“Il ladro di orchidee” – Recensione

locandinapg1Tu sei ciò che ami, non ciò che ama te.
Questa è una frase da mettere in bocca a un personaggio che esiste dentro un film in cui non esiste il film e non esistono personaggi. È la frase che descrive il processo creativo che corrisponde all’esistenza stessa della creazione, a un work in progress che, per il semplice fatto di essere “in progress”, è un “work”.
No, ragazzi, Rick non è impazzito, semplicemente ha visto “Il ladro di orchidee” e vuole parlarvene.
Come al solito, non starò a dilungarmi sulla trama, anche se qui risulta più facile perché una trama vera e propria non c’è. Esiste solo l’immaginazione dell’autore dentro l’immaginazione degli autori dentro l’immaginazione di una scrittrice. Si tratta di un film-matrioska in cui Donald e Charlie (Nicholas Cage e Nicholas Cage), alle prese con due sceneggiature completamente diverse, finiscono per confondere i piani narrativi, i piani esistenziali e i piani emotivi, in un climax di nonsense creativo che culmina nella frase: “Tu sei ciò che ami, non ciò che ama te”.
Sembra quasi che l’autore (del film, stavolta) Spike Jonze stia parlando a se stesso: “Tu sei ciò che crei, non ciò che crea te”, come se l’opera creativa non fosse qualche cosa che deve rispondere al gusto di un pubblico, esattamente come nel dibattito narrativo tra Charlie e Donald, il primo tutto rivolto all’introspezione della sceneggiatura che vuole autenticità, il secondo tutto rivolto al gusto del pubblico bestiale che vuole emozione, carne, sangue; come se il film avesse un’esistenza indipendente dallo sguardo dello spettatore, come se fosse un mondo a sé, completamente separato dal piano di realtà nel quale noi lo stiamo guardando.
“Il ladro di orchidee” tradisce il concetto stesso di film, inteso come opera conclusa, pubblicata e godibile, perché cessa di esistere nel momento in cui cessa di essere prodotto. Si tratta di un flusso narrativo ininterrotto (e forse ininterrompibile) che ha a che fare esclusivamente con il suo processo creativo, non con la sua visione. Questo risulta nel fatto che lo spettatore si sente “di troppo”, come se il regista fosse stato colto in un momento di intimità masturbatoria, proprio come quando Susan Orlean viene sorpresa a drogarsi con il suo improbabile amante John Laroche. Lo spettatore diventa guardone, spia di un gioco che non è il suo, un gioco che è tale solo perché i due sceneggiatori Charlie Kaufman e Donald Kaufman sono autori e personaggi, carnefici e vittime, storia e non storia del loro finto film.
Non è un caso che il regista, Spike Jonze, sia lo stesso che ha giocato con il nostro cervello dentro il cervello di John Malkovich (“Essere John Malkovich”, del quale c’è un delizioso easter-egg durante “Il ladro di orchidee”). Qui Jonze gioca con i nostri occhi, il nostro sguardo, sorpreso a scrutare un universo paradossale e privato nel quale l’orchidea fantasma gioca il ruolo di desiderio inappagato (dello spettatore).
Insomma, non si può recensire un film che non è un film, giusto? Non si può criticare un’opera che è tale solo mentre viene prodotta, vero? Quindi, queste mie parole che senso hanno?
Tu sei ciò che ami, non ciò che ama te.
Questo è tutto il senso che volevo trasmettere. L’espressione esiste a prescindere da chi la riceve, libera l’oratore senza che esista necessariamente l’ascoltatore. L’espressione definisce chi parla, al di là del fatto che il messaggio venga recepito, rompendo quello straordinario e potente luogo comune secondo cui “la comunicazione è responsabilità di chi parla”, come se comunicare fosse esclusivo appannaggio della trasmissione di un messaggio. E invece no, parlare, esprimersi e creare sono azioni che hanno a che fare con ciò che viene espresso, creato, detto, al di là di ciò che viene visto, ascoltato, recepito.
Ciò di cui parli ti definisce, ciò che crei ti libera, ciò che ami ti rinforza.
E pazienza se avremo tanti spettatori guardoni a ficcare il naso nella nostra vicenda, noi saremo là ad amare incondizionatamente ciò che stiamo creando e che al tempo stesso ci sta creando.
Come se fossimo noi stessi parte di un processo creativo che ha a che fare esclusivamente con la propria autoreferenziale, bellissima e masturbatoria creatività.
Insomma, guardate (ma non guardate) “Il ladro di orchidee”.

