C’eravamo una volta

c'eravamo una voltac’eravamo una volta noi.

c’eravamo, tanto amati e tanto delusi, tanto scontrati e tanto corrosi. c’eravamo, con tutti i t’amo sulla sabbia e la rabbia sopra i t’amo, con i desideri inespressi e le espressioni solo desiderate. c’eravamo, come quel c’era una volta che poi non ci sarà più. col c’eravamo ancora e non ci saremo oltre. c’eravamo, con tutti i salotti vagabondati al sole e i progetti scritti sulla crosta dell’acqua. c’eravamo, a lavarci i denti e lasciarci le gengive, ad attorcigliarci le lingue dentro discorsi senza parole. c’eravamo, come quelle epoche mai vissute, come le storie davanti al caminetto, come i viaggi nel tempo delle mie storie, come i personaggi che mi popolano le mani. c’eravamo, sotto coperte e dentro ricami, fuori da mura e sotto tempeste. c’eravamo, con le corse sotto la pioggia primaverile e senza tutto l’asfalto che poi abbiamo inghiottito per non esserci più. c’eravamo, tra quel dentro e quel fuori che non hanno porte, e poi c’eravamo sbattuti le porte in faccia dopo essercele immaginate così forte da costruirle a suon di silenzio. c’eravamo, come la sabbia della clessidra che non torna più su, come il corso di un fiume che non trova più il monte, come tutti quegli eventi sfuggiti di mano in mano, fino a non riconoscerne più la provenienza. c’eravamo tanto. c’eravamo poco. c’eravamo così fortissimamente. e poi, c’eravamo dimenticati.

e così, non c’eravamo più.

Scacchi matti

scacchiA raccontar gli scacchi ci si perde la testa, dice il re decollato.

E raccontarvi com’è che il sovrano ha perduto il cranio puntuto, cristianissimo bardato di croce cattolica bucolica? Com’è raccontarvi la guerra de’ scacchi, scrivendo senza malizia il vicendevole massacro de’ pedine innocenti?

C’è il re-scacco da metter nel sacco, matto direte, e invece no: pigro e goffo, di passo in passo girovago tra i quadri, ma non sa nulla di musei. Eletto da nessuno, perfetto per nessuno, sovrano per divin diritto, ma dir retto è dir troppo. Balza per arroccarsi, ma non divampa d’emozione per i Rolling Stones, come quelli che al rock arsi. Per salvarsi la pellaccia mette tutti in allerta, e questo è il realismo del re stracco: sacrifica persin la sacra fica per salvar il pisello regal.

C’è la regina-scacco, temuta e muta, ritta e zitta, mossa da estinto materno, pronta a divorare pure i figli. Lei non allatta ma allotta, non infonde amore ma diffonde timore. Eppur, con tutta quest’amazzone dominanza, ancor se ne sta all’ombra del sovrano coglione, in attesa dello scacco scemo, puntuale come l’arrocco.

Gli alfieri, obliqui ubiqui, fieri in fieri di agonale agone, agonizzanti alla gonna della regina-scacco, proteggano dall’oltraggio la regale famiglia, sacrificando sguardi di traverso, strategie oblique, diagonali frenesie.

Poi il cavallo, che di cavillo in cavillo disegna elle e balza sulle teste-scacco di amici e nemici. Nutrisce l’attacco e nitrisce d’arrocco, scalpita di morte ma capita che muoia. Il cavallo, di saltello in saltello sorvola avversario e fratello, sopra loro vola e caca, scavalcando cavallo e cavaliere, ma con mestiere.

Torre d’avoir-faire di verticale orizzonte, s’arrocca tarocca granitica e salvifica. La torre non corre, accende il motorre e rotola ben dritta, così l’han scritta. È dura, è pietra, ma un piccolo pedone la può sgambettare: lei stramazza, s’ammazza, rovina, scontrosa, sfrantuma di puzzle, in scacco pazzo di pezzi grezzi.

