La Filosofia di Interstellar

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“I pianeti impossibili” su Amazon e IBS!

Da pochi giorni avete la possibilità di acquistare il mio romanzo “I pianeti impossibili” direttamente da Amazon e IBS (in sconto!), quindi se vi va di fare un bel viaggio insieme a me, in mezzo a mondi completamente paradossali eppure familiari, non perdete tempo e accaparratevi una copia!

I link li trovate nel sito del mio editore, QUI!
(Ci potete anche leggere un estratto dal romanzo)
Qui invece trovate la prefazione scritta da Daniele Barbieri!

Copertina Pianeti Impossibili

Eliopausa

Più ti guardo e meno mi convinci.
Ti guardo tronfio e sereno, eppure so che sei così insicuro e irrequieto. Potranno chiamarti pure “sistema”, ma io so che sei un caos spuntato per caso dal niente. Sei proprio come gli uomini: immenso e angusto, splendente e inutile. Sei impossibile, come tutte le cose reali. Io che ti osservo so che c’è poco da immaginare, quando la tua fantasia è così vasta. Io sono solo un pezzo di ferro lanciato lontano, ma ti racconto per come t’ho visto.

corona solareTi osservo la corona, infuocata e dorata, e guardo tutti gli altri abitanti del cosmo invidiartela e preparare il piano perfetto per sottrartela. Ti guardo esplodere, ma forse è una risata; ti osservo bruciare, ma probabilmente stai piangendo.

mercurioPoco più in là c’è il sasso maledetto, il figlio abbronzato, il nano bollente. Ti ruota attorno cercando in tutti i modi d’allontanarsi per sentire un po’ di frescura, ma le orbite sono ferree e lui è destinato a tuffarsi nella pancia d’incendio, a urlare e sbraitare mentre la roccia viene consumata dal fuoco.

venerePoco dopo, eccola lì, con il nome che compete a ogni donna bellissima e caustica, affascinante e pericolosa. Ti danza intorno con malcelata provocazione, verdeggiante e ingannatrice, attirando lo sguardo dei poeti sognanti e attendendo il primo incauto visitatore per consumarne le carni, l’animo, l’amore. Dea solforica, acida dominatrice dei cieli, allontanati da me.

terraLa palla a macchie terracquee la conosciamo bene, s’è cantata in ogni ode dell’uomo e viene tranquillamente dimenticata persino dal sottoscritto, mentre da fuori appare come un gioco di variopinta tranquillità e al suo interno si scatena l’inferno seminascosto da nuvole stupende. Lì dentro s’è scritta la Divina Commedia e persino l’Odissea nello spazio. Eppure è così piccola e insignificante. Non so se chiamarla “casa”.

marteEcco le sabbie scarlatte della solitudine deludente, quel piccolo possibile gemello del terzo pianeta. I venti spazzano i canyon e le montagne non fanno eco ad alcuna vita urlante, come avremmo potuto sperare. C’è solo un piccolo robot incagliato da tempi immemori, che ha percorso quella mezza unità astronomica per atterrare nel mezzo del niente. Non c’è casa lassù, oppure laggiù, dipende da che punto la si guardi.

gioveIl gigante successivo, ubriaco e senza scettro, rutta con i suoi venti a millemila chilometri orari. La pancia piena di delusioni, se ne sta laggiù, stella mancata e invidiosa. La sua forza gravitazionale sconvolge ogni giorno le vuote terre che lo circondano, i suoi satelliti lo cantano come unico sovrano, ma lui non ha occhi che per la stella centrale, per quel trono che non ha mai avuto. Lo osserva, beve un po’ di spazio siderale, s’ubriaca e cerca l’oblio nel fondo di bicchieri che non esistono. Laggiù, nel buio del suo piccolo regno di niente, serberà il rancore di non poter emanare luce ma solo ombra, astro nascente e mai nato, imploso in quel gigante mai troppo gigante, tiranno del vuoto universale.

