Fotoni

fotoneun fotone impiega dieci milioni di anni, dal momento in cui viene prodotto dal nucleo del sole fino al punto in cui arriva alla superficie infuocata, e da lì viene sparato oltre i confini di uno spazio privo di limiti, e nel frattempo tu ti riscaldi alla luce di tutti i fotoni che hanno già attraversato quell’infinita mole di rimbalzi, rimandi, ridondanze, fallimenti, tra una particella e l’altra, viaggiando a zig-zag tra le insensatezze del magma, e parli e giochi con i tuoi amici sotto il sole di novembre, quattro anni e mezzo e una vita intera ad aspettare che il tuo futuro ti dica qualche cosa, che una persona giunga a salvarti, che il lavoro si aggiusti, che la tua famiglia germogli, dieci milioni di anni mentre tu te ne stai lì a leggere un libro, a crescere veloce, a raccontare una storia mentre gli altri raccontano te stesso e se stessi, e prendi per mano una mano per poi perderla in mezzo ai sentieri cosmici di una terra fin troppo grande per le nostre piccolezze, fin troppo piccola per le nostre immensità, ed è un secondo soltanto quello in cui nasci e cresci, ed è sempre troppo tardi per tutto se paragonato al rimbalzare millenario del fotone che si fa largo nel fuoco stellare, un gomito alla volta, uno sguardo di sbieco alla volta, come tu sull’autobus disturbato dall’ipod dell’adolescente, dall’ascella del banchiere, dalla pelle dell’immigrato, dalle natiche della ragazza senza nome, e capita persino che rimbalzi tra sentieri imprevisti, a tradire tua moglie, a uccidere un cane, a investire una vecchietta, a credere nelle idee stupide, e vieni sballottato qua e là, zig-zag e gomito a gomito, facendoti strada attraverso un nonsoché di faticoso e bollente, un passo accennato alla volta, una parola rimangiata dopo l’altra, l’aria stretta stretta, le nocche sempre paonazze, il lavoro che manca, i soldi che perdi, la fiducia che sfuma, il futuro che ti schiva, ancora, quel bastardo, e il fotone che cerca disperatamente di scrollarsi di dosso la folla di altri fotoni senza volto, senza storia, dentro l’ombra di questo incendio perenne, mentre litiga con il suo buio, mentre litighi con tua figlia e le dici che no, non sei più suo padre, e poi torni là a chiedere perdono, e ci metti dieci milioni di secondi a inghiottire lo stupido orgoglio e ogni suo retrogusto amaro, e poi le nipoti e i colleghi, le prese in giro e le routine, e persino la macchina rotta e l’assicurazione, le poesie dimenticate che avevi imparato a scuola, la memoria che fa cilecca, la figuraccia al matrimonio del tuo migliore amico, i pugni nello stomaco al bar dopo una bottiglia di troppo, i divorzi e i rimpianti, le occasioni mancate, i rimbalzi tra un corpo e l’altro, le leggi matematiche che ti consumano mani, occhi, piedi, bocca, le parole che le hai detto mentre facevate quella cosa che chiamano amore chissà perché, forse perché non c’era altra parola che potesse produrre quel cardiopalma, così come non c’è nessun altro percorso che possa produrre quella luce che scalda da sempre l’erba folta e i tuoi capelli ormai radi, la terra, le palme e gli occhi di tua figlia all’università, tuo figlio in questura per detenzione di droga oppure rissa, il tetto di casa dopo lo sfratto, le risate dei barbecue di qualche anno fa, le gioie di universi lontani e i denti che mordono forte un paletto per digrignare la realtà, e non c’è altra luce, non c’è altro fotone oltre a quello che se ne esce proprio ora dopo dieci milioni di anni di sgomitate, e non c’è altra vita se non quella che tu hai fatto nascere e dalla quale sei nato, dal nucleo delle tue inconsapevolezze, passando per questo rimbalzare, e il fotone che giunge, che non è ancora luce ma non è più niente, e tu che vivi, e poi giungi, alla fine di tutto, dopo aver sgomitato, e quasi quasi mi vien da pensare (per un istante che dura dieci milioni di anni) che quel fotone sgomitava da vivo, tutto incazzato, e tu sgomitavi da vivo, tutto incazzato, e che poi avete fatto entrambi tutte quelle cose che ora dimenticherete e che saranno dimenticate e che adesso, proprio adesso che tu muori e il fotone se ne esce dal sole, avete entrambi tanta paura ed eppure state diventando una luce accecante.

