Il buco del culo

Schermata 2015-04-07 alle 14.41.30Un tale si svegliò di soprassalto. Il letto era caldo. Le lenzuola madide. Il soffitto arcigno. Le mura stringevano i fianchi. La notte era ancora alta. Il tizio si tastò la faccia. Le mani tremavano. Il cielo grugniva. Il pavimento era irraggiungibile. Il vicino sognava urlando. La mano giunse al collo. Pulsava senza sosta. Il cuore pompava inquietudine. La finestra osservava. Il tizio si alzò. Precipitò sul pavimento con un tonfo sordo. Il bagno lo chiamava. Corse senza guardarsi. Lo specchio lo ignorò. Si sedette sul water. Il buco del culo non c’era.

Oggi è oggi. Il lavoro lo opprime. Il caffè ristora. Nel portafoglio manca l’euro. La bestemmia vola in corridoio. Il tale torna nel cubicolo. Le cartelle lo deridono. I colleghi parlano di fica. Il tizio siede in silenzio. Il condizionatore scoreggia. Il mondo lo prende in giro. Stamattina ha cacato dalla schiena. Rimette ordine tra le penne. La motivazione evapora. Il capo strabuzza gli occhi. La giacca è macchiata di marrone. Le parole volano pesanti. Il silenzio giunge in risposta. La vergogna gli fa tremare le cosce. La carta igienica non arrivava alla schiena. Il problema va risolto. Il licenziamento minacciato.

La mattina gli piove in faccia. Lui insulta lo specchio. Lo specchio insulta lui. Stamattina il buco è sul gomito. Il gomito almeno non si può leccare. Fuori c’è canicola. La manica corta è da sconsigliarsi. S’inginocchia sul water. Porge il braccio a 90 gradi. Spinge forte. Il muro si volta. Il tale caca dal gomito. Ancora un giorno impossibile. Si chiede quale dottore lo ascolterà. Ieri il buco del culo sulla schiena. Ieri l’altro il buco del culo sotto il piede. Domani il buco del culo chissà dove. Fuori il sole fa esibizionismo. Le otto si avvicinano. Con questo caldo la manica è insopportabile. Ma la gente gli guarderà il gomito. Come potrebbe spiegarlo? Un maglione va indossato. La manica copre il buco. Questa volta è pulito bene. Il lavoro aspetta.

Giorno fatale. Distese di luce cittadina. Scorribande di visibilità fastidiosa. Il tizio si sveglia quieto. Per la prima volta da settimane. La mano cerca l’incercabile. Niente sulla spalla. Nemmeno sulle mani. Avambracci a posto. La stanza freme di attesa. Il monolocale ride sotto i baffi. Il vicino guarda la tv. Niente sul collo. Nemmeno sul petto. La speranza cresce. L’incubo potrebbe essere finito. Domani festa grande. Offro da bere a tutti. Fanculo a chi ha fatto sto scherzo. Dio rotola sul pavimento. La Madonna accanto si tiene la pancia dal ridere. Gesù sbraita insieme al destino. Niente sulla gamba. Nemmeno sulla coscia. I piedi sono puliti. Il buco del culo potrebbe essere tornato al suo posto. Il pavimento sembra accogliente. Alzarsi non sembra la solita tortura. Metto i pantaloni belli stamattina. Metto la cravatta. Lo specchio ignora il tale. Il tale ignora lo specchio. La camicia bianca non sembra fuori luogo. Eccomi mondo, eccomi nuovo di zecca. Non mi scappa da cacare. Il culo è tornato al culo.

La corda pende dal ponte. Il sole proietta l’ombra sul fiume. Non c’è buco sulla corda. Non c’è buco nell’acqua. Ma c’è un buco fuori posto. Il tale pende strozzato. Non è ancora morto. Gente gli urla di ripensarci. L’ironia fa le valigie e se ne va. La gente ride ancora. La gravità uccide il tale. La gente non sa trattenersi. Il capo non lo vede arrivare. Il licenziamento giunge irreprensibile. I colleghi parlano di fica. La gente urla che non è nulla. La televisione lo rincorre con l’obiettivo. La gente minimizza ma ride. I giornalisti si accalcano. Dio smette di ridere un momento. Gesù pensa che stavolta l’hanno fatta grossa. Il destino continua a ridere. La trachea si rompe. Nessun buco sulla gola. Le scarpe sembrano un pendolo. Il tale muore con una domanda in testa. La città riprende il suo tram-tram. La domanda abbandona la testa della vittima. Gli obiettivi scattano. Le telecamere riprendono. La gente si stanca e se ne va. Il capo licenzia. Il tale muore con un buco del culo sulla fronte. E tutto sembra tornato normale.

