Martedì Sberle: Tutto quello che non puoi

Ci sono cose che non puoi. Cose che non puoi e basta. Ma non perché l’ha deciso qualcuno o perché te l’hanno imposto dall’alto. Ci sono cose che non puoi semplicemente perché il raggio d’azione della tua mente, delle tue mani e delle tue parole è limitato. Ci sono cose che non puoi ma che su di te possono. Possono romperti, modificarti, trastullarti. Possono usarti, modificarti, ucciderti. Possono tutto su di te mentre tu non puoi nulla su di loro. Non basta dire che è ingiusto, non basta affermare il tuo valore, non basta convincerti che tu puoi tutto: non puoi e basta. Non serve dire che non esistono né affermare che un giorno potrai: non puoi e basta. Non puoi metterti d’accordo con un gran numero di persone per dire all’unisono che insieme si può: così come non puoi da solo, non potete neanche in trecentomila. Nella maggior parte dei casi, le cose che non puoi in nessun modo ma che su di te possono tutto risiedono dentro di te. E non basta dire che le hai superate, che ci hai fatto i conti, che le hai rimosse, dimenticate, negate: loro continuano a potere su di te, che ti piaccia o no. Non puoi farci nulla e non puoi combatterle, sono reali così come è reale il tramonto visto ieri, questa tastiera su cui digito, la vita delle piante, l’esperienza della morte. Tu non puoi nulla su quelle cose interiori nello stesso modo con cui non puoi nulla nel sovvertire la forza di gravità; non puoi nulla su quelle cose a te intime come non puoi nulla sullo svuotamento degli oceani. Non puoi per il semplice motivo che sei limitato nel pensiero e nell’azione e non basta convincerti che tutto sia comunicazione, che con la parola e la forza della mente ogni cosa viene messa a posto, che tutto è frutto della forza di volontà. Tu continui a non potere. Non puoi smettere di sentire quella determinata sofferenza o quella gioia tutta particolare anche se ti convinci che sono illusioni; non puoi venire abbandonato dai tuoi incubi e dai tuoi sensi di colpa anche se ti ripeti che sono tutte astrazioni; non puoi far funzionare la tua visione del mondo nonostante il mondo, anche se ribadisci che è tutto relativo. Non puoi e basta. Non puoi smettere di intuire che nell’altro c’è quella stessa cosa che permette a te di considerarti un soggetto vivo, anche se ti convinci che l’altro è uno zombie o un automa, qualcosa di non vivo; non puoi giustificare il desiderio di sopraffazione sull’altro anche se ti ripeti che tu solo hai il diritto alla libertà; non puoi disfarti della sensazione di aver bisogno dell’altro per capire ciò che tu sei, anche se ribadisci la tua autosufficienza e solitudine radicale. Non puoi dominare l’altro senza la vergogna che la realtà ti impone in conseguenza. Non puoi e basta. Non puoi negare la realtà che sei e che agisce su di te, non puoi anche se cerchi di farlo in ogni modo. La realtà resiste e ti piega anche se hai le parole più persuasive del mondo per piegarla al tuo volere. La persuasione non basta poiché le parole sono manifestazione di tutto ciò che non puoi fare. Non puoi perché ogni cosa che fai è descrizione dei tuoi limiti. Non puoi perché la realtà è sempre inaspettata nella sua immensità e tu ti trovi sempre inatteso nella tua insufficienza. Non puoi perché sei quel che sei e non sei altro, anche se ti racconti, ti convinci, comunichi, ribadisci di essere tutt’altro. Non puoi perché prima o poi resti nudo a contemplare quello che sei. E quando ti rendi conto dell’infinità di cose che non puoi, forse finisci persino per innamorarti. E se sei davvero fortunato, t’innamori di quel che sei e che non puoi. A quel punto puoi arrenderti, sapendo che andrà tutto bene.

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MARTEDÌ SBERLE: Vivere è Scommettere