Storia di un formicaio

formicaiola terra è una grande piega.

è piega nella piega, inspiegabile come sanno esserlo le mani dei vecchi che si accartocciano tra le lenzuola dell’ultimo letto, è ripiegata come la pelle dei neonati nel feto e appena fuori dalla vagina, quando la placenta pare un vestito stracciato, coacervo di pieghe che ancora si chiedono che cavolo sia mai quest’aria avida di suoni. la terra è una tovaglia gualcita, in cui anfratti s’intersecano a sentieri, ripiegati come duodeni saccenti all’interno di strette mura neurali che mandano qua e là i messaggeri della futile esistenza. la terra s’accartoccia e s’aggroviglia, meandri di membra e mandrie mimetiche si squagliano nel calore del pianeta che emana dal basso il proprio pulsare insistente. camminare a sei zampe, sei zampe e cammini, corrono, faticano, tracciano percorsi tra le pieghe di quest’ordito sconfinato, regno delle ombre che mano a mano si dispiegano e si ripiegano, dipendendo dalle direzioni di scavi sempre casuali. ripiegati, solo per dispiegarmi, immergendomi tra cunicoli senza nome e facendomi ombra delle vostre ombre. brulico tra le pieghe, m’insinuo come il fiato dopo la corsa o l’amore, travaso ogni mio passo come un buon vino riversato dentro questo sterminato formicaio, trangugio terra e altra terra, che si accumula ripiegandosi nei miei gangli digestivi. sbuffo, sbatto, scatto, in cerca della luce adesso, del buio poi, intermittente entità che pensa poco e cammina molto, organulo di organismo immenso, destino rilegato come un libro alle proprie sillabe. mastico foglie spiegate e spezzate, trasporto briciole raccolte da chissà quale pavimento dimenticato, provenienti da chissà quale lauto pasto sprecato. il mondo mi penetra, quando m’infilo tra i tunnel rivangati, dissotterrati, spellati e divorati, il mondo mi ripiega nell’oscurità degli anfratti, quando svolto l’angolo o muoio senza importanza alcuna per il ruolo in questo origami isterico. che c’è un universo là fuori, io lo so perché m’è universo persino questo micron di pane che porto alla mia regina, e alle grandezze non c’è limite quando il cosmo è un panno appallottolato. che io sia inutile e importante, io lo so perché sono universo di ogni mia parte, di ogni mia piega, anch’io ripiegata in me stessa come un fazzoletto ficcato nel taschino, più grande all’interno che all’esterno, come lo spaziotempo, come l’anima, come le parole non dette. bigger on the inside, io lo so perché mi sento futile e non necessaria, e per questo son libera scelta di un’esistenza altra. scavo e ricavo, mentre potrebbe crollarmi in testa l’ennesimo cielo fatto di terra, l’ennesima terra che mi fa da cielo. il formicaio respira e si dispiega come un polmone, e io ne sono alveolo, ape, muscolo, paradigma, frattale e immagine imperfetta. domani qualcuno calpesterà la zolla in cui ricucio la terra e ne faccio lembo di stoffa, e io morirò senza proferir piega alcuna. non mi resteranno che le zampe a correre, la bocca a rosicare, le briciole a deridermi l’universo. la storia del formicaio dura un giorno, se la ripieghi per bene, dura un’eternità, se la stendi fino ai confini ultimi delle sue mille dimensioni. domani morirà la regina e ci disperderemo, il mio compito è dispiegarmi a sufficienza da essere libera per poter essere piega. dentro di me c’è l’intero universo stipato come un segreto.

sono la piega nella terra.