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La paura del fantasma

Schermata 2015-04-04 alle 21.00.27Farsi sorprendere a braghe calate non è l’idea del secolo.

Ma peggio di questo c’è il farsi sorprendere a braghe calate dal fantasma di tua moglie mentre Rita te lo sta lavorando alacremente. Questa è decisamente la peggior idea del secolo.

Guardate Carlo Vinti che inciampa e cade faccia sull’erba, mangia terra e il pisello ancora eretto gli si conficca nel fango umido di pioggia mattutina. Rita se la squaglia andando a zig zag, la bocca ancora impastata e affaticata, il cimitero tutt’intorno ulula e protesta per il mancato rispetto del riposo eterno. Ma come fai a chiamarlo riposo eterno se questi stronzi si svegliano e cercano di pigliarti per il colletto?

Carlo Vinti si rialza, ancora non è riuscito a tirare su i pantaloni, ad allacciarsi la cintura, quella maledetta trippa di birra e patatine avrebbe dovuto smaltirla come si era ripromesso, ma dopo che Maddalena era morta, dopo che il finto lutto lo aveva abbandonato, dopo che il lavoro aveva ricominciato a funzionare, aveva incontrato Rita e l’unico hobby era guardare la sua bella testolina andare su e giù mentre lui ingollava alcol e schifezze.

Quale uomo rifiuterebbe un paradiso come quello? Così cerca di giustificare l’ingiustificabile il povero Carlo Vinti, mentre incespica su una radice e cade rovinosamente su una lapide lì accanto. “Marta Costina, 1965 – 2010, tanto amata quanto rimpianta”, così recita l’epitaffio, Carlo pensa di essersi rotto la spalla contro quella grandissima puttana di roccia, no, non tu Marta, tu non sei una puttana, almeno credo.

“Come hai potuto, brutto bastardo?”

La voce di Maddalena giunge forte e chiara alle orecchie del povero diavolo. Eh no, che cazzo stai dicendo? Tu sei morta, morta ti ho detto! Che mondo è quello in cui una morta non se ne sta sottoterra? Me lo dite? Che cazzo di mondo è quello in cui uno non se lo può far succhiare in santa pace perché una defunta viene a rompere le palle? Eh? Me lo dite?

A qualche decina di metri di distanza la voce di Rita continua a cacciare urla isteriche, frasi disconnesse in cerca di una via d’uscita, ma il cimitero sembra essersi risvegliato, l’apocalisse è qui, tutti alzano il culo schiattato dalla tomba e cominciano a sgranchire l’ectoplasma.

“Sei un brutto fetente, ecco cosa sei!” sussurra il fantasma di Maddalena, mentre Carlo tenta di rialzarsi in piedi senza successo. Ricade pesantemente, il braccio è rotto per davvero, che cosa mi accadrà adesso? Devo passare al contrattacco!

“Tu non sei vera! Io sto sognando, ecco!”

“Non stai sognando, pensavo di sognare io quando ti ho visto portare quella troietta proprio sulla mia tomba! Sei impazzito?”

“Io… io sono vivo e i vivi fanno quello che gli pare, hai… hai capito?”

Rita viene sollevata da terra da forze misteriose, urla come un ossesso ma non c’è anima viva nell’arco di centinaia di metri, il comune ormai non ha più soldi per pagare un guardiano ed è proprio per quello che Carlo, sbronzo di birra e wishky, aveva detto a Rita: “Andiamo a scopare sulla tomba di mia moglie, sarà divertente!”

Divertente? Che idea del cazzo. Devo piantarla con la birra, dannazione, “anche perché la birra mi fa venire le allucinazioni, tipo te! Tu non esisti! Tu sei morta!”

Rita viene scagliata da una parte all’altra del cimitero, alcuni spiriti la stanno usando come un pallone da gioco: viene lanciata da un lato all’altro di quel luogo sinistro, lei ormai è svenuta dallo spavento, i fantasmi si divertono come pazzi a trattarla come una marionetta priva di vita. Guardate Rita che rotea nell’aria e viene abbrancata da forze invisibili, fino a pochi minuti fa stava perpetrando il pompino migliore della sua carriera e ora vola, Rita vola nella notte piena di spettri.

