Un Filosofo in Azienda (08.05.18)

Martedì 8 maggio alle ore 20.30 avrò il piacere di tenere un’importante conferenza sul rapporto tra scienze umane e mondo del lavoro. Un’occasione tanto per coloro che hanno intrapreso un percorso di studi umanistico e vogliono conoscere le opportunità che questo mondo riserva loro, quanto per professionisti ed aziende che desiderano comprendere quali valori e competenze un laureato in filosofia, lettere, scienze politiche e simili può portare alla loro attività.

Chi ha detto che con la filosofia, la letteratura e le scienze umane non si possa lavorare? Sono sempre di più le aziende e i professionisti che si rivolgono a questi background formativi per risolvere problemi e trovare soluzioni.

Il luogo comune secondo cui “le scienze umane sono l’anticamera della disoccupazione” ha fatto il suo tempo. In un mondo dove il business cambia velocemente, le competenze e il valore rappresentati da un laureato in filosofia, letteratura, scienze politiche o scienze della comunicazione sono sempre più richiesti.

Durante questa conferenza parleremo delle opportunità che la formazione umanistica offre al mondo del lavoro e cercheremo di far incontrare professionisti di vari settori che vogliano conoscere meglio come poter sfruttare le competenze di chi si è laureato in questo campo.

La conferenza è gratuita e aperta a tutti e si terrà a Schio, presso Megahub!
Per informazioni: accademiaorwell@gmail.com
QUI l’evento Facebook.

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MARTEDÌ SBERLE: la Libertà senza Lavoro

Le parole “lavoro” e “produttività” sono spesso associate, ma non viene quasi mai esplicitato che cosa il lavoro produca effettivamente. Perché se è vero che da un lato il lavoro produce merce, servizi e possibilità, dall’altro questo non risolve la questione di che cosa sia effettivamente il lavoro. Anche la mafia produce: disperazione, dipendenze, cadaveri; anche la politica produce: privilegi, sotterfugi, idiozia. Ma mafia e politica non sono “lavoro” nel senso stretto del termine.
Infatti, ciò che il lavoro produce effettivamente è libertà.
Questo potrà suonare alieno alle orecchie di coloro che sono stati convinti di come il progresso umano debba corrispondere all’emancipazione dal lavoro, di come quest’ultimo sia prima di tutto schiavitù, anche quando viviamo nella zona ricca e fortunata del mondo. Ma il lavoro è strettamente (e filosoficamente) produzione di libertà, in un senso molto preciso. Per comprenderlo dobbiamo tornare indietro di molti millenni e osservare la formazione delle prime comunità umane basate sulla divisione dei compiti e sulla specializzazione del lavoro. Questi primi uomini, molto più intelligenti della maggior parte dei miei contemporanei, avevano compreso una cosa importante. Se io miro all’autosufficienza sono un uomo morto. Se in una stessa giornata, contando sulle mie sole forze, dovessi procacciarmi il cibo, costruirmi gli strumenti per farlo, abbeverarmi senza finire avvelenato, difendermi da freddo o caldo, bestie o sfortuna, intemperie o malattia, cercare o costruire un riparo che mi permetta di sopravvivere durante la notte, non durerei poi molto su questo pianeta. Ma soprattutto, la mia sarebbe una vita ben miserabile poiché non avrei mai la possibilità di stendermi su un prato a osservare le stelle o a comporre una musica. Se invece metto da parte l’autosufficienza e decido di specializzarmi nella caccia e pesca, e parte del mio tempo libero lo dedico a relazionarmi con coloro che possono fornirmi gli altri strumenti, capacità, tempo e conoscenze che soddisfano tutti i miei bisogni, allora forse posso farcela. Ci sarà qualcuno specializzato in erbe medicinali che in cambio del mio pesce (ne avrò pescato in gran quantità, ben al di sopra del mio fabbisogno personale) curerà la mia ferita; ci sarà qualcuno che si occuperà di addestrare altre persone adibite alla difesa del territorio e lo farà in cambio del cibo che io procaccerò insieme ai miei soci; ci sarà qualcuno che provvede alle vesti, alla raccolta, all’acqua, e così via. Il mio lavoro insomma mi permetterà di acquisire la libertà di non fare tutte quelle cose, potendo contare sull’altrui abilità.
Allo stesso modo io posso coltivare le mie passioni perché il tempo non dedicato al mio lavoro, ovvero la filosofia, non è vampirizzato dalla necessità di procacciarmi il cibo, trovare l’acqua per bere e lavarmi, costruire un tavolo su cui annotare le cose da fare domani, cucirmi delle calze per non ferirmi i piedi. E questo lo posso fare perché delle persone hanno riconosciuto nella mia specializzazione, ovvero la filosofia, un valore che possono scambiare con qualcosa che è prodotto dal loro lavoro, ovvero il denaro. Senza questo reciproco riconoscimento, senza questo interscambio che si basa sulla specializzazione, non ci sarebbe l’umanità.
Perciò, nella giornata dei lavoratori io festeggio la libertà. E penso a tutte quelle persone che oggi, per eventi sfortunati o mancate occasioni, non hanno un lavoro. Spero che tutti voi, contando sulle vostre capacità, possiate trovare o costruire un lavoro che metta al servizio di tutti i talenti, le attitudini e i valori che portate con voi stessi. E penso a tutte quelle persone che disprezzano il lavoro che fanno, perché non rappresenta le loro capacità, le loro attitudini e il loro valore, e spero che abbiano la forza di cambiare in fretta la loro condizione. A tutti voi l’augurio di trovare il modo di lavorare mettendo a frutto ciò che siete, ritagliandovi (“comprandovi“) quel fazzoletto di libertà che ogni essere umano può fare proprio. E penso a tutti quei rincoglioniti che considerano il lavoro come una schifezza, una schiavitù, un’aberrazione, solo perché forse non hanno la voglia di mettere a disposizione se stessi, o perché non hanno alcun valore da scambiare con gli altri, e mi vien da ridere a pensare che si indigneranno sotto a questo articolo commentando con la tastiera di un computer o uno smartphone, che sono il frutto della specializzazione di migliaia di uomini che lavorano al fine di concedere loro la libertà di dire le stronzate che pensano.
Una carezza a voi, io torno a lavorare.

