L’urlo di Pattinson in “The Lighthouse”

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Non riesco a smettere di guardare l’urlo di Thomas Howard di fronte alla luce del faro di “The Lighthouse”. Un urlo lungo e sordo che all’inizio è una risata e alla fine si trasforma in un collasso. Un urlo che ho guardato e riguardato, ogni volta sentendo un brivido scendermi lungo la schiena. Un urlo che ha continuato a riproporsi per giorni e giorni. 

Un urlo che non riesco a smettere di guardare. Qualcuno potrebbe dirmi: “Non riesci a smettere di guardare il film, insomma?” ma no, è proprio la scena dell’urlo da cui non so staccarmi, e voglio capire il perché.  

“The Lighthouse” è un film del 2019, diretto da Robert Eggers, che racconta la storia di due marinai stanziati su un’isola sperduta nel mezzo dell’oceano a guardia di un faro. La storia mette insieme alcune leggende del mare, come quella secondo cui i gabbiani conservano dentro di sé le anime dei marinai morti durante i loro viaggi, e l’immaginario di autori quali Howard Philips Lovecraft, Edgar Allan Poe e William Hope Hodgson. Il regista dice che in questo film l’atmosfera è tutto: l’oscurità e il dominio delle ombre, la fragilità di un luogo dimenticato dagli dei, l’incertezza di due esistenze legate eppure aliene, quella di Thomas Howard, interpretato da Robert Pattinson, e di Thomas Wake, un magistrale Willem Defoe. Il film calca sull’importanza dell’atmosfera anche grazie alle tecniche di ripresa e la composizione dell’immagine: il formato Movietone che richiama le riprese di inizio Novecento e contribuisce alla sensazione di claustrofobia su cui il film gioca; un bianco e nero che solo ad un occhio superficiale può sembrare minimalista, quando invece è una scelta quasi barocca; una recitazione che a singhiozzo passa dall’essere strascicata e faticosa ad acquisire toni che si rifanno direttamente all’espressionismo tedesco, con monologhi sopra le righe, trasformazioni nella voce e nell’uso del corpo, momenti di pura follia visiva. 

“The Lighthouse” è un film bellissimo, ma la scena dell’urlo di Thomas Howard vale tutto il film. 

Esistono anfratti dell’esistenza nei quali l’unica cosa che possiamo fare è urlare. Si urla per gettare fuori, per disfarci di ciò che gli occhi ci hanno mostrato, si urla per allontanare coloro che stanno avvicinandosi, si urla per dire al mondo “ehi, io sono ancora qui”, spesso appena prima di scomparire. La serenità perduta, la soglia dell’abisso, l’imponderabile alle porte, tutto questo scatena le nostre urla, e di urla ce ne sono molte al mondo, ma solo poche sono memorabili. 

C’è l’urlo dell’androide di Philip K. Dick, il replicante che scopre di essere una copia, di non essere l’originale, di non esistere se non in virtù della volontà altrui. È simile all’urlo di Munch: “Il quadro mostrava una creatura calva e angosciata, con la testa che pareva una pera rovesciata, le mani premute sulle orecchie e la bocca aperta in un immenso urlo muto. Onde contorte del tormento della creatura, echi del suo grido, fluttuavano nell’aria che la circondava; l’uomo, o la donna, qualunque cosa fosse, aveva finito per essere contenuta nel proprio urlo. Si era coperto le orecchie proprio per non sentirlo. La creatura era in piedi su un ponte e non c’era nessun altro presente; urlava nell’isolamento più totale. Tagliata fuori dal suo sfogo, oppure, nonostante il suo sfogo”. È un urlo disperato, quello di chi si sveglia e si accorge che potrebbe non avere un’anima, di chi raggiunge l’insopportabile consapevolezza di essere soltanto un guscio privo di contenuto. Un guscio destinato alla rottamazione, al disuso, all’obsolescenza. Dietro a questo urlo c’è un’inquietante scoperta su di sé, è l’angoscia di conoscere se stessi per ciò che siamo davvero, un passo a cui pochi sono pronti. 