“A me stava pure bene vederti scopare quella sciacquetta in casa nostra, anche se forse hai superato troppo in fretta il lutto, ma portarla qui… QUI, mascalzone maledetto!” e lo spirito di Maddalena si scaglia verso Carlo Vinti attraversandolo da parte a parte, lui sente un freddo glaciale che gli rovescia gli intestini, gli stringe il cuore e i polmoni, gli riduce sensibilmente la capacità digestiva e respiratoria. Un conato di vomito sale ma viene fermato dall’esofago che si stringe, le corde vocali vibrano terribilmente, il pisello sembra ritirarsi fin dentro le budella tant’è lo spavento e il freddo che lo pervade.

“Che… che… che cosa… cosa hai fatto?”

“Assolutamente niente, io non faccio niente, io sono morta, non ti ricordi?” risponde lo spettro di Maddalena, mentre dietro di lei Rita volteggia incosciente nel cielo sopra il cimitero vuoto. Ci sono le stelle, c’è il silenzio, ci sono i fantasmi e poi c’è Carlo che si piscia addosso, almeno un po’ di calore tra quelle cosce raggrinzite dal gelo e dalla sconfitta.

Che idea del cazzo, portare la propria amante sulla tomba della moglie. Che idea del cazzo risorgere da fantasmi per far rimpiangere a tuo marito il fatto di avere delle gonadi. Carlo e Maddalena sono attraversati da medesimi pensieri, ma non lo sanno. Entrambi hanno paura, guardate la paura del vivo, fatta di sudore, tremiti e fiato corto, e guardate la paura del fantasma, fatta di niente, di pensiero, di trasparenza. Due paure così diverse, eppure così simili.

I fantasmi alle spalle (se quelle sono spalle) di Maddalena sbagliano mira e Rita cade rovinosamente sulle tombe, dalla ragguardevole altezza di quindici metri. Il suono di ossa spezzate e cranio fracassato non promette nulla di buono, gli schizzi di sangue che fanno capolino sul luogo di caduta promettono di peggio.

“Ragazzi, ma siete stupidi? L’avevamo detto: niente violenza!”

“Scusa, Maddalena…” rispondono alcune voci che però non sono voci, sono spettri. Ma tanto, cosa volete capirne voi?

La sirena della polizia giunge all’orecchio di Carlo, forse qualche incauto viandante ha sentito le urla di Rita e li ha chiamati, lui guarda d’istinto Maddalena: “Amore mio, lo sai quanto sei import…”

“Stai zitto, non credere che io ora ti aiuti a fuggire. Questo è quello che ti meriti. Addio, imbecille!” e scompare, insieme a tutti gli altri spettri.

Carlo Vinti fu condannato a quindici anni di carcere per l’omicidio di Rita Crocesi, con l’aggravante di crudeltà e violenza inaudita. Il cadavere era praticamente squartato e spezzato in più punti e fu ritrovato in un cimitero insieme al suo assassino, cosa che aveva fatto pensare a un rito satanico a sfondo sessuale (sperma dell’assassino era stato trovato nella bocca della vittima, forse inizialmente consenziente).

L’avvocato di Carlo Vinti si dimise dopo che il suo assistito aveva ripetuto alla corte che si trattava di una storia di fantasmi, era la vendetta di sua moglie, Maddalena Gelmo in Vinti, “1971 – 2014, nel ricordo del tuo amato Carlo, eternamente abbracciato a te”, così diceva il suo epitaffio.

Nella sua tomba, il dubbio di aver esagerato colse più volte lo spettro di Maddalena. Ma si sa, a nessun vivo importa nulla dei rimorsi di un fantasma.

 (racconto inizialmente pubblicato qui)

Autopsia di un incipit: Cosmopolis

Ora il sonno lo abbandonava più spesso, non una o due bensì quattro, cinque volte la settimana. Che cosa faceva in quei momenti? Non passeggiava a lungo dentro gli arabeschi dell’alba. Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. Cosa dirgli? Era una questione di silenzi, non di parole.

L’incipit s’impiccia. Si impiccia sempre degli affari tuoi. Ci mette il naso, non sa star fuori dalle cose private. L’insonnia, ecco una tra le mie cose private. E lui, l’incipit, ci mette il naso, facendomi credere di star raccontando la storia di qualcun altro.

