Milano, 11.7: “Il Cielo di Tolkien”

Eventi, Narrativa

Per la terza volta sotto la cupola del meraviglioso planetario di Milano si terrà lo spettacolo “Il cielo di Tolkien”, un meraviglioso viaggio nell’astronomia della Terra di Mezzo! Un’occasione unica per vivere un’esperienza straordinaria tra scienza e immaginazione, tra realtà e fantasia!

«Aiya Eärendil Elenion Ancalima!»
«Ti saluto o Eärendil, la più luminosa delle stelle!»
Il Planetario può regalarci il cielo stellato che si vede da ogni angolo del mondo. Ma la volta celeste di un mondo immaginario? L’universo creato dalla penna di Tolkien è ricalcato sul nostro per le lingue parlate, la mitologia e, naturalmente, per il cielo stellato. Con l’uso del Planetario potremo quindi osservare quanto c’è di reale nell’universo Tolkeniano e quanto c’è di questo universo nella realtà. Ci immergeremo in una fantasia che non è composta solo di magia, ma anche di stelle che sorgono e tramontano, di costellazioni ancestrali che si stagliano oltre la Terra e che permettono ai personaggi, ma soprattutto ai lettori più attenti, di orientarsi in quella vasta terra meravigliosa chiamata “Fantasia Umana”.
«Naturalmente la narrazione viene al primo posto, ma suppongo che la solidità di un mito si misuri anche sulla capacità di resistere a un’analisi razionale»
J.R.R. Tolkien

Quanto costa?
5€ l’intero, 3€ il ridotto per minorenni e over 65
Quanti posti ci sono?
375, è il più grande planetario d’Italia!
C’è la prevendita?
Sì, 200 biglietti sono disponibili al sito http://booking.lofficina.eu
Per altre informazioni: http://lofficina.eu/

La Fobia del Moderno

Narrativa

Esiste una diffusa tendenza a considerare come inesorabilmente superati, in campo filosofico, gli autori cosiddetti “moderni” come Spinoza, Kant, Leibniz e altri. Questa tendenza, avviata soprattutto dopo le rivoluzioni scientifiche, cognitive e tecnologiche del secolo scorso, ritiene obsoleto il pensiero scaturito da tali autori, e se nella migliore delle ipotesi lo prende in considerazione quale prima traccia del contemporaneo (da guardarsi perciò con quella diffidente e paternalista ammirazione che tributiamo alle prime pellicole del cinema in relazione ai film di Nolan o alle pitture rupestri in relazione a Klimt), nella peggiore lo deride in pubblica piazza come se fosse il balbettìo di uomini ingenui e poco preparati alle sfide della contemporaneità.

Ciò che in questo modo si perde di vista è l’attualità delle riflessioni dei vari Spinoza, Leibniz e Kant, l’efficacia delle loro trattazioni e l’utilità che esse possono rivestire nello studio di praticamente qualsiasi campo di applicazione a noi coevo. D’altra parte, timide reazioni a questa ottusa incomprensione del moderno (ma sarebbe più opportuno chiamarla “fobia” del moderno) cominciano ad arrivare. Mi vengono in mente le ricerche di Antonio Damasio, con i suoi bellissimi testi “Alla ricerca di Spinoza” e “L’errore di Cartesio”, in cui viene svelata in modo eclatante l’importanza delle intuizioni di Spinoza e altri moderni in un campo così spiccatamente contemporaneo come quello delle scienze cognitive. Altri autori iniziano timidamente a riutilizzare il pensiero moderno per superare alcune delle impasse nelle quali la postmodernità ci ha portati, soprattutto nell’ambito politico: le riflessioni di Kant sul diritto naturale, quelle di Leibniz sul significato della soggettività o quelle di Locke sul concetto di proprietà sono tornate alla ribalta e dimostrano che non è certo il trascorrere dei secoli a rendere meno efficaci alcune intuizioni filosofiche.
Poi, è ovvio che non tutto va preso per buono: le idee di Locke sul concetto di razza non possono certo resistere ai cambiamenti concettuali e sociali degli ultimi duecento anni, così come la concezione deterministica Spinoziana difficilmente riuscirà a sopravvivere alla prova della fisica quantistica. È assolutamente ovvio che recuperare le intuizioni di tali pensatori non significa affatto prendere per buono il 100% di quanto da essi sostenuto, ma considerarli inutili o ridicoli soltanto perché provenienti da un’epoca diversa dalla nostra (diversissima se guardiamo alle tecnologie, alla scienza e alle scoperte, ma praticamente uguale se osserviamo i comportamenti e gli atteggiamenti dell’uomo nei confronti di sé) rappresenta un’ottusità parimenti inaccettabile.