Poi c’è l’urlo di Marion Crane, la bionda che in Psycho si trova faccia a faccia con il proprio assassino. La tenda della doccia viene divelta e l’immagine inattesa della fine imprime lo spavento sul volto della vittima. È un urlo di sorpresa, la peggior sorpresa possibile ovvero quella che d’un tratto disvela il momento del trapasso e che, come uno specchio messo di fronte al sé, mostra il riflesso della propria impreparazione. Dietro a questo urlo c’è un’inquietante scoperta sul mondo, sugli altri: i mostri esistono e hanno preparato la mia morte senza rendermi partecipe di questo piano orribile. L’urlo è l’estremo tentativo di creare una lontananza tra il sé è l’imponderabile, tra il proprio corpo e quello dell’aguzzino. 

Infine c’è l’urlo di Thomas Howard in The Lighthouse, un urlo come mai ne avevo visti al cinema.

Tomas Howard si affaccia sulla luce del faro, una luce proibita e insopportabile che solo un iniziato può affrontare. In effetti, durante l’intero film, Thomas Wake si reca in cima al faro, di notte, e dimostra di avere tutte le carte in regola per rimanere in presenza della luce: la relazione tra Wake e la luce del faro è al tempo stesso quella che esiste tra un adepto e la sua divinità e quella che intercorre tra un dominato e la sua dominatrice. I richiami alla sessualità sono molteplici, presupponendo che per sopportare la presenza di quella luce proibita si debba passare attraverso un lungo rito di corteggiamento. A Wake è concesso di rimanere davanti alla luce perché egli è un iniziato, e la gelosia con cui custodisce quella relazione è la stessa che un amante insicuro mostrerebbe nei confronti del proprio amore impossibile. 

Thomas Howard si affaccia sulla luce proibita e ne viene sconvolto. 

Quella che inizialmente sembra una risata artificiale, quasi forzata, certamente non nutrita da umorismo o gaiezza, si trasforma velocemente in un urlo angoscioso, incontenibile, prorompente. E questa scena non racchiude soltanto il film in sé, ma anche riflessioni che conducono lo spettatore alla domanda fondamentale che alberga al fondo della narrazione: “Che cos’è la vita e che cos’è la morte?” 

Siamo istintivamente dualisti in questo genere di questioni e pensiamo che la vita stia accanto alla morte, che la vita sia una cosa e la morte la sua fine. Siamo in qualche modo convinti che vivere e morire siano due eventi differenti, solo incidentalmente connessi, e mentre viviamo non sarebbe il caso di pensare alla morte. La narrazione biblica si apre proprio con questo genere di dualismi: la superficie e il cielo, la terra e il mare, la luce e l’ombra, tutti dualismi nettamente separati i cui confini sono l’eccezione che dà forma alla loro consistenza e realtà. La terra e il mare sono diversi proprio perché tra loro esiste un sottile confine; la luce e l’ombra sono elementi distinti proprio perché noi riusciamo a discernere il luogo in cui l’una termina e l’altra inizia; e così la vita e la morte sono cose diverse perché siamo programmati per riconoscerne i limiti. 

“The Lighthouse” mette in discussione tutto questo mostrandoci che la più grande illusione dell’uomo è proprio l’esistenza di quel confine. 

La scena dell’urlo racconta infatti una storia diversa sulla relazione tra luce ed ombra, tra suono e silenzio, tra vita e morte. Essa ha inizio quando Thomas Howard apre l’anta che contiene la luce del faro e ne contempla il contenuto divino. In quel momento, non è solo la luce a riempire in modo innaturale il campo visivo dello spettatore, ma anche un suono, un ruvido e alieno rumore di fondo simile a quello captato dai radiotelescopi che ascoltano i confini dell’universo, un suadente stridore ancestrale, un disturbo proveniente da chissà dove, privo di significato eppure pregno di immagini, quel suono pervade l’orecchio di chi guarda e ascolta rendendo tutto il resto sordo e privo di importanza. Mano a mano che l’incerta risata di Howard si trasforma in un’angosciata espressione di terrore estatico, quel suono inizia a ritirarsi, come se venisse scavato, cesellato, da uno scultore voglioso di mostrare ciò che l’informe ha sempre tenuto dentro di sé. Quel disturbo di fondo, quel suono che probabilmente esiste dall’eternità, venendo ridotto a colpi di scalpello, si trasforma pian piano nella voce urlante di Thomas Howard. L’urlo emerge dal rumore di fondo, la voce era come intrappolata all’interno di un suono privo di forma o significato, e il regista compie un lavoro di cesellatura ritagliando l’urlo da quel suono alieno. Proprio come se fosse Michelangelo che, da un anonimo ed informe pezzo di marmo riesce a trarre il profilo del David. Solo che qui il marmo è un divino e antico rumore di fondo e il David è il grido deforme di un uomo incauto. 

