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Brani pubblicati in precedenza nel blog delle transformazioni.

Lo Sapevi?

questo è un racconto da sussurrare. 

lo sapevi?
sapevi che il pensiero è il rumore prodotto dalle cose dentro di noi quando muoiono? che ci sono ricordi inseriti così a fondo nell’anima da frantumarsi per il troppo peso segreto, che quando si frantumano diventano un’idea di cui non sai l’origine? sapevi che quella memoria in cui abbiamo passeggiato tra le stradine di un paesino sperduto è diventata il bambino zoppo del mio nuovo romanzo? che se stai in silenzio sufficientemente a lungo puoi sentir scomparire il ricordo della collina che domina il paesaggio, del muro di mattoni che abbiamo fissato durante tutta quella notte senza nome, della voce anziana che ci chiama per il pranzo durante un assolato agosto di qualche epoca fa? che tutto questo può diventare una pelle d’oca davanti alla scena stupida di un film, un arrossire di guance davanti allo specchio solitario, una risata insensata mentre guidi verso equitalia? sapevi che il pensiero fa rumore, lo stesso rumore delle molecole d’acqua che sgomitano, lo stesso rumore di un lenzuolo ripiegato nell’armadio?
sapevi che a volte ci succede qualcosa senza sapere il perché, proprio come alla terra capita uno smottamento per via di qualche crepa distante nel tempo e nello spazio di cui nemmeno la terra ha la minima memoria? sapevi che siamo la geologia approssimata dei nostri pellegrinaggi? che basta un nonnulla per frantumare qualche struttura profonda, fragile ma portante, e trovarsi diversi da come si era senza alcuna possibilità di accorgersene? sapevi che a tutti capita un click che manda tutto all’aria, che suscita un’idea malsana, che rivolta la pelle e l’anima come il calzino spaiato che t’ho lasciato sotto il letto in tempi antichi?
lo sapevi che siamo scatole buie in cui accadono cose buie che ogni tanto, per pura casualità, ci rendono felici?
sapevi che ci portiamo dietro i difetti di quando eravamo io rettile e tu uccello? che trasciniamo con noi la storia universale delle nostre piccolezze, di ogni volta che abbiamo cambiato pelle e occhi, lingua e voce? che siamo fatti per il centopercento di non-ne-ho-idea e per lo zeropercento di desideri? sapevi che ho deciso di baciarti perché è stato tutto deciso dopodomani, da un futuro click che cambierà tutto, magari la stessa sensazione di quel bacio che verrà dimenticato come tutto, come me, come te, come noi, come il mare, come il pianeta e la polvere sotto i tuoi piedi insabbiati?
lo sapevi?
sapevi che mi porto dentro un demone millenario che bestemmia al centro del mio cuore e che non ha alcuna consapevolezza di ciò che è, un po’ come me, un po’ come te?
lo sapevi che qualcosa ha appena fatto rumore dentro di te? ed è un pensiero che non sai.

Natura e Scrittura

che cos’è che ci fa scrivere?
un atto così vanitoso ed inutile, pensaci bene: scrivere, perché, per chi, per quando. scrivere una storia, inventarsela, crearne ambienti e caratteri, disegnarne contorni, forgiare avvenimenti. scrivere e ascoltare parole mai pronunciate, sentire nostalgie per luoghi mai esistiti. scrivere, raccontare il mai raccontato, che eppure è così familiare, così vicino nell’essere distante. scrivere, per incontrare ciò che si crea, insomma scriversi, scrivendo.
foucault diceva che si scrive sempre l’ultimo libro possibile, si scrive affinché il linguaggio esaurisca ciò che è possibile esprimere. si scrive per finire il mondo, come i nove miliardi di nomi di dio, come il popolo del tappeto di pratchett, come una cabala narrativa che non ha nulla a che vedere con la religione. e forse lo sto scrivendo, l’ultimo libro possibile, l’ultima parola possibile, l’ultimo abisso al quale affacciarmi, solo per accorgermi che c’è di più, che la lingua non può esaurire il linguaggio, che si scrive sempre un’utopia, per l’utopia.
sto scrivendo la tua lontananza e il pensiero di te oltre me, sto scrivendo i possibili sentieri del futuro che ci sta alle spalle, sto scrivendo tra le righe ciò che non so dire, ciò che non ha parola per esser detto. sto inventando le vie d’uscita per ritrovarci in uno specchio, sto rompendo gli specchi oltre cui c’è qualcosa di più d’un riflesso. sto scrivendo me in te, te in me, sto ricercando, creando, perdendo, dimenticando ed esorcizzando. sto parlando di mondi a venire per popoli defunti, sto risarcendo chi non ha più vita da spendere, sto permettendo ai miei posteri di risarcire me quando non avrò più vita da spendere.
non sto scrivendo, sto venendo scritto. non sto raccontando, sto venendo raccontato. qualcuno ha deciso di narrarmi insieme a te, insieme a queste dita che producono una storia, venendone prodotte. siamo il risultato di ciò che ci accadrà e ancora una volta, tutto ciò che possiamo fare è rimettere in discussione il nostro passato, unica libertà che il pensiero ci impone di fronte.
sto scrivendo, vivendo. sto vivendo, scrivendo. sto snocciolando il tempo, producendolo, e maggiore sarà il tempo prodotto attraverso le mie parole, più saranno le vite che potremo vivere, condividere, raccontare, di cui far tesoro. non è vero che una persona che legge e scrive è migliore di una che non lo fa. vero è che una persona che legge e scrive non è una persona, ma è tutte le persone che hanno popolato quella scrittura e quella lettura.
e noi siamo tanti, in tanti ci incontriamo, in tanti ci siamo baciati, in tanti ci manchiamo, in tanti ci pensiamo, in tanti ci attendiamo, in tanti ci riabbracceremo.
scrivere è brulicare.