La grandezza della filosofia (così come della letteratura) sta proprio nel fatto che i secoli non incidono sull’efficacia della conversazione che possiamo intrattenere con un autore vissuto trecento anni fa, né le sue idee perderanno di significato o utilità sulla base del tempo trascorso. A rendere inefficaci le riflessioni di un autore è un pensiero che possa dimostrarne la falsità argomentativa, l’invalidità logica, ma arrivati a questo punto non possiamo che constatare come, con tutta la scienza e conoscenza, con tutto il progresso e la tecnologia, autori come Kant e Spinoza ancora non abbiano subito un tale destino e di come il loro pensiero debba essere sempre affrontato come un serio avversario o sostenitore del progresso umano.
Se perdiamo per strada questo patrimonio e con l’arroganza dei contemporanei ci limitiamo a guardare ad essi come a statue ci cera, rischiamo di smarrire un inestimabile valore che forse non ci dirà nulla su come si comportano i bosoni in alcune condizioni particolari, o non ci darà indizi sulla costruzione degli algoritmi di Amazon e Facebook, ma potrebbe darci grandi spunti di riflessione sul ruolo che intercorre tra datismo e diritto naturale, sulla relazione tra immigrazione e identità, sulla natura delle idee e del senso del sé, tutti temi che sono rimasti centrali e quasi immutati fin dalla notte dei tempi.

Il postmoderno ha avuto forse questa grande colpa: convincersi dell’insignificanza di quello che è venuto prima di sé, un’insignificanza che non porta ragioni ma che delinea una vera e propria fobia del moderno. Nessun pensiero che nasca dalla paura dei propri predecessori avrà lunga vita.
E se noi vogliamo avere vita, dobbiamo cominciare a guardare con serietà a coloro che prima di noi hanno pensato in modo diverso da noi.
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elogioIl 6 giugno è uscito “Elogio dell’idiozia”, il mio nuovo libro per edizioni Tlon. Lo puoi trovare su Amazon (QUI in formato ebook) o IBS!
Sabato 30 giugno e domenica 1 luglio sarò a Torino per due eventi correlati al libro! Non mancate!

La Realtà Eccedente: Solaris e la Razionalità

Filosofia, Narrativa
Come molti di voi sanno, Solaris è il mio romanzo preferito. Lo è per molti motivi, ma per una frase in particolare: “Sto parlando di Solaris, ma non è colpa mia se diverge così drasticamente dalle tue aspettative“.
 
Che cos’altro è la realtà infatti se non ciò che diverge drasticamente dalle nostre aspettative? Se ci pensiamo bene, tutta la nostra esperienza razionale del mondo è costruita intorno alla corrispondenza tra realtà e aspettative: costruiamo ipotesi su quello che troveremo là fuori, cosicché maggiore sarà la corrispondenza tra questi due poli e maggiore sarà la nostra capacità di sopravvivenza. Questo è per esempio il linguaggio, quando ci relazioniamo agli altri: parliamo sempre e solo di aspettative, di risultati attesi, e speriamo che l’altro ci presenti qualcosa che sia in linea con quelle aspettative. Maggiore è la diversità con cui ci troviamo a relazionarci e maggiore sarà la divergenza tra ciò che ci attendiamo e quello che la realtà ci presenta. Ad esempio, se mi relaziono ad un primate avrò maggiori chance di trovare corrispondenza tra il mio e il suo comportamento, mentre quando mi relaziono ad un falco oppure ad un pesce quella corrispondenza scende in modo sensibile, anche se non a zero (dal momento che, condividendo parte dell’ecosistema e persino della storia evolutiva, qualche punto di contatto potrei trovarlo: essere creature visive, conoscere una forza di gravità similare, usare ossigeno per sopravvivere, et cetera).
 
