofo incompreso, beh, suo malgrado lo diventerà solo per i posteri, quando il numero di piatti lavati avrà senza dubbio superato immensamente quello delle idee esposte.
E questo, signori miei, sarà anche una sberla, ma è uno spreco immenso.

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3 pensieri riguardo “MARTEDÌ SBERLE: La Filosofia non Serve Davvero a Nulla

  1. Vedo una certa affinità con la tua intervista a Michele Boldrin, il filosofo (ma non solo) e il mancato incontro con la realtà, il modello del cameriere/lavapiatti etc.

    È un’interessante provocazione, anche se non sono del tutto d’accordo col definire uno “spreco” la vita di un genio/filosofo (ma anche romanziere, musicista etc) incompreso; spreco per lui, forse, ma possibile tesoro per i posteri.

    (Domanda stupida: “partenza di identità” è un refuso o è voluto?)

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    1. C’è sicuramente affinità.
      La vita di un genio/filosofo che non sia riconosciuto dalla collettività a lui contemporanea è sicuramente un tesoro per i posteri, ma fidati: per lui è uno spreco, dal momento che nessuno vuole sacrificare la propria felicità alla genialità. Ogni genio che sia morto sconosciuto e indigente avrebbe dato volentieri moltissimo per non finire in quel modo.

      PS: non c’è scritto “partenza” ma “parvenza” d’identità 😉

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      1. Scusami, mi riferivo alla frase successiva “E per riconoscersi, produrre senso di appartenenza, darsi una partenza di identità, non ci vuole davvero niente”.

        Capisco il tuo ragionamento, ma non trovi anche tu che ci siano state figure dove la genialità abbia reso quasi di fatto impossibile la felicità dell’individuo in questione? Nietzsche per esempio o Bukowski (se si esclude qualche anno di successo, in età avanzata), o Borroughs, Hamsun, Fante o Persino George Orwell (penso più a “senza un soldo a Parigi e a Londra” che agli ultimi due romanzi).
        Quello che sto cercando di dire è: capisco (o almeno spero-correggimi se sbaglio) l’intento del tuo post, soprattutto se inserito nel contesto odierno, ma la domanda che mi viene in mente è: a quali compromessi, o mediazioni, punti di incontro etc. Dovrà scendere il genio/filoso/scrittore etc. Per poter godere di una fama terrena?

        Certo che un opera geniale chiusa in cassetto non serve a nulla, cosí come un lavapiatti-filosofo “in potenza”. È il discorso sulla felictà e volendo anche sull’efficacia nella trasmissione di un messaggio/opera/contenuto che mi fa sorgere più dubbi.

        Come immagini contrapposte, anche se saltimo fuori dall’ambito filosofico, mi vengono in mente le figure di Bill Hicks da un lato (non disposto a scendere a compromessi, che grida che chi si azzarda a fare pubblicità non può più essere considerato un artista) e un Maurizio Crozza, che pubblicizza il caffè e allo stesso tempo “satireggia” in TV raggiungendo sicuramente un pubblico ben più ampio del compianto Hicks.

        È necessario un compromesso?
        E se sí, fino a che punto è tollerabile?
        (Lungi da me pensare di avere una risposta!)

        Perdona la prolissità, un caro saluto

        Giacomo

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