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La strada verso la felicità è lastricata di incertezze.
Le incertezze sono quelle che pesano sul tuo bilancio esistenziale quando ti trovi a dover fare qualche progetto: “Andrà bene il colloquio? Sarò all’altezza delle aspettative? Le mie capacità saranno sufficienti? E io? Io sarò pronto per quello che mi aspetta?”
Sei alla costante ricerca di una polizza assicurativa contro il fallimento, come se qualcuno potesse darti la certezza che se inizierai a fare qualche cosa, se darai vita a quel progetto che stai ideando da anni, il successo arriverà. Sei sempre in cerca di un indizio che ti permetta di dare inizio al tuo progetto senza il rischio di vederlo crollare inesorabilmente sotto il peso dell’insuccesso. Non importa di che cosa si stia parlando: può essere il tentativo di conquistare il desiderato partner, oppure la speranza che l’attività in procinto di avviarsi trovi terreno fertile; si può parlare di economia o sentimento, di cultura o hobby, in qualunque caso cercherai un antidoto all’incertezza, un qualche cosa che ti permetta di dire: “So già che le cose funzioneranno“.
E invece questa è la vera fantasia. 
“L’uomo è la creatura che progetta” scrisse Sartre. Ma se il progetto porta con sé tantissime cose positive, come l’inventiva e la creatività, il talento e la speranza, ciò che non ci dà di certo è la sicurezza. Il progetto, ovvero la dimensione più propriamente umana dell’agire, è aperto all’impensato, all’imprevisto, all’incertezza e all’insuccesso. Sarebbe così bello poter essere creature progettuali senza doversi accollare rischi enormi, vero? Sarebbe bello progettare di costruire una relazione con quella ragazza e avere già in tasca la certezza che tutto andrà bene. Avviare un’associazione culturale, una piccola azienda, un progetto di divulgazione, il tutto già reso solido dalla certezza della riuscita. Ma niente nella vita è così poiché il progetto non tiene in sé anche il risultato di ciò che verrà.
È per questo che la progettualità umana è uno slancio, una scommessa, un salto senza rete. La progettualità pretende di mettere a rischio un certo quantitativo di energie, tempo, amor proprio, talento, idee, denaro, salute, senza avere alcuna certezza che quella spesa verrà controbilanciata da un guadagno. La progettualità è bellissima perché ci fa respirare la libertà di pensare e creare, ma è crudele poiché non ci permette mai davvero di prevedere quello che avverrà. Quando progettiamo siamo proiettati verso l’inatteso.
La felicità si raggiunge solo ed esclusivamente attraverso quella scommessa, di qualunque tipo essa sia, poiché il progetto è sempre volto a ritagliarmi una maggior felicità, di qualunque natura essa sia. Senza rischio, senza slancio, senza salto senza corda non c’è felicità. E senza tutto ciò non c’è progetto, perciò non c’è umanità.
La prossima volta in cui ti senti infelice, insoddisfatto, senza energie, prova a chiederti quale sia stato l’ultimo momento in cui ti sei preso quel rischio, quand’è stata l’ultima volta in cui hai scommesso sull’unico capitale che davvero puoi mettere sul piatto, ovvero te stesso: ti accorgerai che forse è da molto tempo che non lo fai, che forse ti sei illuso di averlo fatto ma ti sei tirato indietro perché volevi avere maggiori sicurezze, volevi stipulare una polizza contro il fallimento, non sopportavi l’incertezza che il progetto porta strutturalmente con sé. In quel momento devi iniziare a scommettere, non puoi più mentire a te stesso: inizia a scrivere senza avere la certezza di essere pubblicato, registra video senza la sicurezza di venir guardato, proponiti senza la certezza di essere accettato, slanciati senza la sicurezza di cadere sul morbido. Altrimenti tu non vuoi davvero essere felice, vuoi solo nutrire un’infelicità a misura della tua paura.
E questo, amico mio, è il peggiore dei peccati.

