L’intellettuale leccaculo del XXI secolo

In Italia non abbiamo avuto molti intellettuali veri, abbiamo però avuto moltissimi intellettuali “di corte”, ovvero gente che usava la cultura (spesso scarsissima) solo per produrre discorsi che solleticassero l’ego del potente di turno, del governante o del sovrano.
Questi intellettuali, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, si sono infilati dappertutto: università, scuole, televisione, accademie, salotti, poiché la politica (i datori di lavoro insomma) permetteva loro di costruirsi una credibilità non sulle capacità, sulle idee o sul valore di quanto pensavano e dicevano, ma sulle amicizie, sui contatti e sulle compagnie che frequentavano.
Questo è il motivo per cui molti intellettuali si sono sempre affiancati a politicanti, potenti, burocrati et similia: non avendo alcun valore le loro idee, i loro “libri” e i loro pensieri, non potevano far altro che appiccicarsi a qualcuno che avesse il potere di dare loro un po’ di visibilità.
Per chi pensa che la nuova generazione possa sottrarsi a questo giogo, ho purtroppo brutte notizie: il mondo intellettuale imberbe pullula di personaggetti privi di scopo, talento e originalità che però hanno già capito l’antifona e si nascondono sotto l’ala di quel parlamentare o di quel funzionarietto da strapazzo, leccando culi a forma di scranno nella speranza che un giorno qualcuno elargirà loro l’obolo tanto agognato. Questi personaggetti si fanno largo in politica mascherandosi da intellettuali, ma nella realtà dei fatti sono solo individui senza idee che vorrebbero ritagliarsi un posto nel mondo dei potenti a discapito di chi dovrebbe esserci per meriti e capacità.
Questi personaggetti si vantano di tenere lezioni in università, ma non dicono che quel posticino lì gliel’ha tenuto in caldo il parlamentare, il deputato, il funzionario che, impietosito, ha deciso di concedere quel piccolo vezzo al loro ego sgonfiato. Dicono di avere schiere di seguaci, ma non si rendono conto di venir seguiti da altrettanti personaggetti bisognosi di sapere che alla mediocrità c’è un rimedio, e quel rimedio si chiama “leccaculismo”.
E non lasciatevi persuadere quando questi personaggetti diranno che sono mossi da ideali, motivazioni alte, beni superiori: non è vero. Sono mossi da maldicenza, da incapacità e arroganza.
“La loro funzione più importante è giustificare l’esistenza dei loro datori di lavoro” scriveva Raskin a riguardo degli intellettuali di corte, e non ce ne libereremo facilmente perché la mediocrità che la politica produce è molto più forte, molto più consolatoria e molto più massiccia di qualsiasi idea dotata di buone ragioni.
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elogioIl 6 giugno è uscito “Elogio dell’idiozia”, il mio nuovo libro per edizioni Tlon. Lo puoi trovare su Amazon (QUI in formato ebook) o IBS!
Sabato 30 giugno e domenica 1 luglio sarò a Torino per due eventi correlati al libro! Non mancate!

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Doppio Evento a Torino: 30 giugno + 1 luglio

Questo weekend sarò a Torino per il tour del mio Elogio dell’idiozia.
L’associazione radicale Adelaide Aglietta ospiterà infatti un doppio evento legato all’idiozia:

  1. sabato 30 giugno alle 19 la presentazione del libro (QUI il link per prenotare il posto)
  2. domenica 1 luglio dalle 10 alle 18 il seminario “L’intelligenza idiota”, un approfondimento dei temi del libro al fine di rendere ancora più intima la lettura e la comprensione dei concetti in esso espressi (QUI il link per prenotare il posto)

Non vedo l’ora di essere a Torino, città che amo moltissimo, e spero sia pronta ad accogliere l’idiozia in tutto il suo splendore!

Se volete sapere le date di tutti i prossimi eventi, cliccate QUI.