Tutta la scena si costruisce sulla sottrazione: si sottrae potenza al suono eterno e disumano facendone emergere l’urlo umano; si sottrae dominio all’oscurità e la luce cresce sempre di più, manifestando ciò che era nascosto; si ritira per un momento il dominio alla morte per mostrare cosa sia la vita, in fin dei conti. 

Non c’è differenza tra il marmo e il David. Non c’è differenza tra il suono alieno e l’urlo di Thomas Howard. Non c’è differenza tra la luce e l’oscurità. Non c’è differenza tra la vita e la morte. 

Tutto è fatto della medesima polpa eterna, e dall’informe, in alcuni strani eoni, emerge la forma, ciò che il nostro occhio può riconoscere come familiare e vicino. Se volessimo usare il tedesco diremmo “Unheimlich”, se volessimo usare l’inglese pronunceremmo la parola “Eldritch”. Ma è l’atto del riconoscimento ad essere la vera illusione: ciò che vediamo, l’espressione umana di Thomas Howard, e ciò che sentiamo, la voce roca del suo urlo, altro non sono che il prodotto di scarto di un atto artificiale, quello del regista, che fa emergere dall’eterno ciò che timidamente possiamo considerare a noi somigliante. 

Questa è la triste esistenza degli uomini, costretti a ritagliare dal Cosmo alcune forme tangibili e significative, pronte ad essere spazzate via nuovamente dalla forza di ciò che ne sovrasta la potenza e i significati. 

Cos’altro è la vita se non un fugace e sottile istante che emerge dall’eternità della morte? In effetti, io passerò qualche decennio in vita per poi trascorrere miliardi di anni in morte. Cos’altro è la luce se non un ritaglio sensoriale nel mezzo di un nero mare di elettromagnetismo? Cos’è la voce di un uomo, del proprio compagno di sventura, della propria amata, se non un’eccezione risibile nel mezzo dello stridore universale che il cosmo erutta mentre si espande verso l’infinito? Stridore che non differisce in nulla da un silenzio sconfinato. 

La vita emerge dalla morte, diventandone la ridicola eccezione, allo stesso modo in cui la voce di Thomas Howard emerge dal disturbo sonoro che pervade l’interezza dell’espansione cosmica. Il senso emerge dal caos poiché l’uomo lo ritaglia dalla vastità di ciò che lo circonda, e ne fa emergere un’isola circondata dai neri mari d’infinito, e può persino porre una luce in cima a quell’isola, ma questo non lo salverà dal momento in cui l’informe, l’indistinto, l’eterno inghiottirà nuovamente ogni cosa, ogni voce, ogni luce, ogni vita. 

Perché non riesco a smettere di pensare all’urlo di Thomas Howard? 

Credo che la risposta dipenda dal fatto che non avevo mai visto tanta potenza filosofica e artistica racchiusa in così pochi fotogrammi. In quell’urlo ho visto il sublime, che è al tempo stesso l’estasi del mistico che contempla il divino e il terrore dell’incauto che inciampa nel mostruoso; ho visto narrata la coesistenza angosciante della vita e della morte, della luce e dell’oscurità, della voce e del silenzio; ho visto descritta l’azione del pensiero umano, sempre indaffarato a ritagliare, scavare, ricavare significati, immagini e parole dal caos indistinto che corrisponde al cosmo di cui siamo figli e contemporaneamente prodotti di scarto. In quell’urlo ho riconosciuto la potente idea del monismo, quella secondo cui non esiste differenza reale tra i molteplici elementi che i nostri occhi, le nostre orecchie, il nostro cervello ritagliano nella Realtà, e che in fin dei conti siamo fatti della stessa polpa degli dei, ma al tempo stesso non possiamo avvicinarci ad essi perché ne verremmo sconvolti. 