Il pedone, clone di cloni, figlio dei figli di nessun sovrano, prima linea, scacco da macello, nano di letame letale. Meno importante d’uno scarafaggio, sarà saggio? Eppure, eccolo duellare con cavalli, cavilli, alfieri fieri e inferi torrebondi. Eccolo, dal basso all’alto, dal fondo al tetto del mondo. Eccolo, il pedone, che nessuno ama perché sarebbe pedofilo. Eccolo, il pedone scavezzascacco, infingardo, imprevenibile, sotterfuggino! Eccolo, sbalza scalza contro ogni previsione! Eccolo, infilza la smilza, destituisce chi nitrisce, aborre la torre, trafigge e sconfigge, sfiora l’alfiere l’ammazza lo strazia!

Eccolo, un quadro alla volta insegue il sovrano, che canta d’affanno e grida spaura! Eccolo, il re-scacco quasi nel sacco, corona sul pacco sudore sfiancato!

Anarchico pedone” urlacchia il reietto, “brutal nanaccio” sbraita lo scostumato! Eppure il nanaccio persiste insiste esiste, un quadro dopo l’altro, e non c’è arrocco che tenga, non c’è regina che venga! Eccolo, il pedon pedone lancillotto in pugno e sguardo assanguato nell’occhi! Avanti, brutal scherzetto di natura balorda, taglia e non ricuci, decapita e non incolla, sventra e non rammenda! Ché pur nello scacco il re è della stessa tua materia: merda!

Eccolo, pedoncin coraggioso, ultimo baluardo del popoletto tutto, colla lama giocosa s’incula s’infila si scotenna il sovrano, ed ecco lo scaccomatto, ecco lo scaccoculo, ecco il culomatto del sovrano impalato!

La scacchiera sta in silenzio, insanguinata di bluastro plasma. Solo il pedone nanaccio infingardo, solo lui reietto resta in piedi dopotutto. Le torri son crollate, i cavalli falciazzati, l’alfiere decollato, la regina martoriata, il sovrano sbandierato.

E ora, a te la scelta: ribadir la follia innalzando un nuovo re, per dissanguare un altro mondo a colpi di scaccopazzo, o camminar lontano, l’onta no, non la puoi vivere ancora.

Scacco dannato bruttone assassino, fai la tua scelta: se morir da suddito pedone o vivere da libero scacco infingardo.

Non ti resta che la testa, calva e scolorita.

Non ti restan che la scelta, la rabbia e questa vita.

***

(inizialmente pubblicato qui)

Asta planetaria

asta planetaria«Planetoide disabitato Ecretex, sistema OKL-43 della costellazione del Canguro Impazzito, quadrante 23,44. Proveniente dalla collezione del Barone Occipitale Umberth Crotax. Valore stimato: ventitré milioni di Copek rivoliani. L’asta parte da tredici milioni.»

Come reagireste, nel sapere che il vostro pianeta è di proprietà altrui?

Sarò sincero: molti popoli neanche se ne accorgono, e rimangono inconsapevoli per tutta la loro esistenza. Ma quando si tratta di mettere all’asta un intero mondo, perché il proprietario è defunto senza eredi, oppure caduto in disgrazia in seguito alla crisi intergalattica, allora le cose si complicano.

«Il rettiliano laggiù offre quattordici! Chi può far meglio di quattordici? La signora verde e gialla con sette file di canini in seconda fila? Quindici! Bene, quindici!»

Capita spesso che un popolo di ornitorinchi scientifici si ritrovi da un momento all’altro in mano a un sanguinario bebè cosmico strapieno di soldi, e così il loro pianeta viene ficcato dentro un sacchetto di biglie e rimescolato insieme ad altre centinaia di mondi sfortunati, solo per essere rotolati su pavimenti sconfinati o giocati su spiagge ai confini delle costellazioni. Ma succede anche di finire tra le mani di una Dama Nera del sistema di Kostipax, che usa i pianeti per curare quei fastidiosi moti intestinali che danno vita, nel migliore dei casi, a nebulose vastissime. Nel peggiore, a buchi neri supermassicci.

Non ho intenzione di addentrarmi sull’uso che una Dama Nera di Kostipax fa dei pianeti acquistati all’asta. Potete pure… supporre.