Perché insomma, dobbiamo dircelo chiaro e tondo: scrivendo, si soffre. E ci s’offre al pubblico ludibrio, alla gogna di piazza, allo scherno maledetto delle folle. Alla derisione della propria esistenza, quando si tenta di mascherare le proprie ossessioni, le colpe, le afflizioni, con le maschere di personaggi cui cerchiamo di dare nomi improbabili, restandocene imbambolati e inutili a fissare una parete bianca.

Earl, John, Thomas?
Jerry? Frank? Come diavolo si chiamerà questa mia nuova maschera, questa ossessione, questo inferno del quale mi accingo a raccontare i più oscuri anfratti?

L’incipit è insuperabile. Non si scende a compromessi. Ci si strugge a lungo, pensando a quali saranno le parole che meglio potranno essere usate contro di noi, per poi arrestarci da soli, solitari e solubili, effervescenti come tutto ciò che non ha sostanza. L’incipit uccide.

Non è uno scoglio, è un campo minato. Potesse il narratore disegnare con precisione la mappa mentale delle proprie sinapsi nel momento in cui una storia si genera, avremmo probabilmente a che fare con il ritratto del diavolo in persona, un demonio che ritorna periodicamente nelle notti e nelle insonnie del poveraccio che si trova a fare a pugni con se stesso, prima che con la pagina vuota. E ora che il sonno mi abbandona più spesso… no, fermi tutti, non ho alcuna intenzione di autocitarmi. Non sono così narcisista, cioè sì, lo sono, come lo è ogni scrittore. Non ricordo chi l’ha detto, ma scrivere significa collezionare se stessi. E chi se non un narcisista perseguirebbe il malato tentativo di collezionarsi? Ma non ho alcuna intenzione di autocitarmi. Almeno questo, me lo voglio risparmiare.

E poi, che cosa ci sarà mai di bello nell’essere Narciso? Là fuori si tesse già la tela del successo predefinito, dell’acclamazione confezionata su misura, delle conferenze stampa accondiscendenti e gioiose. So già che verrò trattato come il malato, come colui che ha bisogno della carota e mai del bastone. Quante volte ho percepito quella sensazione opprimente dell’essere assecondato, a ogni occasione in cui la critica acclamava uno dei miei romanzi? Quante volte la sofferenza dell’incipit, questa devastante sensazione di inadeguatezza nei confronti di me stesso, si è trasformata nell’entusiastica risposta del pubblico, quasi volessero dirmi tutti dai, su, non stai poi così male, vedi? Hai fatto una cosa che ci piace. Quante volte mi sono sentito il tossico di turno in mezzo a un branco di guariti? Devo dormire, dannazione, devo rimettermi a dormire, e subito, così mi passa questa voglia di scrivermi l’epitaffio!

Cercava di leggere fino ad addormentarsi, ma riusciva solo a sentirsi più sveglio.

Ci sei ricascato? Ancora ti lasci prendere dall’ossessione della confessione? Tutto ciò che leggi diventa merda, nel momento in cui ti rende più sveglio, più consapevole. Perché la consapevolezza è deleteria, essa è il contrario della pace, della serenità, della quiete. Il contrario del sonno. E se leggere rende consapevoli, allora leggere significa fare la guerra da soldati. E scrivere, per la gerarchia dei termini, vuol dire fare la guerra da carnefice. Significa essere Hitler, Gengis Kahn, Napoleone! E tu non vuoi essere Hitler, non vuoi essere il carnefice, vero? Eppure, un piccolo barlume del tuo cervello, un nascosto angolo dei tuoi pensieri ti suggerisce che sì, se fossimo tutti irretiti in una guerra totale tu vorresti essere il burattinaio, l’unico che possa decidere quando e dove masticare la pastiglia di cianuro, per non essere preso inconsapevolmente sotto i bombardamenti.

La consapevolezza, questa maledetta, ritorna ancora. La consapevolezza di essere una finzione, e di essere finzione parte della finzione. Una matriosca di finzioni. Il lettore, lo scrittore, il pubblico, la critica, i premi, il romanzo, le recensioni, il film, tutto questo si chiama “la catena alimentare dell’autofagocitazione dell’esistente”. Ed è un circolo vizioso, un cerchio mai chiuso, una spirale che torna al punto di partenza non si sa come, non si sa quando. E la consapevolezza non serve a uscirne, serve solo a rodersi da dentro, senza poter fare nulla per il fuori.

