FiloSoFarSoGood 1/3: la Superstizione

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Cosa significa essere superstiziosi? Quali sono le fonti del pensiero superstizioso? Siamo davvero capaci di liberarcene oppure la superstizione fa intrinsecamente parte del nostro pensiero? Queste e molte altre domande vengono poste nel terzo numero di FiloSoFarSoGood, la rivista filosofica che parla la lingua del pop!

Questo numero è possibile grazie al contributo della redazione, composta da
Ivan Corrado 
Emanuele Ambrosio 
Andrea Natan Feltrin 
Arianna De Rizzo
Mattia De Franceschi 
Davide Raguso 
Lilia Mauroner 
e grazie al contributo extra-redazionale di
Oreste Joshua Niccoli
Giulia D’Alterio 
Tommaso Riva
Giorgio Guido 
Michael Morelli 
Giacomo Di Persio
Nino Matafù 
Chiara Costantino 
Giovanni Citrigno 

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FiloSoFarSoGood 1/2

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“Qual è il crimine giusto per non passare da criminali?”
De Andrè dà il titolo a questo secondo numero della rivista FiloSoFarSoGood in cui scandagliamo filosoficamente il concetto di Crimine. Un numero denso, pieno di contributi interessantissimi e caratterizzato da una nuova veste grafica di cui sinceramente vado molto fiero (grazie allo splendido lavoro di Lilia Mauroner!)

Questo numero è possibile grazie al contributo della redazione, composta da
Ivan Corrado 
Emanuele Ambrosio 
Andrea Natan Feltrin 
Arianna De Rizzo
Mattia De Franceschi 
Davide Raguso 
Lilia Mauroner 
e grazie al contributo extra-redazionale di
Nicola Zengiaro 
Walter Luigi Martorano 
Debora Cassata 
Francesco Erfini 
Giovanni Citrigno 
Andrea Vaccaro 
Oreste Joshua Niccoli
Matteo Recrosio 
Emanuele Scalise 
Federico Zambrotta 
Michael Morelli 
Michelle Cecilia Ferru 
Angelo Andriano 
Luca Prospero 
Con la straordinaria partecipazione artistica di
Babù su Youtube!

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FiloSoFarSoGood 1/1

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La copertina

Che senso ha parlare filosoficamente del Futuro nel 2017, in questo ormai inoltrato Terzo Millennio che solo fino a pochi decenni fa rappresentava per molti il Futuro per antonomasia, fosse esso idilliaco oppure distopico? Possiamo ancora dire qualcosa del Futuro, oppure esso non ha più nulla da dire né da dare?
Il primo numero di Filosofarsogood si pone l’ambizioso obiettivo di produrre un discorso filosofico collettivo facendo uso della cultura di massa per affermare qualcosa di nuovo su questo “monstrum”, che per propria peculiarità si sottrae alla vista ma è costantemente presente nella vita di ogni individuo.
“Il qui presente assente”, come diceva Carmelo Bene, il Futuro: sembra beffardo parlarne, senza poterne davvero parlare, nell’epoca che sembra stata inventata eppur ripudiata dal Futuro. Dove siamo noi, nel nostro Futuro?

Nel primo numero di Filosofarsogood i contributi sono di
Mattia De Franceschi 
Ivan Corrado 
Emanuele Ambrosio 
Natan Feltrin 
Arianna De Rizzo 
Davide Raguso 
Alexey Alberti 
Viola Meoli 
Davide Marchetti 
Emanuele Scalise 
Fortunato Francia 
Angelo Andriano 
Tommaso Riva 
Oreste Joshua Niccoli 

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Storia dell’Anima nell’Epoca Robotica

Questo testo è estrapolato dal terzo episodio di Filosofarsogood, la mia nuova rubrica podcast che esce ogni domenica alle 12! Iscriviti al mio Spreaker per non perderti i prossimi episodi! Puoi trovarlo anche su iTunes

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terzaQuand’è che un corpo contiene un’anima?
In un racconto filosoficamente molto dibattuto, Terrel Miedaner racconta di una scienziata che, per provare l’impossibilità che una macchina possegga un’anima, si trova messa di fronte a un robot-insetto che strepita e si contorce, lanciando un “debole gemito lacrimoso che si alzava e si abbassava come il piagnucolio di un bambino”, nel momento in cui la sua esistenza viene messa a repentaglio. Il racconto si intitola “L’anima dell’animale” e ci pone di fronte a un quesito estremamente attuale: come si misura l’anima?