MARTEDÌ SBERLE: Consolazioni (con)Temporanee

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Ti piacerebbe poter dire che ogni tua decisione, ogni scelta, ogni aspetto della tua vita è in realtà determinato da qualche cosa su cui non avevi potere, vero? Soprattutto le cose brutte della vita: le colpe, le decisioni sbagliate, le stronzate commesse, le idee malsane e nutrite per lungo tempo. Quello non ero io, quello era un altro, le circostanze mi ci hanno costretto, ora sono diverso, adesso e non prima sono padrone della mia vita. E poi, quando commetti l’ennesima cazzata il gioco ricomincia.
“L’idiota è sempre un altro” vale soprattutto per sé: quando commetto una cosa imbecille e ripenso a quello che ho fatto il mio sistema di autodifesa tratta colui che ha compiuto quell’atto come se fosse altro da me. Ora sono diverso significa: in quel momento ero posseduto, non ero in me, le condizioni che mi muovevano mi rendevano schiavo di potenze aliene. Ora mi sono liberato, ora che non sono più idiota posso guardarmi indietro e dire che adesso sono davvero io.
Ma le cose non sono così semplici ed è facile aggrapparsi al determinismo quando fa comodo, ovvero a concepire se stessi come “mossi” da forze a noi esterne solo quando questo ci consola, mentre ci consideriamo liberi soltanto quando facciamo qualcosa di buono. È facile considerarsi vittime delle proprie azioni più nefaste e autori di quelle più nobili e positive. Ma questa è solo una consolazione (con)temporanea, un momento storico nel quale il determinismo viene usato a piacimento per giustificare il fatto che portiamo sempre con noi tanto i nostri vizi quanto i nostri pregi.
Il determinismo non si può adottare a piacimento. Se ci consideriamo vittime di quello che di orribile commettiamo, pensiamo, desideriamo, allo stesso modo siamo vittime di quello che di buono facciamo. Se non abbiamo liberamente scelto di imboccare quella strada maledetta allora non abbiamo liberamente scelto di intraprendere la strada che così tante soddisfazioni ci ha portato. Se siamo stati posseduti da quelle idee stupide e pericolose, se non abbiamo davvero scelto di pensare quelle cose ma siamo stati in qualche modo manipolati nel pensarle, allora siamo stati posseduti anche dalle idee di cui andiamo orgogliosi (e che diventeranno oggetto di rifiuto quando poi le cambieremo, come i vestiti dopo una corsa). Se siamo marionette di chissà quale funesto demiurgo, lo siamo sempre e non solo quando ci piace esserlo.
La volontarietà non si può adottare a piacimento. Se vogliamo mostrare a tutti che siamo liberi di compiere gli atti per i quali andiamo orgogliosi dobbiamo considerarci liberi anche quando compiamo scelte stupide e imbecilli. Se vogliamo essere considerati responsabili degli atti edificanti di cui ci sentiamo autori allora dobbiamo essere considerati responsabili anche dei delitti di cui ci macchiamo. Se esprimiamo la nostra volontà attraverso le idee che ci rendono migliori dobbiamo ammettere che la nostra stessa volontà di esprime quando siamo convinti di idee malsane e pericolose. Se vogliamo che la nostra personalità si realizzi in quel particolare pensiero che sentiamo di aver liberamente intessuto, non possiamo nasconderci di fronte al fatto secondo cui anche quel pensiero che in passato abbiamo nutrito e che oggi ci fa ribrezzo era manifestazione della nostra personalità e libertà. Se siamo f-autori di quello che facciamo, lo siamo sempre e non solo quando ci piace esserlo.
Tra determinismo e libertà non c’è salvezza né soluzione di comodo. Non c’è consolazione poiché l’esistenza non è consolatoria. C’è soltanto l’evidenza secondo cui i nostri pensieri, le nostre azioni, i nostri comportamenti nascono da un abisso che ci è invisibile e che non possiamo scrutare se non perdendoci. E che forse, quelli che chiamiamo determinismo e volontà sono due facce della stessa medaglia. Ma essendo ciechi al loro vero volto ci risultano così alieni da renderne impossibile la piena comprensione.
Non so se di questa idea vado orgoglioso o se me ne vergogno.
Di certo sono io che voglio esprimerla anche se forse non ho mai avuto altra scelta.