La Fobia del Moderno

Esiste una diffusa tendenza a considerare come inesorabilmente superati, in campo filosofico, gli autori cosiddetti “moderni” come Spinoza, Kant, Leibniz e altri. Questa tendenza, avviata soprattutto dopo le rivoluzioni scientifiche, cognitive e tecnologiche del secolo scorso, ritiene obsoleto il pensiero scaturito da tali autori, e se nella migliore delle ipotesi lo prende in considerazione quale prima traccia del contemporaneo (da guardarsi perciò con quella diffidente e paternalista ammirazione che tributiamo alle prime pellicole del cinema in relazione ai film di Nolan o alle pitture rupestri in relazione a Klimt), nella peggiore lo deride in pubblica piazza come se fosse il balbettìo di uomini ingenui e poco preparati alle sfide della contemporaneità.

Ciò che in questo modo si perde di vista è l’attualità delle riflessioni dei vari Spinoza, Leibniz e Kant, l’efficacia delle loro trattazioni e l’utilità che esse possono rivestire nello studio di praticamente qualsiasi campo di applicazione a noi coevo. D’altra parte, timide reazioni a questa ottusa incomprensione del moderno (ma sarebbe più opportuno chiamarla “fobia” del moderno) cominciano ad arrivare. Mi vengono in mente le ricerche di Antonio Damasio, con i suoi bellissimi testi “Alla ricerca di Spinoza” e “L’errore di Cartesio”, in cui viene svelata in modo eclatante l’importanza delle intuizioni di Spinoza e altri moderni in un campo così spiccatamente contemporaneo come quello delle scienze cognitive. Altri autori iniziano timidamente a riutilizzare il pensiero moderno per superare alcune delle impasse nelle quali la postmodernità ci ha portati, soprattutto nell’ambito politico: le riflessioni di Kant sul diritto naturale, quelle di Leibniz sul significato della soggettività o quelle di Locke sul concetto di proprietà sono tornate alla ribalta e dimostrano che non è certo il trascorrere dei secoli a rendere meno efficaci alcune intuizioni filosofiche.
Poi, è ovvio che non tutto va preso per buono: le idee di Locke sul concetto di razza non possono certo resistere ai cambiamenti concettuali e sociali degli ultimi duecento anni, così come la concezione deterministica Spinoziana difficilmente riuscirà a sopravvivere alla prova della fisica quantistica. È assolutamente ovvio che recuperare le intuizioni di tali pensatori non significa affatto prendere per buono il 100% di quanto da essi sostenuto, ma considerarli inutili o ridicoli soltanto perché provenienti da un’epoca diversa dalla nostra (diversissima se guardiamo alle tecnologie, alla scienza e alle scoperte, ma praticamente uguale se osserviamo i comportamenti e gli atteggiamenti dell’uomo nei confronti di sé) rappresenta un’ottusità parimenti inaccettabile.

La grandezza della filosofia (così come della letteratura) sta proprio nel fatto che i secoli non incidono sull’efficacia della conversazione che possiamo intrattenere con un autore vissuto trecento anni fa, né le sue idee perderanno di significato o utilità sulla base del tempo trascorso. A rendere inefficaci le riflessioni di un autore è un pensiero che possa dimostrarne la falsità argomentativa, l’invalidità logica, ma arrivati a questo punto non possiamo che constatare come, con tutta la scienza e conoscenza, con tutto il progresso e la tecnologia, autori come Kant e Spinoza ancora non abbiano subito un tale destino e di come il loro pensiero debba essere sempre affrontato come un serio avversario o sostenitore del progresso umano.
Se perdiamo per strada questo patrimonio e con l’arroganza dei contemporanei ci limitiamo a guardare ad essi come a statue ci cera, rischiamo di smarrire un inestimabile valore che forse non ci dirà nulla su come si comportano i bosoni in alcune condizioni particolari, o non ci darà indizi sulla costruzione degli algoritmi di Amazon e Facebook, ma potrebbe darci grandi spunti di riflessione sul ruolo che intercorre tra datismo e diritto naturale, sulla relazione tra immigrazione e identità, sulla natura delle idee e del senso del sé, tutti temi che sono rimasti centrali e quasi immutati fin dalla notte dei tempi.