Storia del Tempo Rovesciato

Compi quel che devi, è già
da sempre compiuto e tu puoi soltanto risponderne.

Un mattino mi sono svegliato in un tempo rovesciato, abortito, rivoltato. Era un tempo a ritroso che camminava all’indietro mentre io continuavo a procedere in avanti, in realtà fermo sul posto. La visione m’imponeva attenzione: era come se il futuro si potesse solo ricordare, il passato solo prevedere. Era come se al posto di contare i minuti, fossero i minuti a snocciolare me, un istante alla volta. Mi fermai, atterrito, consapevole di non star sognando. Anche se l’orologio procedeva in avanti (che ne potevano sapere infatti i meccanismi di quella mia visione?), il tempo procedeva al contrario: non avevo potere sul mio futuro, era già tutto accaduto; ciò su cui potevo agire era il mio passato, unico elemento indeterminato del mondo. Il tempo era rovesciato, io spaventato. La morte mi stava alle spalle, la nascita innanzi. Vivevo in una clessidra scossa, capovolta, ma senza smettere di cadere verso l’alto, granello di sabbia. Più tardi nella mia vita avrei potuto decidere che cosa fare dei miei quindici anni, ma dei miei ottantadue anni non potevo farne più nulla: li ricordavo, così come saranno stati, com’erano stati, determinati e già accaduti nel futuro dietro di me. Avrei cambiato il destino della mia infanzia non conoscendola, ma della persona che avrebbe trascorso con me tutta la vita ricordavo ogni cosa. Era il tempo ad essersi rovesciato oppure ero io ad avergli voltato le spalle? Il tapis-roulant stava giocandomi un brutto scherzo o m’ero semplicemente svegliato io dal lato sbagliato della storia? Ogni mia decisione avrebbe modificato il corso passato del mondo: una farfalla schiacciata avrebbe determinato un diverso esito d’una guerra napoleonica, ma quella farfalla schiacciata sarebbe stata il frutto di tutte le determinazioni già accadute nel mio futuro. Uno starnuto proveniente dai 150 anni successivi alla mia morte, ed ecco che il mondo sarebbe cambiato nel passato da cui proveniamo. La clessidra era rovesciata, il tempo specchiato, la vita distorta, la morte scavalcata. Nessun Eterno Ritorno, nessun istante, solo la consapevolezza che il passato cambia, il tuo agire non va verso il futuro, il tuo punto di vista muta il vissuto, non l’ancora-da-vivere. Distaccato, scollato da ogni concretezza, stralunato da quell’allucinato evento mi sono rimesso a dormire in un tempo rovesciato, abortito, rivoltato, e addormentandomi allora ho cambiato il corso della preistoria, sapendo che il futuro è già tutto compiuto. Solo il desiderio mi ha salvato.