«Ecretex se lo aggiudica il rettiliano laggiù, per diciotto milioni di Copek!»

Immaginate: un giorno vi svegliate e venite a sapere che il vostro mondo è diventato proprietà di un feudatario siderale, di un maniscalco gassoso oppure di una supergigante rossa e isterica ai limiti del cosmo. Come la prendereste? E prima neanche sapevate che il vostro pianeta fosse proprietà di qualcuno!

Non lo nego: molti si incazzano.

«Passiamo a Fuborth, gigante gassoso abitato da un popolo di fantasmi assassini. Ruota intorno alla stella morta Gambed II, puzza di cavolfiore avariato ma il suo nucleo è pieno di gommapiuma, carte da gioco e pongo, materiali pregiatissimi. Si parte da un valore di centottanta milioni di Copek! Centottantatré per il Conte sideriano alla mia destra!»

Pianeti, asteroidi, meteore, stelle e anelli, tutto nell’universo è in vendita o già acquistato o in procinto di passare di proprietà, cosa credete? Colui che ha investito nella costruzione di questa galassia dovrà pure rientrare della spesa, no? Così, le banche universali emettono mutui millenari, nobili possidenti rimpinguano la loro collezione di oggetti celesti, famiglie un tempo ricche devono disfarsi di ogni bene cosmico per racimolare un poca della fortuna passata. Ieri Marte è stato venduto a un’asta fallimentare per tredicimila Copek (le quotazioni del Sistema Solare sono basse, dopo che i Gargantuli Oceanici Rock hanno colonizzato Giove e Mercurio, con tutti i loro schiamazzi notturni che attraversano il vuoto).

«Fuborth? Nessuno offre di più? Centottantatré uno, centottantatré due, centottantatré tre! Aggiudicato!» STOMP!

Caro amico rinchiuso nel tuo piccolo mondo, ora esci di casa, se una casa ce l’hai, e guarda verso l’alto, in cielo, dove da sempre osservi lo spazio siderale in cerca di risposte. Lassù non ci sono risposte, ci sono solo domande: «Quanto costa questo inutile sasso?», «Quanto posso ricavarci dalla demolizione di questo pianetucolo?», «Chissà che gusto ha il suo equatore».

Siamo sempre in procinto di essere venduti, svenduti, messi all’asta, acquistati e poi chissà in che mani capitiamo. Tu, che ti preoccupi del tuo portafogli, del tuo mutuo, delle tue minuscole problematiche da infima creatura dispersa nel cosmo, potresti essere parte di una compravendita universale di dimensioni sproporzionate, rispetto alle tue minuscole paure. Quindi ora esci, guarda verso l’alto, osserva il punto di congiunzione tra Sirio e l’angolo cottura di Orione, lassù si sta svolgendo un’asta planetaria che se ne frega di te e delle tue ansie.

«Pianeta Terra, sistema Solare ai confini della Galassia CCXR, anche conosciuta come “Via Lattea”. Popolato da esseri spauriti e rancorosi che ancora credono di essere al centro dell’universo. Inquinamento alto, puzza di pesce fritto e gelatina un po’ sfatta. Tanta acqua, ma pochissima bevibile. Atmosfera satura di pessima musica, chiacchiere inutili, idrogeno e abiti della Desigual. Messo all’asta per fallimento della Confraternita Rettiliana Inequivocabile, dopo un tentativo di speculazione sugli anelli di Saturno (che non erano fatti di diamanti, ragazzi). Prezzo di partenza: sessantamila Copek. Qualcuno offre di più?»

Guarda verso l’alto, amico mio. Proprio là. Sì.

«Sessantamila? È un pianeta dalle grandi potenzialità, signori. Nessuno?»

Guarda verso l’alto, qualcuno ti sta osservando, proprio ora, in cerca di un motivo per acquistare il tuo piccolo stupido mondo.

«Andiamo, signori, è praticamente regalato!»

Guarda verso l’alto. Ora scaccolati, come fai di solito, pensando alla partita di ieri sera, a tua cugina quant’è gnocca, a speriamo che Federica non sia incinta. Dai, su.