Annunci

Sopravvivenza e Rivoluzione

Di quale forza oscura vuol essere vittima oggi, signore?

sopravvivere-300x156Ogni giorno un uomo a una dimensione si sveglia e sceglie l’istanza malvagia della quale essere vittima per poter rimanere perfettamente immobile. Questo enorme vittimificio che chiamiamo “società” produce ininterrottamente vittime immaginarie provenienti dai più disparati campi del sapere: psicologia, politica, economia. La lezione di Vico, ovvero che “questo nichilismo che ci piove sulla testa è risultato del mondo così come ce lo siamo costruito noi” passa inosservata, inascoltata, ignorata.
Qui non si tratta solo di restituire il dubbio privilegio alle vere vittime, quelle che ogni giorno vengono realmente mutilate della capacità di raccontarsi. Qui si tratta di mettere in discussione un paradigma sociale che ha radici molto più profonde rispetto al nostro quotidiano sentimento.
Il vittimismo trascendentale risponde infatti a tre bisogni primari: l’identità (se sono una vittima so perfettamente da dove vengo), la verità (la vittima ha per statuto divino la verità in tasca e non può per nessun motivo essere contraddetta) e innocenza (se sono vittima è perché un malvagio mi ha fatto diventare tale senza che ne avessi colpa). Il vittimismo trascendentale, sia ben chiaro, esula dal concetto di “vittima della storia” così come viene proposto. Anzi, il vittimismo trascendentale è proprio ciò che favorisce la creazione di nuove vittime della storia. Infatti, da dove nasceva la fabbrica di cadaveri nazista se non dal concetto di “recuperare qualche cosa che ci hanno sottratto”? Proprio nel concetto di “vittima” si annidava la retorica hitleriana (i tedeschi umiliati con Weimar, la germanicità mutilata con l’internazionalismo, i risarcimenti iniqui dopo la Prima Guerra Mondiale). In questo modo, ogni atrocità nasce dal “sentirsi depredati da qualche cosa”, da innocenti, e dalla volontà di ricercare in quella mancanza un’identità che ha come fondamento la verità inalienabile della vittima.
Non siamo più sopravvissuti, ma vittime. In quanto tali, non vogliamo più la Rivoluzione, ma un Risarcimento.
Non è forse tutta la retorica politica contemporanea figlia di questo concetto? Ogni comizio avvenuto negli ultimi cento anni (sì, a partire dal balcone mussoliniano) è impregnato del Discorso della Vittima: “Ci hanno ingannati/truffati/defraudati e NOI siamo qui per riprenderci ciò che è nostro, da vittime!”, discorso peraltro sempre più presente nella bocca dei carnefici.
Nietzsche aveva ben chiaro questo meccanismo e proprio in questo corto-circuito si riconosce la “morale dello schiavo”, quella secondo cui non si agisce soltanto nel nome di una castrazione: “Subisco, dunque sono” sembra dire la vittima trascendentale, diffondendo il contagio che impedisce all’uomo di trovare la sua vera vocazione, ovvero: “Agisco, dunque sono”. La “morale dello schiavo” è l’atteggiamento nei confronti della realtà che ci vede eternamente succubi di un significante universale, di una legge divina, di un peccato originale e che il cristianesimo, lungi dall’averci sollevato da questo fardello con la crocifissione, ha impresso indelebilmente nella nostra anima trattandoci come i figli ritardati della creazione: “Faccio io, voi non siete capaci” sembra dire Gesù prima di spirare per i nostri peccati. Ancora una volta, la storia si dipana come la sottrazione di una sovranità, persino quella di sacrificarci per una colpa, di pagare per un debito.