Il postmoderno ha avuto forse questa grande colpa: convincersi dell’insignificanza di quello che è venuto prima di sé, un’insignificanza che non porta ragioni ma che delinea una vera e propria fobia del moderno. Nessun pensiero che nasca dalla paura dei propri predecessori avrà lunga vita.
E se noi vogliamo avere vita, dobbiamo cominciare a guardare con serietà a coloro che prima di noi hanno pensato in modo diverso da noi.
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Martedì Sberle: Consolazioni

Finiamo sempre per pensare ciò che ci è più comodo.
Ma non parlo soltanto degli stolti e degli ignoranti: persino i filosofi, dopo un lungo percorso di critica e autocritica, di sentieri interrotti e biforcazioni intellettuali, dopo un viaggio dentro e fuori la propria mente, finiscono per sostenere le idee che ritengono più conformi alla loro vita e alla loro visione del mondo. Non c’è eccezione a questo, non c’è alcuna possibilità di sottrarsi all’inevitabile legge della propria mente. Finiamo per pensare ciò che ci è più comodo non per malvagità oppure ottusità, né per sarcasmo o casualità, ma semplicemente perché io sono tutto ciò su cui posso appoggiare le mie idee: non ho nient’altro che me stesso per strutturare la mia visione del mondo, non posseggo null’altro che me stesso, il mio passato, le mie esperienze e le mie paure, il mio carattere e la mia personalità, i miei ricordi e i miei desideri, per edificare un palazzo di concetti, opinioni e prospettive. Non c’è nient’altro che me in questo deserto chiamato “monade“.
Alcuni si sentiranno offesi (meglio: schiaffeggiati) da questa rivelazione poiché amano pensare che le loro idee siano frutto della relazione, della comunicazione, della trasmissione di dati, dell’incontro con l’altro, ma ciò è il pensiero consolante che ci narriamo nella solitudine della nostra esistenza semplicemente per avere conferma del fatto che non moriremo soli. In realtà, non incontriamo mai davvero l’altro se non filtrato sotto la pesante lente di quello che noi siamo, della nostra storia e di tutti gli illusori incontri fatti in passato, che non sono mai stati veri incontri con l’altro ma sempre e soltanto incontri con me stesso. Così, accade che quando scorgiamo qualcuno, là fuori, egli vestirà i panni di un vecchio amico o di un vecchio nemico, e sulla base di quel vestito finiremo per giudicarlo; quando osserviamo un fenomeno, un evento, la rappresentazione che di essa ci faremo sarà prodotta dalle numerose esperienze inconscie che abbiamo fatto da piccoli. E saranno sempre i nostri desideri o le nostre paure a produrre l’amore o l’odio che proviamo nei confronti di quel personaggio pubblico, di nostra moglie, dei compagni di scuola di nostro figlio. Sarò sempre io, moltiplicato per mille, a incontrare il mio stesso sguardo di approvazione o disprezzo, smarrimento o risolutezza, e sarò sempre io a ricevere risposta alle mie domande, ogniqualvolta tenterò di parlare con qualcuno, là fuori.
Così, in nulla si differenzia il filosofo dallo scaricatore di porto, il letterato dall’ignorante incallito: entrambi sono pervasi da una medesima idiozia. L’unico minuscolo scarto è forse la consapevolezza di questo processo, dal momento che (si spera) il filosofo avrà ricercato così tanto e così a fondo dentro di sé da aver capito che il mondo non è fatto che di , mentre forse lo scaricatore di porto non avrà percezione di questo fatto e continuerà ad essere cieco all’incontro che in ogni istante il mondo gli propone con sé medesimo. Ma capita a volte (e oggigiorno ancora più spesso) che i ruoli vengano esattamente invertiti: il filosofo sarà massimamente convinto di star incontrando il mondo, sarà tronfio dell’apparente emancipazione delle sue idee, come se esse provenissero da un pozzo senza fondo in cui gli dèi, in tempi antichi, hanno riversato la conoscenza; mentre lo scaricatore di porto, indebolito dalle sberle del destino, si sarà finalmente convinto che il vero mostro è lui stesso, nessun altro.
Probabilmente viviamo nell’epoca che più di tutte, sia dalla parte del filosofo che da quella dell’illetterato, ha dimenticato questo fatto ineluttabile della vita: non posso uscire da me stesso, in alcun modo, e nessuno esce mai davvero da se stesso, nemmeno con la trasmigrazione delle anime. Ma pensare il contrario è consolatorio, e tanta è la paura della solitudine da rendere piacevole anche a me questa convinzione.
Purtroppo per me, alle consolazioni preferisco le sberle.
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Martedì Sberle: Tutto quello che non puoi