«Niente? Nessuna offerta?»

Ti stanno guardando, e si chiedono che cosa potrebbero mai farne di te.

«Neanche come soprammobile per nebulose?»

Nessuno ti vuole, tira un sospiro di sollievo.

«La Terra rimane invenduta!» STOMP!

Ora che sei libero senza saperlo, puoi fare ciò che vuoi del tuo mondo.

Ovviamente, la userai per andare a giocare con la slot machine al bar di fronte.

La donna espansa

BoteroA un primo sguardo, nessuno direbbe che Virna abbia acquistato peso.

La sua ferrea dieta e l’asticella della bilancia continuano infatti ad andare perfettamente d’accordo, e Virna rimane la regina indiscussa della magrezza, a Tol Defferate, piccolo paesino montano sul confine di alcune non meglio identificate regioni d’Italia.

«Sei un ramoscello, Virna cara!» la virgolettano le amiche, quando passa con gamba snella e tacco rabdomante per le vie del paesino.

«Ancora un poco e ti si dovrà indovinare, mica incontrare» l’apostrofano i vecchietti prendendosi una pausa dalla nullafacenza pensionistica a ridosso di cantieri in perenne rallentamento.

A Tol Defferate, con le sue cinquecentosedici anime, Virna è un’autorità in fatto di salute e forma fisica. Diete prima proteiche e poi vitaminiche, prima vegane e poi rossosangue; integratori di secchezza e dispensatori di energia; costolette d’insalata e poi foglie d’agnello. Virna Maldestri segue pedissequamente la ricetta stavolta di quel guru e l’altra di quel santone, poi del nutrizionista RAI per finire dell’ultimo libro sull’alimentazione birmana. Il sorriso di Virna Maldestri cresce in proporzione al ritirarsi della carne, del grasso, delle curve.

«Se ti metti di profilo neanche ti si vede» ammiccano gli uomini con un filo di eccitazione nella voce.

E Virna non ha acquistato nemmeno un grammo, nonostante tutto.

Dico nonostante tutto perché le vicende che sono capitate a Tol Defferate negli ultimi giorni, e dei quali con poca tranquillità mi accingo a raccontarvi, potrebbero dimostrare l’esatto contrario.

Io me lo ricordo, quando tutto ha avuto inizio. Ce ne stavamo da Sbarbie, al secolo Romano Mefisti, il parrucchiere di Tol. Lui tagliava e noi chiacchieravamo della sconfitta del Defferate per sette a uno contro il Patriarca. Lui radeva e noi commentavamo le natiche della Pimbini, sacerdotessa delle curve di Tol a cui noi tutti dedicavamo le nostre preghiere virili per tanta abbondanza. È stato allora che ho visto una guancia di Virna Maldestri fare capolino dalla porta del negozio di barbiere. Avete letto bene: una guancia. Non Virna, nella sua snella interezza, no. Per un solo secondo la porta ha sbattuto e ha mostrato il fugace profilo di una guancia, quella inconfondibile macchiata di phard fucsia di Virna. Una guancia, vi rendete conto? Come un’apparizione aliena, come le acque del Mar Rosso che si spaccano, come i marziani che sbarcano a Busto Arsizio.

L’abbiamo vista tutti, la guancia, ma nessuno ha detto nulla perché era troppo impossibile, troppo improbabile, ché Virna poi è così magra.

Amici miei, se mai avessimo sottovalutato quel piccolo insignificante evento forse oggi Tol Defferate non sarebbe la zona di guerra sulla quale sembrano transitati tutti gli eserciti del mondo.

E invece abbiamo deciso che no, non abbiamo visto nulla.

Dopo un paio d’ore s’è visto il dottor Medrangeli correre come un pazzo su per la salita che porta alla chiesetta. I testimoni dicono ch’è uscito di corsa dal suo studio urlando «Signorina Maldestri, smetta di crescere!» e tiene sottobraccio le cornici con i diplomi, alcune penne di valore, fascicoli con documenti che svolazzano ovunque. Il viso paonazzo, la bocca spalancata in un’espressione di puro terrore, la voce che ripete «Sta crescendo! Cresce a dismisura!», e tutt’intorno la gente che non comprende e compatisce il poveretto, «Guardate come si può ridurre un signore cosi distinto!»