Nel 2015 la retorica è rimasta la stessa. Slogan come “Riprendiamoci ciò che è nostro” sottintendono che qualcuno diverso da noi ce l’abbia sottratto (lo straniero, Satana, il cinese o il malvagio operatore di Wall Street, icone intercambiabili); “Restiamo umani” è pregno di una critica alla tecnologia, come se la tecnologia non fosse emanazione del nostro stesso essere umani; infine, “L’Italia cambia verso”, in cui ogni declinazione dello slogan è stata improntata sull’incolpare “altri” che hanno rovinato chissà quale paradiso perduto. E la lista è lunghissima, dalle motivazioni che spinsero tanto Berlusconi quanto Grillo a scendere in politica, fino ad arrivare ai casi di Corona o dell’11 settembre. La vittima trascendentale è ovunque.
La crisi economica, ultimo esempio, costantemente mitizzata come un tuono celeste voluto dagli dei dell’alta finanza dei quali noi, innocenti e ignari, saremmo le vittime. La retorica della vittima trascendentale pervade ogni discorso pubblico e ormai inizia a contagiare anche la vita privata, cosa che rende sempre più difficile ragionare con chi è intimamente convinto di essere nel giusto nonostante ogni evidenza critica ci esponga tutti, nessuno escluso, come colpevoli. La vittima non conosce contraddittorio.
Bisognerebbe ritornare a quel capolavoro inaccettabile intitolato “I sommersi e i salvati”, testamento spirituale di Primo Levi che si sottrasse, prima di gettarsi tra le braccia della morte, alla retorica della vittima, proprio lui che era stato vittima del sopruso dei soprusi, ovvero l’olocausto nazista. Bisognerebbe insegnare a scuola il concetto di “zona grigia” per evitarci l’incombenza di considerarci “bianchi” in un mondo di “neri” (o viceversa, e non solo con un connotato razziale). Bisognerebbe renderci conto che il mondo lo facciamo e lo disfiamo noi, ma che per “rifarlo” c’è bisogno di una presa di coscienza: il vittimismo trascendentale ci impedisce di agire, e l’agire è l’unico modo per rimettere insieme i pezzi di un mondo disintegrato dalla stasi.
Non siamo vittime, siamo sopravvissuti. E un sopravvissuto ha persino la possibilità di essere colpevole, inaccettabile, maledetto e forse dannato. Non abbiamo bisogno di identità, ma di Rivoluzione, perché l’identità, che sia della vittima o del carnefice, ci spinge a reiterare i meccanismi che ci rendono ciò che crediamo di essere, abbandonandoci quindi in una stasi metafisica. Non vogliamo la verità assoluta che arriva sempre troppo tardi per poter fare qualcosa, vogliamo le verità frammentarie e parcellizzate che entrano in conflitto tra loro per rimettere in movimento il discorso della storia. E se quelle verità risulteranno inaccettabili, brutte, parziali, allora ci penserà la storia stessa a ricucirle tra loro per darci un nuovo destino, una nuova immagine del mondo (ancora meglio: un’immagine del mondo nuovo). Non vogliamo l’innocenza poiché non siamo innocenti e, guardando bene a come funziona l’universo, oserei dire che l’innocenza assoluta non esiste se non nella fantasia degli scrittori. Vogliamo sporcarci le mani, vogliamo mettere le dita nei meccanismi del mondo, deviarli, vedere cosa succede dopo che abbiamo sovvertito gli ingranaggi. Vogliamo sperimentare liberamente, cambiare, mutare. Vogliamo “diventare” umani, non restare tali, perché umano non è ciò che subisce passivamente e che nel ruolo vittima re-agisce; umano è ciò che si trasforma agendo, ciò che sopravvive, che rivolge, stravolge, sconvolge.
Se davvero vogliamo fare qualcosa durante questa breve permanenza in un’epoca così disgraziata, dobbiamo smetterla col sentirci succubi di un dio onnipotente, da schiavi, guardare verso l’alto e, sentendoci figli illegittimi di un dio inconsistente, urlare: “Sono ancora qui!”
Insomma, sopravvivere e fare la Rivoluzione, prendendoci sulle spalle tutte le conseguenze che questo inaccettabile e pericolosissimo gesto comporta.
Nel frattempo, se possibile, farci una risata colpevole.