saturnoCon quegli anelli che a me parevano una collana, grande almeno come la sua spaventosa futilità, ci sei tu, immenso ornamento del cosmo. Dimmi, che te ne fai della bellezza, quando a osservarti ci sono soltanto occhi robotici e immaginazioni umane? Chi mai t’avrà visto? Dove sta lo specchio dentro cui t’osservi? Ti sei mai visto, così grande e bello, così gigante e inutile? Non rispondi? Lascerai intentato il tuo fascino, non colto il tuo potere, e continuerai a ruotarti intorno, Narciso dello spazio siderale. Dimenticata da tutti, la tua scia di polvere preziosa verrà raccolta da occhi indiscreti e classificata come vanità.

uranoE poi quel disco storto, quell’abominio cosmico che ruota a pancia in su, come se ridesse a crepapelle, rotolando sul piano orbitale senza badare al silenzio circostante. Lo vedete? Il pazzo dell’universo, la rolling stone del cosmo, con quel colore tra il grigio, l’azzurro e il verde, indeciso sul volto da prendere, tutto diverso da come potrebbe essere, storto e divertente, che s’è trascinato inspiegabilmente pure quei satelliti sbronzi che lo seguono, ridendo anch’essi dell’insensatezza del mondo. Equatore e poli squinternati, quel coglioncello rotondo e imperfetto è la presa in giro a tutti gli altri, rigidamente fermi sulla loro asse verticale. Un giorno lo aspetteranno fuori di casa e lo picchieranno, così avrà smesso una volta per tutte d’irridere l’universo.

nettunoIl gigante blu, che par placido e quieto nel suo ruotare stoico e scettico, è un subbuglio interno di dimensioni macroscopiche. Le sue domande esistenziali gli vorticano dentro, ma i dubbi degli altri gli rimbalzano contro. La stella lontana non è dissimile da qualsiasi altro punto lucente dello spazio siderale, e lui si sente così solo laggiù da non desiderare altro che la solitudine. Silenzioso e scontroso, non vuole compagnia, attende solo l’apocalisse, qualunque sia la forma in cui essa si presenterà. Nel frattempo, lui passeggia quieto, e s’incazza come una bestia quando gli altri oggetti stupidi e rumorosi incrociano la sua orbita. A volte, il gigante blu si trova a pregare di scontrarsi, durante uno di quegli incroci. Chiude gli occhi, non bada al semaforo rosso e spera, spera che il botto sia forte a sufficienza da sconquassare quella quiete insopportabile.

plutoneE poi il sasso lontano, ghiacciato e maleducato, che attraversa tutta l’orbita in maniera eccentrica, con quel suo abito stralunato, con quel passo da dandy mancato, con tutta la boria di chi non ha nulla di cui andar fiero. Eppure, è così anonimo e stolto, pensano tutti gli altri. Cos’avrà mai di così nobile da portare in giro? Eppure lui se ne passeggia senza badare alle regole, quasi scontrandosi con gli altri giganti più spaventosi di lui. Il sasso eccentrico li osserva, passa dritto senza rivolger loro parola, se la ride sotto i baffi di ghiaccio e neve, continua a camminare come se la gravità non fosse una forza così importante.

VoyagerAlla fine di tutto, altri sassi, altre forme, altri nomi poco importanti. Poi, un vuoto come nemmeno l’animo umano può eguagliare. Un vuoto così placido e mortale da essere desiderato da ogni vita intelligente. Ora c’è soltanto il niente per i prossimi duecento anni. Chissà se avrò qualche cosa da leggere.
Arrivederci e grazie per tutto il Sole.