E anche lì, tutti che guardano il dottore e nessuno che si accorge del top viola che si gonfia alle finestre e il seno di Virna che trasborda dai balconi dello studio di Medrangeli. Tutti che lo inseguono dicendo «Fermo, dottore, fermo che la portiamo all’ospedale» e nessuno che si chiede che cosa sia quella coscia immensa che si dilata e schianta la porta di casa del commercialista con grande ignorato fracasso.

Nessuno che s’accorga dell’incantesimo e dica «Gente c’è Virna che s’espande!»

Perché vedete, Virna mica ha iniziato a ingrassare, proprio no. Ha piuttosto cominciato a dilatarsi, in ogni senso. Lei non è cresciuta di un solo chilo, ma il suo corpo s’è ribellato ai confini, il suo contorno ha spaccato le dimensioni. Come se la sua immagine avesse d’un tratto scoperto di poter crescere, senza che Virna crescesse di un solo grammo: ecco il corpo si spande, ecco l’ombra s’ingigantisce, ma Virna resta magra come un ramo secco.

Non so se mi sono spiegato.

Improvvisamente, Virna ha cominciato a espandersi dappertutto a Tol Defferate.

Al supermarket, i pomodori hanno cominciato a venir sparpagliati ovunque, mentre tra gli scaffali spuntano e s’ingrossano le protuberanze della signorina Maldestri: dita di qua, unghie di là, falangi falangine falangette dappertutto e senza ordine, dove al caso piace di più! Vetrine che vengono sventrate da un piede di Virna che spunta dal marciapiede e manichini che si trasformano in immense parti del corpo della donna: orecchie, nasi, lingua. Gente che scappa di qua e di là perché in casa è entrata una natica espansa della donna, dentisti che vengono scaraventati giù dalle loro poltrone perché un canino di Virna sboccia dal pavimento o dal soffitto. E poi talloni che spremono parco-giochi, alberi che vengono inghiottiti dall’ombelico, automobili ingurgitate da strade che diventano esofago, faringe, bocca, mentre il vigile viene scagliato lontano dall’epiglottide di Virna, catapulta umida e vivente di Tol Defferate.

Ma questo è nulla, signori miei. Perché Virna ha cominciato a espandersi pure nei discorsi delle persone, della radio, della televisione. E quindi, ecco che il giornalista del TG comincia a parlare con la voce della ragazza, rendendo ridicolo il resoconto di cronaca! Il meteo prevede precipitazioni di capezzoli di Virna, lacrime di Virna, forfora di Virna, giù per tutta la vallata, in pianura, sulle colline! La gente inizia a parlare con i concetti di Virna, con le idee di Virna, con gli accenti e le sgrammaticature di Virna, e pian piano comincia a fare le sue diete, a mangiare ciò che mangia lei, la donna espansa: espansa nello spazio e nelle idee, nelle immagini e nelle abitudini.

La donna espansa è ormai ovunque, e ovunque cresce a dismisura.

Virna invade Tol Defferate, spunta dalle strade, dai discorsi, dai manifesti elettorali. La donna si espande nelle discussioni, tra i fili d’erba, dove fioccano spalle, lingue, occhi, tutti di Virna, la donna espansa che si prende l’universo intero: case esplodono piene di lei, uffici vengono ingolfati da troppa presenza della donna espansa, che cresce e cresce e cresce ancora, in altezza larghezza profondità, in parole opere e omissioni, in lungo e largo e stretto, ma assolutamente non in peso.

La donna espansa si prende Tol Defferate, si prende le voci e gli occhi, si getta dai tetti e ricade come uno tsunami di immagini per le strade, inondando di Virna le vie del paesino. La gente viene travolta e chi non viene travolto si trasforma in pezzi di Virna, che s’espande come una radiazione, invade come un esercito, si diffonde come un’epidemia, si prende tutto come una vorace creatura impossibile. Virna è magra come uno stecco, ma contagia, esplode, brulica e scorre ovunque, senza metter su un solo chilo.