Dove sta l’uscita dal circolo vizioso?

Non c’era risposta alla domanda. Aveva provato sedativi e ipnotici, ma lo rendevano dipendente, lo precipitavano dentro strette spirali interiori.

A un certo punto smetti di scrivere. Appoggi la penna, fermi la tastiera, stracci i fogli. Osservi il cielo di fronte a te, dalla piccola finestra che dà sulla città. Smetti di scrivere e chiudi occhi, bocca, orecchie, naso, ti chiudi dentro te stesso, ti accartocci, non sopportando più l’erosione della consapevolezza, della coscienza, della voce narrante interiore maledetta che mette sempre le virgole al posto giusto, corregge i refusi, ti rimprovera la grammatica. Davvero ho provato a smettere: smettere di collezionarmi, di rientrare nel circolo, di perdere le ore di sonno. Si cade in una spirale ancora più devastante. Ci si aliena, si diventa una larva priva di arti, muscoli, polmoni, cervello. Ci si trasforma in un guscio che scende le scale e va in strada solo per fare la spesa: pasta da scuocere, riso da scuocere, sughi pronti, piatti surgelati, scatolette scatolette scatolette a non finire, perché in fondo ci sembrano così solidali alla nostra condizione, in quei momenti. Scatolette ermetiche, ecco cosa diventiamo, prive di coscienza, di finestre, di spiragli. E devo ammettere che mi è pure piaciuto essere una scatoletta, in un qualche istante della mia vita, quello in cui adoravo convincermi di avere smesso, con le parole, con i pensieri, con le idee. C’era silenzio, c’erano ore al buio, e mi pareva di avere persino imparato la loro lingua, quella del silenzio e del buio, senza accorgermi che erano loro in realtà ad aver imparato le mie debolezze. Esci da una dipendenza per entrare in un’altra, probabilmente ancora più spietata.

Nulla esisteva intorno a lui. C’era soltanto il rumore nella sua testa, la mente nel tempo. Sarebbe morto ma non sarebbe finito. Il mondo sarebbe finito.

Ed ecco lo scatto d’orgoglio. L’altra terribile bestia degli incipit, l’impicciarsi delle parole negli affaracci tuoi. L’orgoglio, sentinella del tormento, Cerbero del suicidio, padre delle stragi. Il collezionista guarda le scatolette, quelle piene e quelle vuote, prova ribrezzo per ciò che è diventato. Eppure il buio era così accogliente, il silenzio così melodioso. Ma no, per chi almeno una volta nella vita ha fatto parte della “catena alimentare eccetera” non c’è accoglienza, non c’è melodia che tenga. La penna ricade sempre nella mano ritratta, riflessa negli occhi serrati. L’orgoglio, nutrito dal ricordo delle folle che coccolano l’artista, che acclamano il malato, che assecondano la sua volontà di autodistruzione, riesce a scardinare la debole armatura di ritrosia costruita nella solitudine dell’amarezza, e lascia penetrare un po’ di quell’irrealtà che si fa chiamare realtà, tanto per rovinare il gioco di solipsismo e silenzio edificato con fatica e disciplina. La penna ricomincia a scrivere, l’occhio si desta, un peto sancisce il riavvio di un metabolismo prima viscerale che mentale. Le idee sono gas espulso, e ricomincia il circolo vizioso.

Il bello è che tu lo sai. Sai che il pubblico tornerà a trattarti come il fenomeno da baraccone, come l’Elephant Man della consapevolezza. Darai loro il tuo trucco di magia, ed essi fingeranno di caderci come allocchi, solo per solleticarti l’ego, per dare la pappa al Narciso che sei. E l’insonnia ricomincerà, intere nottate a tormentarti nei rumori contro i silenzi: …mise da parte il libro, infine, e giacque completamente immobile, sforzandosi di pronunciare la parola che avrebbe spento le luci. I tuoi trucchi stantii, le tue narrazioni, sono niente in confronto alla futilità di tutto ciò che esiste e che non funziona, se non guastandosi di continuo.