“I pianeti impossibili” secondo Diego Filippi

Originale ed intelligente libro, ottimo per ragionare fuori dagli schemi, e fare un po’ di autocritica.
Brevi brani planetari, descritti da un osservatore spaziale che ci rende partecipi delle proprie scoperte e riflessioni. Anomalie e fantasie per cui l’universo esplorato in realtà è il cosmo dentro di noi. L’infinito entro la nostra limitatezza e, perché no, forse l’anima così espansa da essere un tutt’uno con l’universo.
Un viaggio nello spazio o, più precisamente, un viaggio dentro di sé, dentro illusioni, emozioni, pensieri, sogni e incubi. Perché di cruda realtà e di avversità si condisce la vita. Non solo di lieti o insulsi istanti da moltiplicare per la paura di soffrire o stare soli.
Intrigante il passaggio di mondi alieni dai tratti umani, quando anche gli umani sono tra loro alieni e si estraneano dalla realtà in un complesso di solitudini virtuali: osservare il cosmo ma non poterne far parte. Oppure osservarlo da dietro un oblò per non esserne troppo coinvolti.
Ed è forse per questo che il nostro protagonista osserva e riscopre un’umanità persa. Perfino il suo agire nella stazione spaziale dimostra l’abisso che separa tra loro gli uomini che condividono un destino, il loro opporsi a un fato già scritto. Come se, in certuni casi, la volontà di vita potesse qualcosa contro l’imminente morte.
Ma, nonostante l’apparente inerzia, c’è un messaggio di vita: osservare cosa ci circonda ci fa intendere la nostra inadeguatezza.
Nelle storie de “I pianeti impossibili”, silenziosi compagni di viaggio del nostro Ulisse, riportiamo a galla molte riflessioni rimaste a metà. E altre se ne dispiegano innanzi ai nostri occhi.
Non ci si trova davvero se non ci si è completamente persi.
Ed è questa la mappa della nostra ricerca con il protagonista.

A fine volume, una breve serie di appendici, le ultime due assai indovinate. Qui compare la vena ironica e allegra che nel libro non appare. Forse per non prendersi troppo sul serio dopo tante dissertazioni filosofiche.
E con un po’ di Bergonzoni: “… nane bianche (non fatene menzione con le vostre ospiti albine di bassa statura), supergiganti rosse (stesso discorso per comuniste in sovrappeso)”.

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diegofilippiDiego Filippi, nato a Milano (1968), residente da 40 anni a Valdagno.
Letteralmente drogato dalle buone letture, ha un debole per i racconti gialli e la fantascienza. Appassionato della storia delle automobili e dei suoi campioni, amante del design e dell’arte in generale, è fotografo per diletto. Svolge la professione di architetto.

“I pianeti impossibili” secondo Gianfranco Spinazzi

2014-10-20 10.29.08Dire che I Pianeti impossibili è un libro colto, raffinato, di profilo filosofico, è senz’altro cosa giusta, ma in fondo scontata. Così come ricordare gli esempi di Borges e Calvino non copre la complessità che il romanzo racchiude e trasmette. So che all’autore piace la patafisica, il che mi sembra molto pertinente al libro: la definizione di “scienza delle soluzioni immaginarie” combacia perfettamente con quanto scritto da Riccardo, tale la combinazione di assurdo, nonsenso, ironia, intelligenza e prospettiva che nel romanzo supportano il metodo scientifico.

Proverò a percorrere la strada di ciò che possiamo chiamare l’esistente e il possibile sotto le mentite spoglie dell’impossibile. Ha ragione Barbieri, nella prefazione, a chiedersi: “siamo sicuri che questi pianeti siano proprio impossibili?” Mi viene in mente quanto scritto da Foucault nella prefazione de “I nomi e le cose”: parla di un’antica enciclopedia cinese citata, guarda caso, proprio da Borges in cui vengono elencati animali impossibili: dall’animale appartenente all’imperatore, all’animale imbalsamato, agli animali che da lontano sembrano mosche. Ebbene, dice Foucault, a rendere tutto ciò possibile è l’elencazione alfabetica: a) “animale appartenente all’imperatore”, b) “animale imbalsamato” c) “animali che da lontano sembrano mosche”, e via dicendo. Insomma si può dire di tutto, basta farlo precedere da un ordine arbitrario: dare ordine.