Se solo avessimo dato importanza a quella guancia, avremmo potuto evitare tutto questo. Non saprei come, ma di certo avremmo potuto fare qualcosa. Forse scappare, anche se dalla donna espansa non si può scappare. Forse ucciderla, ma la pallottola sarebbe diventata un capezzolo di Virna, il coltello la lingua di Virna, la donna espansa.

Virna si prende tutta la realtà, Tol Defferate è diventata Virna, oppure è lei a esser diventata Tol Defferate, non si può capire davvero. Io me ne sto qui, oggi inizio una dieta iperproteica per diventare la natica rotonda e soda di Virna, che si è presa tutto: la città, la squadra di Defferate, la chiesetta, il commercialista, le case e i discorsi. Si è presa pure me, perché non ci siamo accorti in tempo che la donna espansa si sarebbe presa tutto quel che c’era da prendere.

Però io ve lo dico.

Virna non ha preso nemmeno un chilo, nonostante tutto.

Siamo davvero un figurino.

***

(inizialmente pubblicato qui)

L’uomo sradicato

YerkaNon era che non avesse i piedi per terra.

Anzi, vi dirò che Erminio Castrelli era un tipo davvero concreto, uno con il quale mica si poteva scherzare. Era uno con pesanti zavorre che lo tenevano ben piantato alla realtà, amante della logica e della matematica, esperto di ingegneria e perfettamente a suo agio nelle più solide convinzioni.

In paese tutti lo guardavano con ammirazione, ci si rivolgeva a lui quando si trattava di risolvere qualche divergenza che richiedesse un giudizio logico e imparziale. La sua era una vita guidata dalla pianificazione e da un ritmo esistenziale minuziosamente prestabilito.

Erminio Castrelli era l’ultimo da cui ci si aspetterebbe qualche colpo di testa.

Aveva cinquantatré anni quando tutto cambiò improvvisamente. Nessuno sa spiegarsi che cosa sia capitato, quel che sappiamo è che d’un tratto Erminio ha messo sottosopra ogni cosa, letteralmente.

Tutto ha avuto inizio un mattino di settembre nel negozio del panettiere, dove Erminio si recava alle ore 8.45 in punto per acquistare una baguette e due francesine. Aveva scambiato convenevoli con Enzo il fornaio e la signorina Vezze, l’estetista di via Portello, discutendo del meteo e prevedendo che nel pomeriggio la pioggia si sarebbe intensificata. Pagò i suoi due euro e dieci centesimi, ma non finì per salutare come sempre tutti i presenti per prendere la via d’uscita. Non quel mattino.

I piedi gli si staccarono da terra senza troppo badare all’autorità che il cervello avrebbe dovuto esercitare su di loro e l’espressione che attraversò il volto di Erminio fu d’uno stupore che da individui come lui non ti potresti mai aspettare. I piedi si staccarono da terra, dicevamo, e rovesciando a testa in giù il loro proprietario finirono per attaccarsi come ventose dispettose al soffitto della panetteria, mentre gli occhiali da vista di Erminio cadevano a terra, il suo cappello Panama volava tra i piedi della signorina Vezze che cacciò un urlo isterico richiamando l’attenzione del carabiniere che chiacchierava fuori dalla panetteria.

«Lei, torni subito giù!» intimò l’agente al povero Erminio, che si guardava intorno con le narici verso l’alto, cercando di capire cosa accidenti fosse successo. La panetteria tutta si era pietrificata, tutti col naso all’insù a osservare l’uomo che teneva i piedi ben saldi al soffitto e la testa rivolta verso il pavimento. «Gentile agente, c’è una spiegazione per tutto ciò, ne sono certo» rispose Erminio, non riuscendo a dissimulare una punta di panico nella voce. «Non m’interessa una spiegazione, signor Castrelli, mi interessa che ora lei scenda immediatamente!»

Ma da allora, Erminio non poté più scendere.