MARTEDÌ SBERLE: L’eternità dello schiaffo

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Prendere schiaffi fa bene. Non parlo degli schiaffi fisici, quelli non fanno mai bene (anche se qualche sganassone non risparmiato avrebbe forse raddrizzato Salvini, e non parlo necessariamente dell’infanzia), sto parlando degli schiaffi morali, quelli che ti becchi quando esprimi ciò che sei nel mondo là fuori. Quelli che ti riserva la zona di non-comfort. Quelli che ti dimostrano che non importa quanto tu sia convinto di essere un maestro della vita, un professore dell’esistenza, il mondo sarà sempre pronto a smascherarti mettendo a nudo la tua limitatezza.
Il lavoro di una creatura pensante è abbandonare sempre le proprie zone di comfort. Bisogna iniziare fin da piccoli, quando scrivi il tuo primo racconto e lo fai leggere alla nonna/zia/mamma, e lei sarà sempre pronta a dirti che sei fantastico, che il tuo talento ti porterà lontano, che la tua unicità sarà un faro per i dispersi in cerca di guida. In quel momento bisogna trovare la forza di voltarsi dall’altra parte e far leggere quel racconto a un perfetto sconosciuto, meglio ancora se è qualcuno che di narrativa ci capisce, e lasciarsi inondare dai “non ce la farai mai“, “devi per forza migliorare” e perché no, da un bel “fa cagare!” Questo non tanto per un sadismo vivace e coraggioso, quanto piuttosto per com’è strutturata la nostra personalità: bastano infatti due complimenti lanciati a casaccio per edificare una cittadella di presunzione, ma bisogna esporsi continuamente ai dardi del franco destino per saper valutare il in modo onesto e cristallino.
Prendere schiaffi fa così bene che gli schiaffi bisogna cercarseli. Non c’è niente di peggio infatti del permaloso, di colui che, abituandosi fin troppo ai complimenti facili e alle carezze delle zone di comfort, rifiuta categoricamente di pensar-si in termini critici. Costui è assuefatto all’idea che sia sempre la realtà a conformarsi all’idea che egli ha di sé, quando le cose stanno esattamente all’opposto: è l’idea che ho di me stesso che necessita sempre di adattarsi al mondo così come si presenta al mio sguardo. Lo scollamento tra percezione e realtà, che oggi sta facendo così tanti danni, inizia proprio da lì: diventare dipendenti dalla propria zona di comfort. Che è una cosa comprensibilissima eh, anzi, direi addirittura che l’essere umano è una creatura che evolutivamente ha sviluppato questa tendenza piuttosto mortifera (che si traduce nella sedentarietà, nei bias cognitivi, nella pigrizia esistenziale), ma il lavoro del pensiero è quello di mettere sempre in discussione questa tendenza, e gli schiaffi sono la via giusta.
Lo schiaffo di chi ti dice che devi lavorare più duramente per raggiungere un obiettivo che ti sei posto. Lo schiaffo di chi demolisce l’opera che hai compiuto, che ai tuoi occhi è oro puro e invece lo è soltanto allo sguardo opaco di chi quell’opera l’ha compiuta. Lo schiaffo di chi sa mostrarti come difetti quelli che tu ti sei convinto che siano pregi. Lo schiaffo di chi ti permette di ampliare lo sguardo sul mondo, comprendendo una fetta più ampia di quest’ultimo che ti permetta di considerare lo sguardo precedente come limitato, ristretto, fasullo.
Lo schiaffo è un atto sub specie aeternitatis. Non è un atto paternalista, non vuole indicarti la via giusta, vuole semplicemente farti notare che senza alcun dubbio la via che stai prendendo è sbagliata, storta, insufficiente. Lo schiaffo non è quello di chi vuole importi il suo punto di vista, ma l’evento che ti permette di criticare il tuo punto di vista. Lo schiaffo non ha autore, lo schiaffo esiste e ti aspetta, sempre. E per questo lo schiaffo non sbaglia mai.
Prendere schiaffi è la via giusta per l’evoluzione. Evitare gli schiaffi è la via giusta per l’estinzione (a meno che con “schiaffi” non intendiamo pallottole o bombe atomiche, in quel caso le cose non stanno esattamente così). Prendere schiaffi rappresenta l’allerta costante che mi permette di saper sempre discernere tra la realtà e la percezione, soprattutto per quanto riguarda me stesso. Prendere schiaffi è l’occasione giusta per mettere sotto una lente critica le mie idee, le mie opere, le mie parole e i lavori che di volta in volta l’autocompiacimento, la permalosità e la pigrizia mi spingono a considerare a priori come cose preziose. Prendere schiaffi è l’unico modo per ricordarsi che il valore delle cose sta nell’energia che riesco a mettere in quello che faccio, dico, penso e produco, e quell’energia va sempre ravvivata col sacro fuoco del “fa cagare!”
Senza quel sacro fuoco, diventiamo solo sassi. E i sassi sono permalosi. E i sassi permalosi, per come la vedo io, sono estinti da tempo perché sanno solo assecondare la forza di gravità o la volontà di chi li scaglia.

Martedì Sberle: non essere zio Vania

Mercoledì 6 giugno esce in tutte le librerie il mio nuovo libro “Elogio dell’idiozia”. QUI puoi prenotare la tua copia. Inoltre, domenica 3 giugno sarò a Roma per presentarlo in anteprima assoluta, QUI puoi prenotare il posto per non mancare. A Milano il libro verrà presentato invece venerdì 8 giugno, QUI l’evento. 
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Non sei mai abbastanza.
Questa frase più che una sberla potrebbe sembrare un pugno di rottura del setto nasale. Quante volte sono atterrito dalla possibilità di non essere mai abbastanza? Quante volte sono bloccato, immobilizzato dalla consapevolezza che, non essendo mai abbastanza, non riuscirò nell’intento che mi sono prefissato?

È una fretta insana. Vuol dire cercare di fare in migliaia di anni quello che dovrebbe richiederne milioni e milioni, ammesso e non concesso che debba andare così, e io lo ritengo altamente improbabile. Nessuno è mai stato concepito per tenere questo ritmo, che è fatale! E non dirmi che è evoluzione, Edward, non sta certo a te decidere se continuare a evolvere o no. Quelle che fai tu, per tua stessa ammissione, è qualcosa di ben diverso. Tu, mi dispiace moltissimo dirlo, stai cercando di migliorare te stesso. E questo è innaturale, disobbediente, presuntuoso, e potrei aggiungere volgare, piccolo borghese e materialistico.

