Elogio dell’idiozia: la Prefazione Integrale

Lucrezia ErcoliLe righe che seguono sono la prefazione che Lucrezia Ercoli, mia cara amica nonché autrice e direttrice di Popsophia, ha voluto tributare al mio libro Elogio dell’idiozia. Ho deciso di pubblicare queste parole non solo per invogliarvi a leggere la mia opera, ma anche perché hanno toccato in profondità il senso che ho voluto iniettare nelle pagine dell’Elogio. Se volete acquistarlo, QUESTO è il link per Amazon (QUI invece in ebook), oppure potete ordinarlo da qualsiasi libreria in Italia.
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“La filosofia è l’arte di inventarsi ragioni per dubitare persino di ciò che è evidente. È un menù di mille pagine senza niente da mangiare. O meglio, il tentativo di catturare un gatto nero in una stanza buia senza riuscire mai a prenderlo, gridando – di tanto in tanto – l’abbiamo preso, l’abbiamo preso! I filosofi, e i loro tentativi ai limiti dell’assurdo, saranno sempre oggetto di scherno. Ricordatevelo fra un po’ di anni e non dite che non ve lo avevo detto”.

Con queste parole, parafrasate dai miei appunti, il filosofo Franco Volpi ci accoglieva nel suo meraviglioso corso di storia della filosofia. E noi, studenti titubanti e desiderosi, riempivamo le aule del Liviano di Padova e ascoltavamo incantati le parole del maestro che ci invitava a sondare gli abissi del pensiero senza paura di mostrarci idioti, che ci spingeva ad avanzare in territori inesplorati senza timore di essere derisi. Non sapevamo, all’epoca, che sarebbero state le sue ultime lezioni, interrotte dalla sua prematura scomparsa nell’aprile del 2009.

Credo che Riccardo – che negli stessi anni frequentava con me le lezioni di Franco Volpi all’Università degli Studi di Padova – abbia implicitamente ripensato a quell’elogio dell’idiozia filosofica, mentre scriveva le suggestive pagine di cui vi aspetta la lettura.

Nessun percorso lineare. Nessuna soluzione scontata. Nessun cedimento al buon senso o al buonismo. Nessuna posizione neutrale. Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate in questo libro. Non vi aspettate soluzioni, ma problemi che non vi lasceranno illesi. Non vi aspettate una ricetta contro l’ignoranza altrui o un prontuario per essere meno idioti. Questo libro è un esercizio atletico di lucida e geniale idiozia che sfida la derisione e richiede emulazione.

Le pagine che seguono sono un viaggio alla ricerca di una definizione impossibile. Un tentativo di afferrare un concetto tanto indefinibile quanto impropriamente declamato. Un confronto a viso aperto con l’idiozia che accomuna autore e lettori. Radice della condizione umana. Fondamento e origine di ogni agire e sentire.

E se alla fine della lettura approderete a una meta, siate certi che non sarà definitiva. Non è il punto di arrivo che definisce la qualità filosofica di queste pagine, ma il metodo di indagine – pieno di fertili deviazioni e spunti creativi – che costruisce una nuova strada da percorrere. Oltre i sentieri già battuti.

Non si tratta di impilare l’ennesimo manuale da lasciar impolverare tra gli altri saggi della libreria, ma di rispondere a un’esigenza di scrittura ineludibile. Accantonata la forma abusata del saggio accademico, sbriciolata la prigione di presunta sistematicità, rimane una confessione intima quanto universale che ci sfida al confronto.

Per questo, l’elogio dell’idiozia che vi apprestate a leggere non va deglutito con voracità, ma meditato con lentezza. Prescritto come una provvidenziale terapia, idiota quanto salvifica, che ci protegge dalle urla intollerabili o dai sofismi asfittici che popolano il mondo filosofico contemporaneo.

Vi invito al viaggio in questo paese che ci assomiglia tanto. In cui possiamo mostrarci fragili e vulnerabili. Miseramente infranti. Inevitabilmente idioti. Un naufragio sublime che attraversa un universo espanso di autori eterogenei – da Bergson a Dick, da Leibniz a Swift, da Weil a Valèry, da Cioran a Lovecraft, da Spinoza a Tolkien, da Roth a Koltès, solo per citarne alcuni. Compagni di viaggio che potenziano la riflessione senza svilirla, che aprono percorsi rizomatici senza fornire bussole orientative.