Ci sono cose che non puoi. Cose che non puoi e basta. Ma non perché l’ha deciso qualcuno o perché te l’hanno imposto dall’alto. Ci sono cose che non puoi semplicemente perché il raggio d’azione della tua mente, delle tue mani e delle tue parole è limitato. Ci sono cose che non puoi ma che su di te possono. Possono romperti, modificarti, trastullarti. Possono usarti, modificarti, ucciderti. Possono tutto su di te mentre tu non puoi nulla su di loro. Non basta dire che è ingiusto, non basta affermare il tuo valore, non basta convincerti che tu puoi tutto: non puoi e basta. Non serve dire che non esistono né affermare che un giorno potrai: non puoi e basta. Non puoi metterti d’accordo con un gran numero di persone per dire all’unisono che insieme si può: così come non puoi da solo, non potete neanche in trecentomila. Nella maggior parte dei casi, le cose che non puoi in nessun modo ma che su di te possono tutto risiedono dentro di te. E non basta dire che le hai superate, che ci hai fatto i conti, che le hai rimosse, dimenticate, negate: loro continuano a potere su di te, che ti piaccia o no. Non puoi farci nulla e non puoi combatterle, sono reali così come è reale il tramonto visto ieri, questa tastiera su cui digito, la vita delle piante, l’esperienza della morte. Tu non puoi nulla su quelle cose interiori nello stesso modo con cui non puoi nulla nel sovvertire la forza di gravità; non puoi nulla su quelle cose a te intime come non puoi nulla sullo svuotamento degli oceani. Non puoi per il semplice motivo che sei limitato nel pensiero e nell’azione e non basta convincerti che tutto sia comunicazione, che con la parola e la forza della mente ogni cosa viene messa a posto, che tutto è frutto della forza di volontà. Tu continui a non potere. Non puoi smettere di sentire quella determinata sofferenza o quella gioia tutta particolare anche se ti convinci che sono illusioni; non puoi venire abbandonato dai tuoi incubi e dai tuoi sensi di colpa anche se ti ripeti che sono tutte astrazioni; non puoi far funzionare la tua visione del mondo nonostante il mondo, anche se ribadisci che è tutto relativo. Non puoi e basta. Non puoi smettere di intuire che nell’altro c’è quella stessa cosa che permette a te di considerarti un soggetto vivo, anche se ti convinci che l’altro è uno zombie o un automa, qualcosa di non vivo; non puoi giustificare il desiderio di sopraffazione sull’altro anche se ti ripeti che tu solo hai il diritto alla libertà; non puoi disfarti della sensazione di aver bisogno dell’altro per capire ciò che tu sei, anche se ribadisci la tua autosufficienza e solitudine radicale. Non puoi dominare l’altro senza la vergogna che la realtà ti impone in conseguenza. Non puoi e basta. Non puoi negare la realtà che sei e che agisce su di te, non puoi anche se cerchi di farlo in ogni modo. La realtà resiste e ti piega anche se hai le parole più persuasive del mondo per piegarla al tuo volere. La persuasione non basta poiché le parole sono manifestazione di tutto ciò che non puoi fare. Non puoi perché ogni cosa che fai è descrizione dei tuoi limiti. Non puoi perché la realtà è sempre inaspettata nella sua immensità e tu ti trovi sempre inatteso nella tua insufficienza. Non puoi perché sei quel che sei e non sei altro, anche se ti racconti, ti convinci, comunichi, ribadisci di essere tutt’altro. Non puoi perché prima o poi resti nudo a contemplare quello che sei. E quando ti rendi conto dell’infinità di cose che non puoi, forse finisci persino per innamorarti. E se sei davvero fortunato, t’innamori di quel che sei e che non puoi. A quel punto puoi arrenderti, sapendo che andrà tutto bene.

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