Per iniziare questa difficile trattazione, sarò costretto a citarvi un altro racconto piuttosto famoso, ovvero “Accendere un fuoco” di Jack London: “Ma la misteriosa scriminatura della pista che si spingeva così lontano, l’assenza di sole dal cielo, il freddo tremendo e la stranezza e l’estraneità di tutto quanto, non facevano alcuna impressione all’uomo. Non perché vi era abituato da tempo. Era arrivato di recente nel paese […] e questo era il suo primo inverno. Il suo problema è che era privo di immaginazione. Era svelto e attento alle cose della vita, ma solo alle cose e non al loro significato. Cinquanta gradi sotto zero significano ottanta e rotti gradi di gelo. Un simile evento lo colpiva in quanto freddo e fastidioso, e questo era tutto. Non lo induceva a riflettere sulla propria fragilità di creatura a sangue caldo, e sulla fragilità dell’uomo in generale, in grado di vivere solo entro ristretti margini di caldo e freddo; e proseguendo, non lo induceva a speculare sull’immortalità e sulla posizione dell’uomo nell’universo. Cinquanta gradi sotto zero equivalevano a una morsa di freddo che fa male e da cui ci si deve proteggere usando guantoni, copri-orecchie, mocassini caldi e calzettoni. Cinquanta gradi sotto zero per lui erano solo esattamente cinquanta gradi sotto zero. Che implicassero qualcosa di più di questo, era un pensiero che non gli era mai passato per la testa.”

Come potete aver intuito, i due brani, partendo da storie totalmente diverse, indicano però un medesimo traguardo: avere un’anima significa “sentire”, avere un sentimento, laddove con “sentimento” non intendo parlare della percezione delle cose, ovvero il freddo percepito dal protagonista del brano di London. Il sentimento, usando il termine con l’accezione che ne dà Spinoza, rappresenta il momento in cui la percezione viene fatta propria dal corpo e dalla mente, il momento insomma in cui alla percezione si dà un ordine, un significato. Continua a leggere “Storia dell’Anima nell’Epoca Robotica”

Siamo tutti (almeno un poco) complottisti

secondaQuesto testo è estrapolato dal secondo episodio di Filosofarsogood, la mia nuova rubrica podcast che esce ogni domenica alle 12! Iscriviti al mio Spreaker per non perderti i prossimi episodi! 

Oggi ci addentriamo in un territorio pericoloso, ovvero quello del complottismo. Tema caldo, attuale, dal momento che secondo molti la nostra è l’epoca della teoria della cospirazione, in cui la maggior parte delle persone, avendo perso la bussola cerebrale, si lancia nella descrizione e idolatria di teorie secondo le quali dietro al mondo così come appare si nascondono sempre dei piani malvagi volti a sovvertire il bene, l’uomo e l’ordine naturale delle cose. Ma come al solito, ci addentreremo in questo sentiero impervio di soppiatto, prendendo una strada decisamente poco battuta e… imprevedibile!

Alla fine di questa puntata potreste forse disiscrivervi dal podcast, forse pure dal mio canale Youtube. O forse no, forse potreste cominciare a valutare il fenomeno del complottismo da un punto di vista alternativo, forse più efficace per contrastarlo. E quel punto di vista dimostra incontrovertibilmente che… siamo tutti complottisti.

Partiamo da una constatazione che di primo acchito vi sembrerà molto distante dall’argomento di cui stiamo parlando: cosa rende peculiare il pensiero umano? Cosa ci permette insomma di distinguerlo diciamo dal pensiero, se vogliamo parlare di pensiero, dell’ornitorinco, della blatta o dello scimpanzé? In realtà non c’è una cosa sola che lo contraddistingua, infatti possiamo elencare molti elementi: prima di tutto il linguaggio simbolico, la capacità insomma di tradurre in forma comunicativa e in evento mentale un segno di cui facciamo esperienza, sia esso un fonema oppure un simbolo matematico; in secondo luogo la possibilità di agire in vasti gruppi organizzati mantenendo però un’elasticità comportamentale pregevole; infine, potremmo aggiungere la capacità di astrazione, quella che ci permette di raccogliere un sasso e, invece di usarlo per un obiettivo nel qui ed ora, mettercelo in tasca immaginando un uso futuro con il quale adoperarlo.

Al fondo di tutto questo però c’è un concetto che ci permette di agire così, ed esso, come vedremo, è la benedizione e la maledizione, al tempo stesso, dell’essere creature umane pensanti e razionali: il significato. Continua a leggere “Siamo tutti (almeno un poco) complottisti”