Quando le nostre aspettative vengono così corrisposte, totalmente oppure in parte, abbiamo la possibilità di far sopravvivere le immagini che produciamo di noi stessi: il linguaggio, le apparenze, le costruzioni sociali, collettive, le convenzioni. Soprattutto nella comunità umana, dal momento che noi ci relazioniamo sempre all’altro ponendo di fronte a noi stessi uno schermo di rappresentazioni: le parole, i gesti, i comportamenti, gli abiti, lo status, e tanti altri grandi e piccoli elementi che servono a confermare le aspettative che si producono su di noi e a reiterare il senso di familiarità che è necessario per portare avanti un rapporto con un’altra entità. Questo insieme di rappresentazioni non sono propriamente finzioni, non servono necessariamente a mentire, ma sono necessarie a nutrire la possibilità di costruire una relazione con chi ci sta attorno: la socialità si gioca tutta nella capacità di edificare un solido edificio di rappresentazioni del sé che esiste in virtù della consapevolezza che anche gli altri faranno lo stesso. 
 
Esistono però alcune esperienze radicali che rompono in modo irreparabile tutto quel sistema di schermature che spontaneamente produciamo per controllare il nostro mondo. Solaris rappresenta esattamente questo: un evento che contraddice in modo radicale tutto ciò che l’umano ha prodotto per schermarsi. È proprio quando incontriamo qualche cosa che non ci dà la possibilità di far sopravvivere le nostre aspettative che ci troviamo nudi di fronte a noi stessi. È quando la realtà “diverge drasticamente” dalle nostre attese che siamo costretti a mostrare quello che siamo veramente. E quello che siamo, nella maggior parte delle volte, è qualcosa che non vorremmo mai comunicare agli altri e che soprattutto non desideriamo conoscere di noi stessi.
 
Il fatto che Solaris sia il frutto della fantasia di Stanislaw Lem non deve trarci in inganno: esistono molte occasioni in cui il mondo rompe le nostre rappresentazioni e diverge da ciò che ci aspettiamo. La morte è uno di quegli eventi, soprattutto la morte di qualcuno che ci sta molto vicino (come diceva Socrate, “la morte che viviamo è sempre quella dell’altro“). Il fallimento di un progetto di vita, la fine di un amore su cui abbiamo fondato l’intera esistenza e tanti altri sono gli eventi che accadendo disintegrano la possibilità stessa di produrre aspettative in linea con la realtà.
 
Non basta dire che ciò che non è razionalizzabile non è conoscibile, e perciò non va studiato o compreso, perché ciò che non è razionalizzabile accade comunque, ci colpisce in pieno, investendoci con tutta la sua carica di realtà che fa esplodere le nostre rappresentazioni e le nostre aspettative. La realtà è sempre molto più vasta, enorme e piena di quanto la nostra mente possa aspettarsi.
Possiamo solo sperare che quando il nostro Solaris si presenterà a noi saremo pronti ad arrenderci, in pace con noi stessi.
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elogio

Il 6 giugno è uscito “Elogio dell’idiozia”, il mio nuovo libro per edizioni Tlon. Lo puoi trovare su Amazon (QUI in formato ebook) o IBS!