MARTEDÌ SBERLE: Il Nichilista della Domenica

La vita è con ogni probabilità insensata, come una lattina di Red Bull lanciata nel vuoto siderale o un vaso di gerani che, cadendo dalla stratosfera insieme ad una balena, si rammarica per la ripetitività del suo destino. Semicit.
Ma questo non significa che le tue azioni siano conseguenti a questa presa di coscienza. Non significa che il tuo lavoro, i tuoi comportamenti, le tue idee siano la risposta che hai sagacemente fornito al destino, a questa mancanza di senso. Non vuol dire affatto che, una volta riconosciuta l’assenza di significato che il mondo porta con sé, tu abbia deciso di mostrare il tuo dito medio filosofico rispondendo al mondo: “Allora vieni a prendermi!”
Tu non sei nichilista. Per essere nichilista ci vuole una dose di coraggio, idiozia e malvagità da rendere geneticamente rara la predisposizione a questo pensiero. E se stai leggendo queste righe sul mio blog, dalla tranquilla placidità della tua cameretta (proprietà dei tuoi genitori, ndr) o dal tuo studio professionale, stai pur tranquillo che la genetica non ti ha designato come nichilista. Tu non sei davvero nichilista, dici di esserlo al fine di poterti infilare nelle mutandine della tua compagna di corso, o di far colpo sul circolo letterario in cui vorresti entrare, ma senza passare dalla porta principale come tutti. Dici di essere nichilista al fine di distinguerti dalla massa. Ma tu sei massa.
La vita non ha alcun senso, probabilmente hai ragione, ma tu non sei affatto annoverabile tra quei pochi pazzi che hanno autenticamente abbracciato questa consapevolezza. Anzi, tu perseveri nel tentativo di attribuire un senso alla tua vita, al mondo che ti circonda, in modo spasmodico e solo apparentemente ribelle. Se questo lo dico con certezza è perché lo faccio anche io, ogni giorno.
E non fraintendermi: pure io, per una piccola porzione della mia esistenza, ho cercato di giustificare ciò che facevo, pensavo e dicevo con la consolatoria formula: “Tanto è tutto privo di senso”, ma questo non significava abbracciare l’insensatezza della vita, quanto piuttosto affermare la mia necessità di giustificare ciò che sono, ciò che desidero, ciò che aspiro a diventare. Pure io, per un limitato periodo di tempo, ho cercato di guardare al mio lavoro, alle mie idee, alle mie spasmodiche azioni prive di logica, dicendomi che potevo fare qualsiasi cosa, visto che la vita è priva di senso. Pure io mi sono lanciato in progetti idioti, missioni suicide, al solo fine di riempire di senso la mia vita ma giustificandomi dicendo che tanto è tutto inutile, vacuo e futile. Ma mentre me lo dicevo, non ne ero davvero convinto. Così, alla fine, mi sono arreso: sono un tizio normale e faccio quel che faccio per narcisismo.
Nemmeno tu ne sei convinto quanto lo dici, perché sei un essere umano normale. Nemmeno tu vuoi abbracciare questa consapevolezza, preferisci riempire il vuoto con il narcisismo. Tu non sei Diogene il Cane, non ti aggiri nudo per la piazza sputando sui piedi dei nobili con una lanterna in cerca dell’uomo, sapendo che la cerca stessa è priva di senso. Tu non sei Gengis Khan, che in risposta alla privazione di senso della vita risponde massacrando trenta milioni di persone. Tu non sei Dostoevskij, che alla mancanza di significato di ogni cosa oppone una letteratura geniale e al tempo stesso imbecille, che finisce per consumare ogni energia, possibilità, barlume di speranza. Tu non sei Breivik, che fa la guerra all’insensatezza della vita imbracciando un fucile a ripetizione e sparando a una novantina di giovani attivisti di sinistra: tu, in quel palcoscenico, sei uno dei giovani di sinistra, non il carnefice.