Di fronte all’urlo di The Lighthouse sono al tempo stesso attratto e diffidente: vorrei lanciarlo almeno una volta nella vita perché esso nasce dalla contemplazione della Verità, ma al tempo stesso non vorrei mai doverlo lanciare perché ciò significherebbe l’annichilamento della mia stessa esistenza. E non c’è alcuna reale differenza tra questi due impulsi: io sono il risultato del loro continuo avvicendamento. 

Non smetto di pensare a quell’urlo perché è la dimostrazione che la paura e il desiderio, l’attrazione e la repulsione che provo nel mio intimo, sono la stessa cosa. Sono io, eppure non sono io, sono l’eterno eppure sono limitato, sono ricavato da qualcosa di sconfinato, eppure sono qui a pronunciare parole inutili che si perderanno nel cosmo come qualsiasi altra opera compiuta da un essere umano, compreso l’urlo di Thomas Howard in The Lighthouse. 

Ma nel frattempo, mi godo nuovamente questa scena. E ne vengo terrorizzato.  

Swiss Army Man e lo Scandalo della Vita

Recensioni

Che cos’è lo scandalo?
Lo scandalo è quell’elemento della vita che tutti condividiamo necessariamente ma che nessuno ha il coraggio di mostrare agli altri. Per esempio, le scoregge: tutti scoreggiamo, tutti emettiamo gas di scarico dal deretano, ma nessuno di noi si sognerebbe di scoreggiare in pubblico (o perlomeno, nessuno lo farebbe emettendo un suono che segnali il suo gesto in modo incontrovertibile). Persino le donzelle più dolci scoreggiano, e così come loro anche i preti e gli asceti medievali. Eppure, agiamo come se le scoregge fossero estranee alla nostra vita, come se dovessimo seppellirle sotto una maschera. Tutti noi maschietti abbiamo delle erezioni, e spesso queste guidano la nostra vita più dei pensieri razionali, ma nessuno si sognerebbe di mostrare a tutti in pubblico la propria erezione, a meno che non voglia essere denunciato per molestie.
Tutti moriamo, ma nessuno mostra la propria morte, né desidera manifestare la paura del morire.
Swiss Army Man è un piccolo gioiello che parla dello scandalo e della vergogna che esso porta con sé. Un fantastico viaggio, una rara perla di originalità cinematografica che mette in mostra lo scandalo della morte, che scoreggia, si fa guidare da erezioni e ci lascia attoniti, basiti, privi di appigli razionali per capire cosa diavolo stia succedendo alla nostra vita.
In fondo, lo scandalo è la vita stessa, solo che preferiamo non accorgercene e anzi, viviamo come se vivere fosse la cosa più normale del mondo.
Ma non è così.

“And when we meet on a cloud / I’ll be laughing out loud / I’ll be laughing with everyone I see / can’t believe / how strange it is to be anything / at all”

The Post e il Giusnaturalismo

Filosofia, Recensioni

A che cosa serve un governo?

La risposta data dall’ultimo film di Steven Spielberg è piuttosto chiara: a proteggere il diritto di informare, anche a costo della sua sopravvivenza. Si tratta di un cambiamento avvenuto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, che però ancora oggi fatica a venir recepito. Il ruolo dello Stato, dopo i totalitarismi che hanno devastato il Novecento, non è più quello di perpetuare se stesso oltre ogni ragionevolezza, ma quello di ergersi a ultimo baluardo contro chi minaccia il diritto naturale delle persone alla libera espressione e al libero pensiero.