Con queste parole lo zio Vania, nello spassoso Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis, redarguisce Edward, indaffarato in quel millenario intento che chiamiamo “migliorare se stesso”. Zio Vania detesta chi cerca di migliorare se stesso, semplicemente perché è convinto che esistano forze che faranno il loro dovere al posto suo, ma soprattutto determinato nell’affermare l’impotenza dell’individuo nei confronti della natura e il primato di quest’ultima negli accadimenti del mondo.
Sia lo zio Vania che Edward si pongono incessantemente il problema da cui abbiamo iniziato: non sei mai abbastanza. Non sei mai abbastanza bravo da poter controllare la tua vita, non sei mai abbastanza in alto da poter comprendere tutto quello che ti sta attorno, non sei mai abbastanza da riuscire a raggiungere gli obiettivi che ti sei posto. Ma la reazione che essi mettono in atto nei confronti di queste considerazioni è diametralmente opposta.
Se da un lato infatti zio Vania resta immobile, convinto che quel “non essere mai abbastanza” sia un limite invalicabile del mondo, un ostacolo insormontabile che impedirà qualsiasi possibile azione legittima e di successo, Edward non smette di dimenarsi e di muoversi nel tentativo di scalare quella montagna infinita che è il progresso umano. Ma la vera differenza tra i due sta nel racconto consolatorio che lo zio Vania pone a giustificazione della sua immobilità. Infatti, egli resta immobile in “contemplazione” del mondo, fermo nella sua decisione di non fare alcun passo in nessuna direzione, semplicemente perché racconta a se stesso che la natura non può essere vinta, che ad essa non ci si possa sostituire. Quante volte sentiamo questa giustificazione? “Dobbiamo fermarci perché non possiamo giocare a fare dio!” Ma ovviamente, tra l’essere una divinità e il contemplare la natura immobile come una betulla ce ne passa. Edward, al contrario di zio Vania, non vuole affatto sostituirsi a dio, scavalcare la natura ed entrare in controllo del mondo, non è questo ciò che lo spinge a scoprire il fuoco e tentare di domarlo, costruire la ruota e imparare ad usarla, esplorare le terre circostanti per vedere che cosa c’è nel mondo. Non è al fine di diventare dominatore dell’universo, ma al semplice scopo di raggiungere uno spicchio di felicità.
Ciò che spicca dal discorso di zio Vania è infatti un rancore infinito, dovuto forse a qualche fallimento mai metabolizzato nel corso della vita. Vania non può più mettersi alla ricerca di qualcosa poiché, in quell’unica occasione nella quale ha tentato, egli ha fallito miseramente. Allora è vero che “non siamo mai abbastanza”: è sempre il fallimento ad attenderci dietro l’angolo. Il problema è che se il nostro intento è quello di raggiungere d’un sol salto ogni traguardo, il fallimento diventerà la scusa buona per non tentare mai più, per convincersi anzi che nessuno dovrebbe tentare mai più. Zio Vania è infelice poiché dai suoi fallimenti (che il libro non ci narra, ma che possiamo certamente intuire) ha imparato non solo che non si può avere successo, ma che nessuno dovrebbe mai più tentare di avere successo.
La spensierata idiozia di Edward è invece aria fresca, quando lo vediamo tentare e ritentare, continuamente fermato da fallimenti straordinari, costantemente colpito dall’evidenza di non essere mai abbastanza, ma voglioso di rilanciare ancora una volta per raggiungere quel poco di felicità che ogni essere sulla Terra deve potersi conquistare. Edward sa perfettamente di non poter avverare d’un solo colpo tutti quanti i suoi desideri, anzi: sa che il 99,7% dei suoi tentativi verrà frustrato da fallimenti ridicoli ed eroici. Ma gli sta bene così: la felicità sta in quello 0,3% e il suo compito non sarà quello di aumentare quella percentuale, ma di riviverla continuamente, più volte possibile, ritagliandosi indefinitamente una piccola felicità in mezzo ai fallimenti della vita.
Non sei mai abbastanza, questa è una verità incontrovertibile.
Chiediti se sei zio Vania, e di fronte a quella considerazione sentirti autorizzato all’infelicità e a desiderare il fallimento altrui o se sei Edward, e di fronte all’evidenza continuare gaiamente a ritagliarti i piccoli momenti di felicità che la vita riserva a chi non contempla il mondo come un vegetale.
Per questo compito io credo di essere abbastanza.