Perciò, la vita è insensata? Certamente, il senso è qualcosa che l’essere umano costruisce, edifica, impone, prescrive. La vita non sa cosa sia il senso, il fine, lo scopo, l’obiettivo. Ma tu non agisci spinto dalla consapevolezza di ciò, agisci spinto dalla necessità di riempire il vuoto. Agisci spinto da un narcisismo necessario a salvarti la vita, a non trasformarti in un Diogene o in un Breivik, agisci nel bisogno di produrre un senso, laddove di senso non ce n’è. Se fai l’assicuratore o il barista, il musicista o l’impiegato, se fai lo youtuber o il correttore di bozze, se ami o sei amato, se ti circondi di amici e parenti, se festeggi le ricorrenze, se leggi libri al fine di raccontarne la trama al bar, se vai al cinema a vedere The Avengers o Fellini, se ti vesti allo scopo di demarcare un’appartenenza, se usi il denaro per comprare l’ultimo libro di Onfray o ti abboni a Netflix/Spotify/Sky, se hai un account Paypal, se affermi le tue convinzioni politiche, religiose, economiche su Facebook, se lasci un mi piace ai video che ti piacciono e scrivi commenti corrosivi sotto a quelli che detesti, se usi anche solo il linguaggio dei gesti per persuadere qualcuno della tua bontà, se fai tutto questo o anche solo una di queste cose, tranquillo, sei come tutti gli altri e non c’è alcun motivo per dare alle tue azioni una veste che non calza.
La vita è certamente priva di senso, ma nessuno vuole davvero rendersene conto. Altrimenti, tocca diventare Diogene o Breivik, e questa non è affatto una cosa bella.
La vita è priva di senso, ma è meglio agire come se ne avesse.
E tu non sei un nichilista, sei solo l’ultimo dei narcisisti.

2 Giorni per Diventare Idiota

Rivendico il mio diritto di essere idiota. 
Questa frase suona molto strana, nell’epoca in cui non solo l’idiozia è stigmatizzata e ostracizzata (“Togliamo il diritto di voto agli idioti, che ne dite?”), ma soprattutto l’idiota è sempre qualcun altro. Infatti, l’idiozia è diventata la gogna del nostro tempo, il modo con cui cerchiamo non tanto di esautorare l’opinione altrui, quanto piuttosto di rinforzare la credibilità che tentiamo di proiettare sugli altri. L’idiozia insomma è, per dirla con Foucualt, “un dispositivo” che ci permette di dominare, prevaricare ed escludere.

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Elogio dell’idiozia, edizioni Tlon, dal 5 giugno in libreria

L’idiota è l’escluso, anche se non sappiamo mai davvero cosa sia e chi sia l’idiota. Quel che sappiamo è che noi, in qualche modo misterioso, NON siamo idioti.
Eppure, l’idiozia è una forza incredibile dell’animo umano. Ed essa, ben lungi dall’essere un comportamento alieno ed accessorio, è motore della sopravvivenza e della genialità. Non c’è sopravvivenza senza l’idiozia, non c’è genialità senza imbecillità. Tutti noi siamo eminentemente idioti, e quando escludiamo l’idiozia stiamo escludendo una parte di noi stessi.
Questo non è solo l’argomento del mio libro “Elogio dell’idiozia“, disponibile in tutte le librerie dal prossimo 5 giugno (prenotabile dal 5 maggio da QUESTO SITO), ma anche il tema del mio prossimo seminario residenziale “2 Giorni per Diventare Idiota“.