Il romanzo di Riccardo è in un certo modo un elenco, un catalogo, un’enciclopedia, non ci sono le lettere in ordine alfabetico, né i numeri, ci sono i nomi. Che un pianeta sconosciuto abbia un nome è già una garanzia di realtà, di concretezza. Che gli abitanti di un pianeta nominato camminino a testa in giù, è una possibilità. Molti comportamenti alieni sono l’esatto capovolgimento della consuetudine terrena. Mi ricordano Magritte che capovolge la testa dell’uomo, in maniera che la nuca sia in linea col nodo della cravatta, o che da un paio di scalcinati scarponi fa uscire le dita dei piedi.

Altri comportamenti “impossibili” sono meno simmetrici, aggrovigliati in opposizioni logiche da circo delle meraviglie o dell’orrore. C’è una costante manipolazione degli elementi terreni, una violenta violazione alle regole consequenziali, fantastiche variazioni in tema. Appunto: il tema e lo svolgimento. Il romanzo svolge la fantasia. C’è un pianeta che esaudisce uno ad uno i desideri; in un altro pianeta un attimo vale l’intera storia del mondo; in un altro ancora valgono solo i dettagli delle cose, utili a conservare il tempo millenario; c’è poi il pianeta dell’Apocalisse in cui i fantasmi sono vivi; c’è il pianeta dell’equilibrio in cui le mani gettano i sassi e le rocce si fanno corpi; c’è il pianeta del futuro e il pianeta degli ologrammi…

Il testo svolge l’inesauribilità stessa della fantasia, dell’intelligenza. Sfoglia filosofia e utopia. Sfrutta ogni passaggio segreto del fantastico e del letterario. Riccardo eccede il pianeta Terra senza però uscirne completamente, lo aggiorna in altri modelli trascendenti, paradigmi non tanto di diversità quanto di possibilità. Il romanzo è un grande artificio combinatorio, guai a chiamarlo fantascienza, assomiglia piuttosto a certi giochi rinascimentali in cui scienza e arte, filosofia e magia si intrecciano per sondare la vita e il sapere della e sulla vita. Crea illusionismo e giochi di specchi alla pari di certi testi seicenteschi. Tutti ricorderanno come si presentano i seleniti agli occhi di Cyrano: con dei grossi falli che pendono dalla cintura come le spade dai gentiluomini seicenteschi. È pure teatro anatomico, fatto di “membra” che di volta in volta appaiono birilli o fionde elastiche o altro ancora. Tutto è “spostabile” ma non asportabile, impossibile cancellare dal testo di Riccardo, il dato e la sua acquisizione non si possono rimuovere, tutto è “scritto” in maniera indelebile. Tutto ciò che è scritto rimane in campo, pronto, per chi ne cogliesse l’opportunità (impossibile non farlo), a essere dibattuto e semmai rovesciato. Ecco l’offerta di Riccardo: il gioco di parole e di immagine fa parte della speculazione intellettuale, come conclude Barbieri nel chiedersi se pittore e corniciaio siano figure distinte. Riccardo fa tutto da sé, dipinge e incornicia, come suo diritto d’autore. Pensatore e sognatore. I pianeti impossibili è un modernissimo Libro Antico. Sembra quasi miniato da tante sono le interpretazioni figurative di un universo “altro”.

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gianfranco-spinazzi-circleGianfranco Spinazzi risiede a Venezia. Ha debuttato nel 1997 con Le fototette, edizioni Supemova. Per la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2001 Foghera a Venezia – C’erano una volta i cinematografi (finalista premio “Calvino”). Nel 2006 presso la casa editrice Il Filo ha pubblicato Cartoline e carichi pesanti (targa Premio Letterario Internazionale “Città di Cava de’ Tirreni). Sempre presso Il Filo nel2008 esce Attenti a quei due. Con Supemova nel 2011 pubblica AAA Venezia cercasi. Nel 2012 pubblica Nel pozzo con Book Sprint edizioni. Pagine Elisha, uscito on-line nel 2006, è edito da Tragopano edizioni nel 2013.