Il punto di tutto lo sragionamento è la volontà. Ciò che si vuole è ciò che ci sfugge. Ti ripeti ossessivamente di non volere la futilità, il rumore, le luci della ribalta, l’accondiscendenza delle scimmie, eppure al tempo stesso non vuoi l’inutilità, il buio, la solitudine, il silenzio. Ciò che sfugge, è l’anello di congiunzione tra la futilità e l’inutilità, quella via di mezzo che ti sembra tenere in sé addirittura la felicità, quel volere una cosa così violentemente da agguantarla e poterti sentire finalmente completo, compiuto, corretto.

Infine, ti arrendi all’evidenza. L’anello di congiunzione esiste, ma è così deludente da diventare un nuovo romanzo, un nuovo successo, il nuovo cappio col quale ti presenterai di fronte alle folle festanti. Sta tutto dentro l’incipit. La mano tocca la tastiera, o forse è una penna, o forse è solo un pensiero. Le parole cominciano a fluire, tristi come un dio senza desideri.

Non capiva cosa voleva. Poi capì. Voleva tagliarsi i capelli.

La via di mezzo: la futilità insieme all’inutilità. Insomma, la consapevolezza che niente ha importanza, a parte il nome della mia prossima maschera.

Jack? Michael? Kevin?
Amanda? Carl, Richard, Eric?
Forse Don.
Don DeLillo, la maschera dietro la maschera.

Antistoria della letteratura

don-quixoteCara maestra, giuro che ho studiato, ma mi pareva tutto sbagliato.

Ho studiato di Dante e Petrarca, del loro balbettare insieme a Majakowskij. Mi hanno raccontato di Manzoni sul fiume, quasi come Narciso, ma al posto di specchiarsi cercava di lavare il linguaggio, e mi è parsa una gran buffonata, maestra, ché le parole son già fradice per conto proprio, che bisogno c’è di metterle a bagno? Mi hanno detto di Foscolo e Ginsberg, dei Sepolcri e del Moloch, mi suonavano simili, eppure li mettevano distanti, anche se mi è parso volessero parlare un po’ tra loro. E poi c’era quella cosa di Montale che si chiudeva dentro i versi, solo per non farsi scardinare più. E mi dicevano che erano tutti precedenti o successivi, uno dopo l’altro, uno in anticipo e uno in ritardo, stesi su una linea del tempo quasi a prendere il sole, fregandosene delle nuvole che avanzano.

Insomma, maestra, e se fosse tutto completamente sbagliato?

Immaginiamo di svegliarci un giorno, accorgendoci che la letteratura è diversa da come la pensavamo. Non c’è passato, non ci sono morti, è tutto un costante presente in nostra presenza, nessuna assenza, nessun sepolcro da scoperchiare per interrogare un fantasma, uno scheletro, uno spirito. Ci svegliamo, e il libro del Cervantes è una contemporaneità assoluta, perché non ha a che fare con il 1600, non più di quanto il cielo abbia a che fare con le profondità della Terra. Don Chisciotte è lì, e parla dei problemi familiari del suo autore, dei pochi soldi della mamma e delle confessioni inascoltate di sua sorella, ma al tempo stesso dialoga con uno dei marinai del Nautilus, mentre il capitano Nemo ripensa alla superficie, al sole, alle cose perdute, come un comodino e un libro lasciato a metà, un abat-jour impolverata, Abramo Lincoln e il suo cappello bucato a teatro. Nel frattempo, c’è Virginia Woolf che passeggia in riva a un fiume, e si ripete che “non dirò mai più io sono questo, io sono quello”, perché ha capito che quel fiume le scorre accanto dicendole di scorrere, proprio come Eraclito, che non è distante da lei, anzi, le fa cenno di avvicinarsi, per sprofondare insieme, come Jacob nella sua stanza, che ripensa alle storie di Boccaccio toccandosi tra le gambe, ma solo perché si sente diventare pian piano adulto, senza diventarlo mai.