“I pianeti impossibili” su Amazon e IBS!

Da pochi giorni avete la possibilità di acquistare il mio romanzo “I pianeti impossibili” direttamente da Amazon e IBS (in sconto!), quindi se vi va di fare un bel viaggio insieme a me, in mezzo a mondi completamente paradossali eppure familiari, non perdete tempo e accaparratevi una copia!

I link li trovate nel sito del mio editore, QUI!
(Ci potete anche leggere un estratto dal romanzo)
Qui invece trovate la prefazione scritta da Daniele Barbieri!

Copertina Pianeti Impossibili

Beati gli ultimi

Lampedusa_Sbarco--400x300Beati gli ultimi perché saranno i primi?
E noi facciamo rimpiangere loro d’essere ultimi, sotterriamoli con tutta la forza che questa vita da primi ci concede, con tutta la furia, tutta la violenza, tutta la tecnologia che possediamo fino a che non ci verrà tolta dalla morte. Saranno i primi? Bene, e noi stupriamone le donne mentre urlano l’impotenza in lingue sconosciute, slabbriamone i corpi fino ad attraversarne l’anima da parte a parte, in cerca del motivo per il quale noi marciremo all’inferno. Saranno i primi? Ottimo, ma nel frattempo bruciamo i loro corpi e portiamo la guerra sopra le loro case, noi che finché siamo i primi possiamo trascorrere le serate davanti alla televisione a commuoverci falsamente di fronte all’ennesimo massacro, noi che possiamo twittare la nostra umanità con un aforisma ben studiato, noi che abbiamo imparato la compassione sui libri che narrano la disumanità. Saranno i primi? Allora cancelliamo le loro nazioni, sbarazziamoci dei loro paesi, erodiamo le loro montagne, falciamo le loro teste, annulliamo le loro speranze. Saranno i primi? Allora bombardiamoli con le nostre testate di rancore, ché ci risulta insopportabile pensare che gli dei non preferiscano i nostri volti ben truccati e sbarbati, i nostri vestiti alla moda, le nostre mani delicate, ci risulta inaccettabile che gli dei preferiscano quelle pance deformate, quei volti brutti e sdentati, quei corpi deformi e ridicoli. Gli ultimi saranno i primi? E noi affrettiamoci a farli affondare a colpi di cannone e demagogia, per far loro rimpiangere di essere i prediletti della giustizia, dea bendata e puttana dell’umanità; sbrighiamoci a farli marcire dentro celle anguste, torturati per colpe che sono tutte nostre; siamo lesti nello spellarli vivi sotto il sole cocente. Saranno i primi? Ma adesso i primi siamo noi, e mentre possiamo far di loro ciò che più odiamo sbraniamoli, deridiamoli, uccidiamoli, schiacciamoli, divoriamoli, massacriamoli, facciamo loro rimpiangere questa vita dal momento che loro ci faranno rimpiangere quella successiva. Ma non perdiamo occasione: condanniamoli al rogo delle carni, zittiamone la protesta silenziosa e impariamo a urlare sempre più forte, a sbraitare le nostre inadeguatezze, a vomitare sulle loro teste pelate e sanguinanti ognuna delle nostre incertezze. Saranno i primi? E chi se ne importa allora se adesso da ultimi verranno sventrati e sbudellati, umiliati e dissacrati? Chi se ne importa se durante questo effimero passaggio nel mondo essi saranno cancellati dal nostro odio per la nostra condizione di primi? Chi ha deciso, dio mio, chi mai ha deciso che io dovessi starmene fra i primi con queste armi, queste tecnologie, questa cattiveria senza nome, chi mai ha deciso per me questo destino di dover stuprare a distanza, tele-uccidere, massacrare virtualmente interi popoli, culture, famiglie e tribù? Chi se ne importa se durante questa vita avrò sazio il ventre e vuoto l’animo se poi durante la vita successiva sarò ultimo degli ultimi, mentre gli ultimi di adesso mi guarderanno dall’alto in basso, disprezzandomi? Chi se ne importa di tutto, dal momento che il tutto è assurdo e inaccettabile?
Saranno i primi? Bene, noi sbarazziamocene finché ancora siamo in tempo per condannarci.