Nuovi e incantati mondi che non saremmo stati in grado di immaginare. L’idiozia dell’eroe e del disperato, l’idiozia del folle e del genio. Esploratori oltre la cortina della certezza. Anche se la banchisa di ghiaccio potrebbe spezzarsi in mille lastroni. Idioti dostoevskijani dal cuore puro, che non temono di mostrarsi all’altro innamorati e spaventati. Ancora in marcia, nonostante l’idiozia e in virtù dell’idiozia, sotto la costante minaccia del fallimento. Sublime estetica dell’inciampo.

E, riconciliati con la nostra più intima e nascosta natura, usciamo dalla lettura vaccinati contro i peggiori virus del mondo contemporaneo: l’odio, l’intolleranza, il risentimento. L’odio digitale contro l’idiota di turno, infatti, ha un’origine umana, troppo umana. Il blastaggio della stupidità altrui, non è altro che un formidabile anestetico che ci fa sentire meno soli. Localizza all’esterno ciò che non riusciamo a gestire all’interno: se l’idiozia è tutta proiettata nell’oggetto odiato, la rappresentazione ideale di noi stessi non è intaccata. Ma l’odio contro l’idiota alimenta la produzione di coriacei stereotipi, definisce una cartografia della parte giusta e della parte sbagliata che non lascia spazio al dialogo e alla discussione.

L’odio, quindi, non è una malefica invenzione del web. Non è stata la tecnologia a renderci livorosi e malevoli. Dall’antica gogna allo shitstorm, la tecnologia è un megafono che amplifica ciò che, già da sempre, siamo: spaventati dalla nostra stessa idiozia.

E in un clima saturo di passioni biliose e retoriche noiose, queste pagine rappresentano l’ideale scialuppa di salvataggio. Non fosse altro perché, come chiosava giustamente il filosofo Ortega y Gasset, l’uomo saggio è colui che è tormentato dal sospetto di essere un imbecille, mentre solo l’imbecille è sempre fiero di sé.

Idiozia, alla fine del viaggio, è il contraltare ineliminabile della ragione. Un capovolgimento della ratio che ci invita a giocare con il paradosso e con l’assurdo, con le contraddizioni e con le incoerenze. Uno sconfinamento che rende visibile l’invisibile e possibile l’impossibile. Lo sfondo da cui nasce ogni razionalità, l’ingranaggio che muove l’atto stesso del pensare.

Questa appassionante riflessione sull’idiozia – la nostra prima che quella altrui – riconosce nella più grande debolezza umana la sua più grande forza. Una forza eversiva ed esploratrice che diviene punto di partenza di ogni imprevista rivoluzione. Solo un impulso folle e insensato, autenticamente idiota, può avere la forza di rimettere in discussione le certezze in base alle quali viviamo. Per trovare il baluginìo di nuove possibilità, nuovi punti di vista, nuovi sguardi sul mondo, modi alternativi di pensare il presente. “I filosofi – ha scritto Derrida – non hanno mai trattato della stupidità, forse perché c’è della stupidità nel progetto filosofico stesso”. Ma la stupidità di cui Derrida parla non è la stupidità del torpore e della passività, è la stupidità creativa che così tanto assomiglia all’idiozia raccontata in questo libro, la stupidità che condivide la stessa radice dello stupore: Stupor e stupiditas. La filosofia nasce dallo stupore e dalla stupidità, dentro e attraverso l’idiozia.

Allora: Be Idiot! Lasciamoci scuotere dagli interrogativi di queste pagine fino a farli diventare perturbanti. In modo che le cose che ci sono familiari si facciano di nuovo meravigliosi enigmi da risolvere. Siamo noi gli idioti a cui si rivolge l’autore e non possiamo esimerci dal corrispondergli. 

And therefore never send to know for whom the bell tolls. It tolls for thee”.

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