Maestra, se ci accorgessimo che la macchina burocratica di Kafka infetta di ridondanze Aleksej, mentre Dostoevskij ormai cieco detta “Il giocatore” alla povera Anna, che s’innamora, come se il mostro di Frankenstein si innamorasse di Mary Shelley: non come una creatura abominevole, ma come un timido Gulliver, lasciato a marcire su una spiaggia, giocando con le mani e pensando di far l’amore con una lillipuziana, cosa abominevole per le incomparabili dimensioni, ma basterebbe rifugiarsi nel Paese delle Meraviglie con Alice, dove le dimensioni non contano (ma perché poi, forse non sanno la matematica?). E poi ci sarebbe Arturo Bandini in cerca di un dollaro per un goccio, sei mesi arretrati d’affitto e un racconto nel taschino, e quando lo estrae s’accorge che si tratta di “Sei pollici” di Bukowski, che deve averglielo dato al Puledro Impennato, davanti a una pinta di birra la sera prima, mentre quei quattro Hobbit attiravano su di sé l’attenzione, maneggiando incautamente un Anello senza diamanti, non come quello di Elias Canetti in Auto da fé, non come le promesse non mantenute di Tyler Durden in Fight Club, non come le folle immaginarie di Céline e del suo sogno fascista e psicotico, mentre urla ai fantasmi di andarsene, di temere il cielo, dio e il sedere delle donne, proprio come il presidente Schreber psicanalizzato male da Freud, che si sente Gesù Cristo perché il Signore Eterno lo vuol sacrificare al mondo.

Ti sembro pazzo, cara maestra? Forse lo sono, ma è solo perché potremmo smetterla di vedere i libri come binari dritti che guidano un immaginario lettore verso una destinazione stabilita chissà da chi (non certo da chi li ha scritti), e potremmo cominciare a intersecarli, incrociarli, renderli incidentali e perpendicolari. Perché l’arte potrebbe non essere affatto una genealogia, quanto piuttosto un’infezione costante, in cui le idee sono virus che moltiplicano e proliferano all’interno di parole, paragrafi e opinioni scritte da altri, e così contagiano, mutando la forma del presente e creando un corto-circuito gioioso, un macchina da guerra per i sogni, un reticolato fitto di direzioni mai univoche, sempre duplici, triplici e forse infinite! Che gioia, cara maestra, c’è Walt Whitman che fa l’amore con la signora Dalloway, laggiù, proprio accanto alla tana del Bianconiglio, e poi Borges chiacchiera con il Marco Polo di Calvino, e parlano di sesso, Van Gogh e dell’ultimo libro di sant’Agostino, un romanzo d’avventura con i fiocchi!

Se ci svegliassimo, accorgendoci che la letteratura è un gioco, proprio come la vita, e la smettessimo una volta per tutte di chiederci, tutti seriosi: “Che cosa significa?”, iniziando a chiedere invece: “Che cosa posso farne?”, avremmo parole liquide, corsi e ricorsi di sensi nuovi, nessun senso unico, pluralismo e non più monolitici manuali che dicono che cosa pensare, quando pensare e perché pensarlo. Se ci svegliassimo, da liberi pensatori, vedremmo esplodere dalle pagine di Nietzsche uno Zarathustra vestito da robot di Asimov, e persino Hegel ci parrebbe più divertente e sensato, con uno Zeitgeist che canta al posto di mormorare! E poi, i pianeti di Lem dentro gli occhi di Dracula, mentre questi chiacchiera con il licantropo Jung, parlando di sua madre e dei fratelli, tutti accaniti sostenitori delle teorie di Hume, che fuma uno spinello in riva a un fiume insieme a Parmenide.

Se iniziassimo a fare così, ci accorgeremmo che i libri sono vivi, più che mai, e che da essi è semplice far fluire un nuovo modo di pensare, ripensandoli e giocandoci liberamente. Non c’è niente di più presente dell’immaginazione, sia essa immaginata sette secoli fa, tredici minuti or sono oppure dopodomani, da un bambino che abbia appena aperto Bomb, di Gregory Corso, leggendoci la più bella storia d’amore nell’antistoria dell’umanità.

Avremmo ancora di che meravigliarci così, signora maestra, e io amo meravigliarmi, anche a costo della follia.

Ora ti chiedo scusa, devo incontrarmi con Shakespeare, andiamo a giocare a biliardo con Dante e Petrarca, fuori dalla polvere dei manuali, in una accaldata notte di mezza estate, proprio oggi, che fa così freddo fuori, ed è così caldo dentro.

***

(inizialmente pubblicato qui)

Scacchi matti

scacchiA raccontar gli scacchi ci si perde la testa, dice il re decollato.

E raccontarvi com’è che il sovrano ha perduto il cranio puntuto, cristianissimo bardato di croce cattolica bucolica? Com’è raccontarvi la guerra de’ scacchi, scrivendo senza malizia il vicendevole massacro de’ pedine innocenti?