il nichilista

C’era una volta un nichilista, portava sempre Seneca sottobraccio e non voleva mai parcheggiare l’auto dove le istituzioni avevano predisposto, questo nichilista era alto e magro con occhiali rotondi per astigmatismo ma aveva raschiato dalla montatura la marca del produttore perché credeva nella filosofia del NoLogo ed era fermamente convinto che dare i nomi alle cose fosse un peccato mortale, aveva sempre in bocca una citazione di Nietzsche o Cioran, ma alcune le aveva appuntate sul taccuino Moleskine per evitare accuratamente di fraintendere una parola con l’altra, e un giorno capitò, come capita ogni giorno a centinaia di migliaia di persone, di incontrare una ragazza che studiava giurisprudenza, che aveva un fondoschiena notevole, che aveva quel classico carattere delle ragazzette di provincia fatto di semplice inconsapevolezza e studiata timidezza che il nichilista aveva così apprezzato nelle vivide descrizioni degli scrittori sudamericani come per esempio Galeno o Bolano, e capitò che la ragazza trovasse attraente il nichilista mentre questi leggeva alcune poesie dentro un pub irlandese con la barba incolta sporca di schiuma di birra e la camicia gualcita come le palpebre del tizio ubriaco al bancone, e capitò infine che i due passassero una serata stupenda, lei senza bere un goccio di alcol ché la linea ne avrebbe risentito, lui sull’orlo di una sbronza colossale e gli occhi languidi e in bocca una citazione di Baudrillard che poi non avrebbe mai più ricordato, ma la nostra storia non finisce perché il nichilista, che studiava lettere moderne presso un’università fiore all’occhiello delle classifiche europee, aveva ferree convinzioni riguardanti il rapporto amoroso e non credeva per niente nella longevità di una relazione qualsiasi, tutto è effimero, tutto è fragile, niente ha importanza, e così passava intere serate spaparanzato sul divano di casa senza rispondere ai molti messaggi di lei che chiedeva di uscire, di rispondere, di darle retta, perché non aveva mai avuto il ragazzo e lui OH! l’indignazione a sentir quella parola, ragazzo, come fosse una bestia irrazionale da tenere al guinzaglio, così il nichilista passò molte ore della sua vita a digitare sullo schermo dell’iPhone alcuni tweet che dicevano cose come Ehi, baby, non sono il tuo ragazzo, Ehi, baby, il giorno in cui avrò un anello sarà quello in cui dio avrà vinto e devi sapere che dio è morto, e così continuava a dare poca importanza alla ragazza e però capitò che una sera lei gli facesse incontrare i genitori e la sorella, e il papà lo osservava di sottecchi, impaurito dal nichilista e dal suo aspetto poco futuribile, il papà pensava che No, non è un investimento sicuro, e la mamma tutta ornata di perle e collane, ah, la mamma, con le tette rifatte, lui la guardava e pensava quanto avesse ragione Seneca quando insultava le donne di bell’aspetto, quanto avesse ragione Schopenhauer quando insultava le donne di bell’aspetto e quelle di brutt’aspetto, e la madre gli porse la mano e lui non capì bene cosa fare e farfugliò un Salve poco convinto, e il papà rimuginò Ma come posso pensare che la mia bambina voglia spalancare le cosce davanti a questo derelitto? e la mamma pensò Spero che almeno abbia un’arma portentosa là sotto, guardatelo il nichilista, con la sua barba incolta e gli occhiali con la marca consumata, Che cazzone, pensò lei, ma la ragazza osservava il nichilista e pensò a quanto avrebbe voluto amarlo, lui osservava la ragazza e pensava a quanto fosse in imbarazzo, ma poi la storia nel suo procedere fece