The Post racconta la vicenda che vide protagonisti i dirigenti e direttori del Washington Post nel momento in cui si rese necessario pubblicare documenti secretati dallo Stato inerenti la guerra del Vietnam. In questi documenti Top Secret, emergeva chiarissima non solo la consapevolezza della classe politica, da Lyndon Johnson a John Kennedy, che la guerra era perduta, ma la volontà di utilizzarla a scopi politici, mandando di fatto al macello inutilmente centinaia di migliaia di giovani americani.
E il fulcro della storia sta tutto nel momento in cui la fonte di tali documenti chiede a uno dei giornalisti del Post: “Andresti in galera per far finire la guerra?”
In questa frase c’è tutta la contraddizione contemporanea del ruolo dello Stato: esso dovrebbe proteggere l’incolumità e la libertà dei suoi cittadini, ma al tempo stesso usa la guerra per perpetuare il proprio apparato burocratico. E quando il governo diventa troppo forte, ecco che il potere giudiziario potrebbe seguire le sue orme, incarcerando chi svela alla popolazione la verità.

In ultima analisi, The Post cerca di far emergere quello che realmente è il ruolo della stampa nei confronti del potere: essa, come si dice nel film, “non è al servizio di chi governa, ma di chi è governato” perché l’unica risorsa indispensabile al funzionamento di una democrazia è l’informazione. E quando esiste un’entità che usurpa la prerogativa di fruire liberamente dell’informazione, tenendone nascosta una parte per qualsiasi motivo, come per esempio attraverso l’insensato concetto di “Segreto di Stato”, in quel momento la democrazia fallisce e lo Stato diventa davvero Leviatano.

The Post è insomma un film da vedere, attuale nella critica che viene fatta tanto alla politica quanto alla stampa, nelle deviazioni che stanno prendendo in questi ultimi anni. The Post parla in maniera efficace del giusnaturalismo, ovvero della corrente di pensiero secondo la quale esiste, al fondo del diritto costruito dagli uomini, un diritto più fondamentale, innegabile, naturale, che è la libertà di sapere e di parlare. E se un governo, uno Stato, un giudice tenta di toglierci questo diritto, semplicemente non ci riuscirà: il diritto naturale non lo può togliere un uomo, né un uomo può toglierlo a se stesso. Esso sopravvivrà anche nella più profonda delle prigioni.

Dirk Gently 2: una Super-Delusione

Recensioni, serie tv

Devo ammetterlo: le mie aspettative erano molto alte.
Ma non posso comunque pensare che fosse questo il problema stavolta. Perché se la prima stagione di Dirk Gently era stata un piccolo gioiello di narrativa, perfettamente aderente allo spirito con cui Douglas Adams aveva scritto i racconti riguardanti l’investigatore olistico per eccellenza, la seconda stagione non è soltanto un abbassamento dei livelli, è semplicemente… non Dirk Gently.
Max Landis aveva creato la serie patafisica perfetta, sia nella sceneggiatura che nella messa in scena e nelle interpretazioni. La prima stagione della serie targata BBC era stata uno degli eventi cinematografici più interessanti dello scorso anno.
Ma tutti gli elementi che caratterizzavano l’originalità della serie nella prima stagione, come per esempio la non necessità di dare una spiegazione razionale ad avvenimenti completamente assurdi, l’incoerenza comportamentale a volte spiazzante dei personaggi, l’iperbole narrativa spaesante che lasciava lo spettatore a bocca spalancata ma senza fargli pesare l’estraneità alla comprensione, tutto ciò viene perduto e sovvertito nella seconda stagione, trasformando Dirk Gently in una normalissima serie fantasy priva di originalità e divertimento. Persino il meraviglioso (nella prima stagione) Trio Chiassoso, elemento di pura schizofrenia narrativa che creava uno scompiglio perfetto per mandare avanti il motore della serie, in questa seconda stagione diventa una macchietta metaforica priva di spessore.
E questo non ha a che fare solo con le mie aspettative. È come se dalla serie TV futura sul Signore degli Anelli togliessero tutti i riferimenti a Sauron, tutti i rimandi all’eroismo decaduto di Gondor, tutto ciò che concerne la magia e gli elfi.
A quanto pare, la serie è risultata così indigesta che la BBC ha deciso di cancellarla e non rinnovarla per una terza stagione. Se di primo acchito questo poteva sembrare un danno (l’ho saputo prima di guardare la seconda stagione), ora posso dirlo: Dirk Gently dura soltanto una stagione. E se non l’avete vista, guardatela.