C’è il re-scacco da metter nel sacco, matto direte, e invece no: pigro e goffo, di passo in passo girovago tra i quadri, ma non sa nulla di musei. Eletto da nessuno, perfetto per nessuno, sovrano per divin diritto, ma dir retto è dir troppo. Balza per arroccarsi, ma non divampa d’emozione per i Rolling Stones, come quelli che al rock arsi. Per salvarsi la pellaccia mette tutti in allerta, e questo è il realismo del re stracco: sacrifica persin la sacra fica per salvar il pisello regal.

C’è la regina-scacco, temuta e muta, ritta e zitta, mossa da estinto materno, pronta a divorare pure i figli. Lei non allatta ma allotta, non infonde amore ma diffonde timore. Eppur, con tutta quest’amazzone dominanza, ancor se ne sta all’ombra del sovrano coglione, in attesa dello scacco scemo, puntuale come l’arrocco.

Gli alfieri, obliqui ubiqui, fieri in fieri di agonale agone, agonizzanti alla gonna della regina-scacco, proteggano dall’oltraggio la regale famiglia, sacrificando sguardi di traverso, strategie oblique, diagonali frenesie.

Poi il cavallo, che di cavillo in cavillo disegna elle e balza sulle teste-scacco di amici e nemici. Nutrisce l’attacco e nitrisce d’arrocco, scalpita di morte ma capita che muoia. Il cavallo, di saltello in saltello sorvola avversario e fratello, sopra loro vola e caca, scavalcando cavallo e cavaliere, ma con mestiere.

Torre d’avoir-faire di verticale orizzonte, s’arrocca tarocca granitica e salvifica. La torre non corre, accende il motorre e rotola ben dritta, così l’han scritta. È dura, è pietra, ma un piccolo pedone la può sgambettare: lei stramazza, s’ammazza, rovina, scontrosa, sfrantuma di puzzle, in scacco pazzo di pezzi grezzi.

Il pedone, clone di cloni, figlio dei figli di nessun sovrano, prima linea, scacco da macello, nano di letame letale. Meno importante d’uno scarafaggio, sarà saggio? Eppure, eccolo duellare con cavalli, cavilli, alfieri fieri e inferi torrebondi. Eccolo, dal basso all’alto, dal fondo al tetto del mondo. Eccolo, il pedone, che nessuno ama perché sarebbe pedofilo. Eccolo, il pedone scavezzascacco, infingardo, imprevenibile, sotterfuggino! Eccolo, sbalza scalza contro ogni previsione! Eccolo, infilza la smilza, destituisce chi nitrisce, aborre la torre, trafigge e sconfigge, sfiora l’alfiere l’ammazza lo strazia!

Eccolo, un quadro alla volta insegue il sovrano, che canta d’affanno e grida spaura! Eccolo, il re-scacco quasi nel sacco, corona sul pacco sudore sfiancato!

Anarchico pedone” urlacchia il reietto, “brutal nanaccio” sbraita lo scostumato! Eppure il nanaccio persiste insiste esiste, un quadro dopo l’altro, e non c’è arrocco che tenga, non c’è regina che venga! Eccolo, il pedon pedone lancillotto in pugno e sguardo assanguato nell’occhi! Avanti, brutal scherzetto di natura balorda, taglia e non ricuci, decapita e non incolla, sventra e non rammenda! Ché pur nello scacco il re è della stessa tua materia: merda!

Eccolo, pedoncin coraggioso, ultimo baluardo del popoletto tutto, colla lama giocosa s’incula s’infila si scotenna il sovrano, ed ecco lo scaccomatto, ecco lo scaccoculo, ecco il culomatto del sovrano impalato!

La scacchiera sta in silenzio, insanguinata di bluastro plasma. Solo il pedone nanaccio infingardo, solo lui reietto resta in piedi dopotutto. Le torri son crollate, i cavalli falciazzati, l’alfiere decollato, la regina martoriata, il sovrano sbandierato.

E ora, a te la scelta: ribadir la follia innalzando un nuovo re, per dissanguare un altro mondo a colpi di scaccopazzo, o camminar lontano, l’onta no, non la puoi vivere ancora.

Scacco dannato bruttone assassino, fai la tua scelta: se morir da suddito pedone o vivere da libero scacco infingardo.

Non ti resta che la testa, calva e scolorita.

Non ti restan che la scelta, la rabbia e questa vita.

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(inizialmente pubblicato qui)