sapere al nichilista che il papà della ragazza possedeva una fabbrica e molte case, possedeva una catena di ristoranti e alcune ville, e la sorella era così brava a succhiarlo, così diversa dalla ragazza, così nichilista proprio come lui, che lui pensò Quasi quasi, e invece no, non poteva farlo perché quando il nichilista e la sorella si trovavano a letto, e lei aveva appena finito di lavorarlo come si deve, lui la guardò e pensò No, se io ora me ne vado con lei il giocattolo si rompe, e pensava a quelle frasi di Kafka e Musil, quelle sul tradimento e il sotterfugio, cercando una qualche giustificazione tra le righe di Sartre e Camus, ripercorrendo le citazioni costruite in una vita di nichilismo, la sorella lo guardava e gli baciava le pudenda, lui durante l’erezione decise che avrebbe sposato la ragazza per le cose del papà, sposerà la ragazza, lo pensò proprio mentre la sorella lo prendeva in bocca, pensò che con tutte quelle cose sarebbe stato felice, pensò che anche Seneca predicava la felicità anche se un angolo della sua mente gli suggeriva che non era proprio così, ma lì capitò qualcosa, un meccanismo scattò nel cervello e il nichilista iniziò a diventare qualcosa d’altro, strinse forte la mano del papà durante un invito a cena e si presentò in cravatta, il nichilista, e la ragazza lo guardava con rinnovata ammirazione, Sta cambiando per me, pensò lei, Ti fotto l’eredità, pensò lui, e il papà lo comprese bene, lo guardò dritto negli occhi, osservando quel macchinario che si muoveva nella mente, le citazioni di Nietzsche che se ne andavano, Seneca dimenticato d’un colpo, Cioran che si scioglieva come neve al sole, il papà capì tutto, vide il nichilista che si trasformava in razziatore, in opportunista, in ipocrita, lo comprese alla perfezione ma non disse nulla, guardò la figlia felice e le tette rifatte della moglie, guardò la figlia, guardò l’ex-nichilista e rivide se stesso quando pensava di dover mettere a ferro e fuoco il pianeta, quando pensava che l’unica salvezza fosse la morte, lui mica aveva letto Seneca ma non erano così dissimili loro due, e poi scoprì il denaro, aprì la fabbrica con un socio et voilà, adesso era un imprenditore tutto d’un pezzo e la figlia ammirava felice il nichilista che non era più un nichilista, e il papà vide d’un tratto tutta la loro vita, un fuoristrada regalato per il primo lavoro vero, via quei capelli lunghi, sempre la cravatta, lei con due figli a trentatré anni, lui manager tra diciotto mesi, via Nietzsche, via Seneca, via tutte le balle della filosofia, fai spazio al denaro piccolo paffuto rincoglionito, via tutte le schifezze sulla morte e l’insensatezza della vita, abbraccia il futuro e il successo, insemina mia figlia e fai sopravvivere i miei geni, piccolo figlio di una troia, e tutto questo lo pensò durante una fugace solida stretta di mano che cambiò una piccola porzione di universo futuro, impercettibile eppure visibile, una porzione in cui un nichilista si era trasformato, di lì a pochi mesi avrebbe sentito a un quiz televisivo la domanda Di chi è questa citazione? e quella citazione era di Seneca, ma l’ex-nichilista avrebbe guardato la TV rispondendo Che ne so io? perché allora gli sarebbe convenuto mangiare l’hamburger veggy e carezzare la pancia della ragazza incinta, la mattina successiva sarebbe dovuto andare al lavoro presso le assicurazioni il cui cliente più importante era il papà della ragazza e il problema del budget pretende Niente Studio, Niente Nichilismo, Solo Molti Sì. Nessun Dubbio, Dio è vivo.
C’era una volta un nichilista.