Origami

Origami_moulinstai ferma lì che ti racconto l’universo.

dio ha le mani sapienti di chi sa cosa farne, lo piega lo ripiega lo dispiega e lo impiega, come un maestro di origami che sa imperfettamente dove deve finire quell’angolo di carta, quella ruga bianca, quell’ombra da stendere. l’universo ha ventuno dimensioni, una per ognuna delle occasioni perse, una per tutte le anime smarrite, una per tutte le risate trattenute. le ventuno dimensioni sono tutte qui vicine, tre le conosciamo bene, lunghezzaltezzalarghezza, una la conosciamo un po’ meno bene, il tempofottutobastardo. di tutte le altre abbiamo solo tracce sparse, come il riflesso di uno specchio, il dejavù di tutti i miei rimpianti, le mani dei bambini che si chiudono al sole, un prato d’erba piegato a milletrecentosettantacinquegradi. dio ha le mani esperte di uno che sa piegare, dispiegandosi. è un patafisico d’eccellenza, e l’universo è un fragile foglio di carta. servono dita delicate per accartocciarlo senza strapparlo. per ogni strappo un cataclisma, per ogni cataclisma un burrone, per ogni burrone una dimensione, per ogni dimensione un’altra piega. vorrei osservarti tutti gli anfratti del corpo, fin nelle più minuscole particelle, per cercarti addosso le altre diciotto dimensioni. una ha l’odore dei tuoi capezzoli, l’altra la voce del tuo mormorare. tre hanno la tua pelle, i miei capelli, poi un occhio mio e uno tuo. un paio giocano con i desideri, se li trastullano sulla lingua, che è un’altra dimensione e sa solo leccar via le ultime che rimangono, e sanno solo ridere (e dimmi se è poco). l’universo si dispiega ogni volta che respiri, distendendo sterno galassie cosmo e nervi, eccitando peli pelle palle stelle collo. l’universo è tutto qui dentro un foglio di carta, noi siamo come parole scritte sopra, ma così piccole da essere fondamentali, così invisibili da vederci alla perfezione. dio ha lingua umida per imbustarlo, l’universo, ha occhi attenti per farne una barchetta da galleggiarti gli occhi le mani la fica i vuoti. dio ripiega il cosmo, accartoccia galassie, quasi lo getta nel cestino quando fa un pasticcio, ma torna indietro e ne estrae un cigno da inghiottirti dentro e fuoriuscirmi dalle dita. io a dio glielo chiedo, di insegnarmi come si fanno gli origami, così posso giocarci meglio, con quest’universo di carta.

stai ferma lì che mi racconti l’universo.

C’eravamo una volta

c'eravamo una voltac’eravamo una volta noi.

c’eravamo, tanto amati e tanto delusi, tanto scontrati e tanto corrosi. c’eravamo, con tutti i t’amo sulla sabbia e la rabbia sopra i t’amo, con i desideri inespressi e le espressioni solo desiderate. c’eravamo, come quel c’era una volta che poi non ci sarà più. col c’eravamo ancora e non ci saremo oltre. c’eravamo, con tutti i salotti vagabondati al sole e i progetti scritti sulla crosta dell’acqua. c’eravamo, a lavarci i denti e lasciarci le gengive, ad attorcigliarci le lingue dentro discorsi senza parole. c’eravamo, come quelle epoche mai vissute, come le storie davanti al caminetto, come i viaggi nel tempo delle mie storie, come i personaggi che mi popolano le mani. c’eravamo, sotto coperte e dentro ricami, fuori da mura e sotto tempeste. c’eravamo, con le corse sotto la pioggia primaverile e senza tutto l’asfalto che poi abbiamo inghiottito per non esserci più. c’eravamo, tra quel dentro e quel fuori che non hanno porte, e poi c’eravamo sbattuti le porte in faccia dopo essercele immaginate così forte da costruirle a suon di silenzio. c’eravamo, come la sabbia della clessidra che non torna più su, come il corso di un fiume che non trova più il monte, come tutti quegli eventi sfuggiti di mano in mano, fino a non riconoscerne più la provenienza. c’eravamo tanto. c’eravamo poco. c’eravamo così fortissimamente. e poi, c’eravamo dimenticati.

e così, non c’eravamo più.

Scacchi matti

scacchiA raccontar gli scacchi ci si perde la testa, dice il re decollato.

E raccontarvi com’è che il sovrano ha perduto il cranio puntuto, cristianissimo bardato di croce cattolica bucolica? Com’è raccontarvi la guerra de’ scacchi, scrivendo senza malizia il vicendevole massacro de’ pedine innocenti?