Che Nome Dare Ai Confini

ce ne faremo una ragione.
di che cosa, mi chiedi? del filo ininterrotto che ci disegna e ci definisce, nonostante tutte le nostre corbellerie, nonostante gli smartphone e i sacchetti di plastica, nonostante le serie tv e i viaggi interspaziali. ce ne faremo una ragione, di questo mare ribollente che non sta in un bicchiere, figuriamoci nel cosmo. ci faremo una ragione di questa sensazione d’essere sempre qualcosa d’altro rispetto a ciò che gli altri ci dicono, rispetto a ciò che noi stessi ci diciamo. ce ne faremo una ragione, componendo il prossimo numero di telefono, scaricando la prossima app, osservando l’ennesimo dito rivolto alla luna. ce ne faremo una ragione, insegnando agli altri ciò che non abbiamo mai voluto imparare.
ce ne faremo una ragione.
a che scopo, mi chiedi? allo scopo di non soccombere, che domande? allo scopo di non perderci, anche se ci siamo perduti, anche se le strade hanno preso un bivio infinito, una tangente asintotica verso qualcosa che potremmo chiamare persino un universo parallelo. allo scopo di ritrovarci, anche se non incroceremo mai più le strade, anche se non ci sapremo più vedere, nemmeno guardandoci. allo scopo di non varcare più i limiti, nonostante siano saltati tutti, come le colline, come le montagne, come il mare ribollente che c’è, nonostante tutto, nonostante i calendari, nonostante il tempo, nonostante i neutrini e le pagine mai scritte.
ce ne faremo una ragione.
ma per chi, mi chiedi? una ragione per i folli che non hanno voce, per i nostri genitori che non hanno futuro, per i nostri figli che non hanno possibilità. una ragione per il lavoro che non avremo, per gli hobby che non incontreremo, per i video che non gireremo. una ragione per te che sei da un’altra parte che pensi d’aver capito, una ragione per me che ho scelto un’altra parte che non ho capito, una ragione per noi che non ci siamo mai incontrati.
ce ne faremo una ragione.
e passeremo la vita nel dare un nome a questi confini.

L’indizio

vi siete nascosti tutti tra le righe?
parlo a voi, momenti di sonno e di sogni vissuti da chissà chi, a voi, attimi d’incoscienza accaduti in qualche anfratto di chissà quale memoria. vi siete nascosti tra le righe che ho scritto, mi sono fatto scrivere da ogni riga che non ho immaginato, che ho creduto di non aver immaginato. parlo a voi, pensieri sfrecciati nel cervello e mai emersi alla mia poca consapevolezza, a voi, memorie prive di etichetta che mi fanno muovere furiosamente senza che io conosca il perché. vi siete nascosti tra le pieghe delle mie frasi celebri, dietro ogni ombra proiettata dal sole di quando ero addormentato. vi siete presi gioco di me, popolando le parti della mia mente che conosco meno, illudendomi d’essere qualche cosa di consapevole. mi prendete in giro vivendomi alle spalle, mentre credo di procedere in avanti, invece sto fermo nei millimetri quadrati di un frammento di me. parlo a voi, discorsi dimenticati con i miei migliori amici, speranze avute da chissà quale disperazione senza voce, desideri voluti da qualcuno che mi alberga dentro senza permesso di soggiorno, paure urlate da silenzi d’altri. tra le righe che ho scritto ci sono più parole di quante abbia pensato di pensarne. tra i momenti di coscienza esistono molti più me di quanti ne abbia partorito il multiverso. parlo a voi, vite che non ho vissuto io: dove sarà mai il me stesso architetto, o quello che amò una sola donna dai 12 anni ai 90? dove sarà mai quella poesia che mi sono suggerito in sogno, ma ho scordato al momento della sveglia? dove sarà il mio me morto a 15 anni, e quello omicida a 21? dove sarà il mondo in cui io non sono? dove saranno gli istanti che ho creduto di non vivere, mentre il mio corpo era attraversato da elettricità e sostanze, mentre la mia mente era di qualche altro me? ho pochi indizi assai per ricostruire questi piccoli pezzi di universo, sparsi dentro luoghi che non posso raggiungere. ma li cerco, incessantemente, rivolgendo lo sguardo indietro ai luoghi che ho visitato e quelli che non ho visitato, volgendo gli occhi al domani che vivrò e a quello che non vivrò. parlo a voi, uomini che avrei potuto essere, donne che mi stanno tra le costole, bambini che avrei potuto e nemici che avrebbero potuto. parlo a voi, possibilità, coscienze, incoscienze e impossibilità. parlo a me, più o meno nascosto tra le righe che mi separano dagli indizi. ho capito solo che uno degli indizi più importanti è sulle labbra di lei, che si scrive tra le mie righe mentre io mi scrivo tra le sue. ho capito solo che uno dei sentieri è uscire di me per rientrarvi più tardi, scoprendo qualche cosa in più, deviando il percorso dentro di lei. ho capito che l’indizio sta in una scorciatoia che allunga il sentiero.
parlo a voialtri me stesso, inconsapevoli mentre vi rubo queste righe.
parlo a voialtri me stesso, prima che riempiate il bianco tra queste righe rubate.