L’intento di questo seminario è quello di far emergere quella parte di noi stessi che siamo stati abituati a nascondere, quella fragile e indicibile parte che è una forza espressiva straordinaria, che ci permette di superare difficoltà di fronte alle quali il raziocinio non saprebbe che cosa fare. Non si tratta perciò di una provocazione, di uno scherzo, di una burla: l’idiozia è veramente una parte di noi che dobbiamo conoscere a fondo, dal momento che (magari non vi piacerà sentirlo) rappresenta la gran parte di ciò che siamo. E anche se ci piace pensarla altrimenti, beh, sono spiacente di comunicarvi che tutti noi siamo l’idiota di qualcun altro, e spesso lo siamo per noi stessi.

“2 Giorni per Diventare Idiota” si terrà nel weekend del 15-16-17 giugno 2018 presso l’Ostello di San Salvaro (PD), a due passi da Padova, Vicenza e Bologna. Un weekend immersi nella bellissima bassa padovana, in un luogo di straordinaria suggestione che da ormai due anni ospita i miei seminari con grande successo. 48 ore tra conferenze e laboratori, ma soprattutto in amicizia e condivisione, tra momenti di gioco e discussione che renderanno unica questa esperienza. Inoltre, i partecipanti riceveranno una copia omaggio con dedica del mio libro “Elogio dell’idiozia”.

I posti sono pochi, soltanto 15, e alcuni sono già stati prenotati! Perciò, se vuoi diventare idiota (ma come si deve) in due giorni di bellezza, filosofia e divertimento, scrivi a questo indirizzo: accademiaorwell@gmail.com

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Opinione ed Appartenenza

Poter cambiare opinione è una grande ricchezza. Significa saper prendere le distanze dalle proprie convinzioni e rendersi conto che il mondo è molto più complesso di quanto il mio impianto concettuale e interpretativo mi mostra di volta in volta.
Mi rendo conto che oggi sta diventando sempre più difficile saper cambiare opinione. Questo dipende dal fatto che l’opinione non è più qualche cosa che nutro nel mio privato, che confronto con le mie letture e le mie esperienze e che condivido magari con la sola stretta cerchia dei miei affetti. Oggi l’opinione è tratto distintivo di un’appartenenza, la divisa da indossare per cameratismo, il segno distintivo del fatto che faccio parte di una determinata comunità.
Fin quando l’opinione era una cosa privata, concessa soltanto a coloro di cui avevo fiducia, cambiarla significava avere il tempo, la possibilità, la pazienza di spiegare, razionalizzare, far comprendere quel cambiamento. Soprattutto, non comportava il rischio di venir ostracizzato, espulso dalla comunità, dalla cerchia. Oggigiorno, essendo l’opinione diventata pubblica e manifesta, cambiarla significa disattendere le ritualità, le cerimonie, le convinzioni, la semiotica e la grammatica della mia appartenenza.
Perciò, all’interno della mia “comunità di opinione” non si propongono letture alternative ad essa, non si discute con chi non fa parte della cerchia, non si parla di concetti, idee o fatti alieni a ciò che si ritiene normale e ammesso in quel determinato contesto. All’interno della mia comunità siamo al sicuro nel pensarla come abbiamo deciso di pensare e non dobbiamo temere alcuno sconvolgimento dell’ordine stabilito.
E se qualcuno ha la (s)fortuna di imbattersi in un dubbio, magari perché in libreria gli è caduto sul piede un libro che afferma l’esatto opposto di quanto tutti noi pensiamo lì dentro, o perché si innamora di una persona che sostiene idee contrarie alle nostre, allora dovrà guardarsi bene dal farsi persuadere da tutto ciò. E nel caso cambiasse idea, gli renderemo impossibile restare all’interno della nostra comunità. Come ha osato portare qui dentro un po’ di alternativa?!?
Cambiare opinione oggigiorno è difficile perché può significare dover ripartire da zero, vedersi espulso dalla propria comunità di appartenenza, veder cancellate amicizie, conoscenze e affetti. I pochi che hanno il coraggio di cambiare idea dovranno arrendersi a questo brutale fatto.
E nessuno mi farà cambiare idea a riguardo.