C’è il re-scacco da metter nel sacco, matto direte, e invece no: pigro e goffo, di passo in passo girovago tra i quadri, ma non sa nulla di musei. Eletto da nessuno, perfetto per nessuno, sovrano per divin diritto, ma dir retto è dir troppo. Balza per arroccarsi, ma non divampa d’emozione per i Rolling Stones, come quelli che al rock arsi. Per salvarsi la pellaccia mette tutti in allerta, e questo è il realismo del re stracco: sacrifica persin la sacra fica per salvar il pisello regal.

C’è la regina-scacco, temuta e muta, ritta e zitta, mossa da estinto materno, pronta a divorare pure i figli. Lei non allatta ma allotta, non infonde amore ma diffonde timore. Eppur, con tutta quest’amazzone dominanza, ancor se ne sta all’ombra del sovrano coglione, in attesa dello scacco scemo, puntuale come l’arrocco.

Gli alfieri, obliqui ubiqui, fieri in fieri di agonale agone, agonizzanti alla gonna della regina-scacco, proteggano dall’oltraggio la regale famiglia, sacrificando sguardi di traverso, strategie oblique, diagonali frenesie.

Poi il cavallo, che di cavillo in cavillo disegna elle e balza sulle teste-scacco di amici e nemici. Nutrisce l’attacco e nitrisce d’arrocco, scalpita di morte ma capita che muoia. Il cavallo, di saltello in saltello sorvola avversario e fratello, sopra loro vola e caca, scavalcando cavallo e cavaliere, ma con mestiere.

Torre d’avoir-faire di verticale orizzonte, s’arrocca tarocca granitica e salvifica. La torre non corre, accende il motorre e rotola ben dritta, così l’han scritta. È dura, è pietra, ma un piccolo pedone la può sgambettare: lei stramazza, s’ammazza, rovina, scontrosa, sfrantuma di puzzle, in scacco pazzo di pezzi grezzi.

Il pedone, clone di cloni, figlio dei figli di nessun sovrano, prima linea, scacco da macello, nano di letame letale. Meno importante d’uno scarafaggio, sarà saggio? Eppure, eccolo duellare con cavalli, cavilli, alfieri fieri e inferi torrebondi. Eccolo, dal basso all’alto, dal fondo al tetto del mondo. Eccolo, il pedone, che nessuno ama perché sarebbe pedofilo. Eccolo, il pedone scavezzascacco, infingardo, imprevenibile, sotterfuggino! Eccolo, sbalza scalza contro ogni previsione! Eccolo, infilza la smilza, destituisce chi nitrisce, aborre la torre, trafigge e sconfigge, sfiora l’alfiere l’ammazza lo strazia!

Eccolo, un quadro alla volta insegue il sovrano, che canta d’affanno e grida spaura! Eccolo, il re-scacco quasi nel sacco, corona sul pacco sudore sfiancato!

Anarchico pedone” urlacchia il reietto, “brutal nanaccio” sbraita lo scostumato! Eppure il nanaccio persiste insiste esiste, un quadro dopo l’altro, e non c’è arrocco che tenga, non c’è regina che venga! Eccolo, il pedon pedone lancillotto in pugno e sguardo assanguato nell’occhi! Avanti, brutal scherzetto di natura balorda, taglia e non ricuci, decapita e non incolla, sventra e non rammenda! Ché pur nello scacco il re è della stessa tua materia: merda!

Eccolo, pedoncin coraggioso, ultimo baluardo del popoletto tutto, colla lama giocosa s’incula s’infila si scotenna il sovrano, ed ecco lo scaccomatto, ecco lo scaccoculo, ecco il culomatto del sovrano impalato!

La scacchiera sta in silenzio, insanguinata di bluastro plasma. Solo il pedone nanaccio infingardo, solo lui reietto resta in piedi dopotutto. Le torri son crollate, i cavalli falciazzati, l’alfiere decollato, la regina martoriata, il sovrano sbandierato.

E ora, a te la scelta: ribadir la follia innalzando un nuovo re, per dissanguare un altro mondo a colpi di scaccopazzo, o camminar lontano, l’onta no, non la puoi vivere ancora.

Scacco dannato bruttone assassino, fai la tua scelta: se morir da suddito pedone o vivere da libero scacco infingardo.

Non ti resta che la testa, calva e scolorita.

Non ti restan che la scelta, la rabbia e questa vita.

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(inizialmente pubblicato qui)

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