Roma, 3 giugno: L’Alieno Dentro (conferenza)

elogio dell'idiozia, Eventi, Filosofia, Narrativa

Domenica 3 giugno due eventi stupendi a Roma: la conferenza “L’alieno dentro” e la prima presentazione in anteprima nazionale del mio nuovo libro “Elogio dell’Idiozia”. 
La prenotazione per entrambi gli eventi è consigliata e si può fare da QUESTO link e da QUEST’ALTRO link!
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La fantascienza rappresenta il genere che più di tutti è riuscito a toccare corde filosofiche, nel corso degli ultimi decenni. Tra letteratura e serie TV, cinema e libri, la questione sollevata dalla fantascienza è la stessa che attanaglia da sempre i filosofi: “Chi sono mai, io?”
Un viaggio tra Philip K. Dick e Lovecraft, Solaris e Cthulhu, per scoprire i veri tesori filosofici che stanno sotto la coltre delle storie fantastiche. Due ore di conferenze che ti permetteranno di cambiare l’idea che hai della fantascienza e dell’immaginazione.

La conferenza si terrà domenica 3 giugno 2018 dalle 16 alle 18 a Roma, presso la Libreria Teatro Tlon. Il costo di partecipazione è di 10 euro e i partecipanti avranno un interessante sconto sull’acquisto del mio nuovo libro “Elogio dell’idiozia” (che sarà presentato subito dopo la conferenza, alle ore 19. La prenotazione è consigliabile e si può fare da QUESTO link.

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Opinione ed Appartenenza

Narrativa
Poter cambiare opinione è una grande ricchezza. Significa saper prendere le distanze dalle proprie convinzioni e rendersi conto che il mondo è molto più complesso di quanto il mio impianto concettuale e interpretativo mi mostra di volta in volta.
Mi rendo conto che oggi sta diventando sempre più difficile saper cambiare opinione. Questo dipende dal fatto che l’opinione non è più qualche cosa che nutro nel mio privato, che confronto con le mie letture e le mie esperienze e che condivido magari con la sola stretta cerchia dei miei affetti. Oggi l’opinione è tratto distintivo di un’appartenenza, la divisa da indossare per cameratismo, il segno distintivo del fatto che faccio parte di una determinata comunità.
Fin quando l’opinione era una cosa privata, concessa soltanto a coloro di cui avevo fiducia, cambiarla significava avere il tempo, la possibilità, la pazienza di spiegare, razionalizzare, far comprendere quel cambiamento. Soprattutto, non comportava il rischio di venir ostracizzato, espulso dalla comunità, dalla cerchia. Oggigiorno, essendo l’opinione diventata pubblica e manifesta, cambiarla significa disattendere le ritualità, le cerimonie, le convinzioni, la semiotica e la grammatica della mia appartenenza.
Perciò, all’interno della mia “comunità di opinione” non si propongono letture alternative ad essa, non si discute con chi non fa parte della cerchia, non si parla di concetti, idee o fatti alieni a ciò che si ritiene normale e ammesso in quel determinato contesto. All’interno della mia comunità siamo al sicuro nel pensarla come abbiamo deciso di pensare e non dobbiamo temere alcuno sconvolgimento dell’ordine stabilito.
E se qualcuno ha la (s)fortuna di imbattersi in un dubbio, magari perché in libreria gli è caduto sul piede un libro che afferma l’esatto opposto di quanto tutti noi pensiamo lì dentro, o perché si innamora di una persona che sostiene idee contrarie alle nostre, allora dovrà guardarsi bene dal farsi persuadere da tutto ciò. E nel caso cambiasse idea, gli renderemo impossibile restare all’interno della nostra comunità. Come ha osato portare qui dentro un po’ di alternativa?!?
Cambiare opinione oggigiorno è difficile perché può significare dover ripartire da zero, vedersi espulso dalla propria comunità di appartenenza, veder cancellate amicizie, conoscenze e affetti. I pochi che hanno il coraggio di cambiare idea dovranno arrendersi a questo brutale fatto.
E nessuno mi farà cambiare idea a riguardo.