Voi immaginate l’angoscia di un uomo da sempre abituato a camminare con passi precisi e velocità costante, un uomo perfettamente integrato nel tessuto matematico delle leggi fisiche, un individuo che mai ha dato segno di eccentricità, immaginatene l’angoscia nello scoprirsi rovesciato, sradicato, fluttuante. Il cielo gli divenne suolo, il suolo cielo, e da allora spostarsi da un edificio all’altro non è più uno scherzo perché il pericolo di precipitare verso il vuoto celeste è sempre in agguato.

Io ve lo dico, hanno tentato in tutti i modi: hanno provato a zavorrarlo con incudini e a inchiodarlo per terra, ma nessuno è riuscito a mettere addosso a Erminio sufficiente peso da mantenerlo saldo al pavimento; hanno tentato di cospargere di colla la suola delle sue scarpe, ma le scarpe si spaccavano e il signor Castrelli ritornava dopo pochi secondi al suo stato innaturale a testa in giù; hanno provato con calamite, corde e specchi, travi, fili e piombi, ma niente da fare. Senza tener conto del fatto che il signor Castrelli, ogniqualvolta torna con i piedi per terra, comincia ad avere una forte nausea che gli causa conati di vomito e capogiri spaventosi. In men che non si dica, le travi del pavimento a cui l’hanno inchiodato si spaccano, o le scarpe incollate si strappano, o le corde che lo legano si spezzano, e così l’uomo sradicato ruzzola verso l’alto come se la gravità si fosse stancata di dargli retta.

«Chissà chi avrà mai voluto farmi questo scherzo di cattivo gusto» si ripete spesso Erminio Castrelli, l’uomo antigravitazionale. I bambini lo chiamano l’uomo ragno, gli adulti lo chiamano l’uomo sradicato, ormai nessuno lo conosce più col suo nome e ci si sta avvicinando alla resa totale nella ricerca di una soluzione.

«Non c’è una cura, la sua non è una malattia» gli rispose il dottor Medea, auscultandogli il cuore mentre sei infermiere lo tenevano fermo sul lettino per evitare che cadesse verso l’alto.

«Non saprei davvero come compilare il rapporto» rispose il comandante dei carabinieri quando Erminio gli chiese di sporgere denuncia per truffa gravitazionale nei confronti di ignoti, o forse di dio.

«Il Signore procede per vie oscure, figliolo» disse don Patella quando l’uomo sradicato si recò al confessionale, proprio lui che era ateo fin nel midollo e non entrava in chiesa da almeno trentacinque anni. E niente, manco con dio se la poteva prendere.

Quindi oggi, passeggiando in paese, non è così raro scorgere un’ombra fugace che salta dalla finestra di un edificio all’altra, aggrappandosi non al balcone ma al cornicione, con i piedi che penzolano verso il cielo e la testa che si sforza di guardare verso quello che per lei è l’alto, per gli altri il basso. Se entrate dal barbiere, potrete vedere una sedia attaccata al soffitto, e quello è il posto dove siede l’uomo sradicato quando decide di aggiustarsi l’acconciatura rovesciata, e il barbiere tiene lì vicino una scala per salire e tagliare la chioma come si deve. In panetteria ormai tutti ritengono cosa normale salutare quello che un tempo era Erminio Castrelli, quando entra a naso rovescio passeggiando tranquillamente tra i neon del soffitto, schivando i ventilatori e salutando con la mano, le dita rivolte verso quello che per tutti è il pavimento, per lui il soffitto. Lui finge che tutto sia esattamente come prima, come se a cambiare fosse stato solo un banale punto di vista, ma sa bene che in realtà non è così.

Ora lo chiamano l’uomo sradicato, anche se si guardano bene dal pronunciare questo nome in sua presenza, potrebbe prendergli un colpo e, dopo tutto quello che gli è capitato, il cuore potrebbe non reggere. Nessuno vuole vederlo stramazzare al soffitto perché nessuno ha voglia di arrampicarsi per procedere con il massaggio cardiaco (l’uomo sradicato avrà poi un cuore?) o la respirazione bocca a bocca (magari la malattia che gli ha causato il rovesciamento gravitazionale è contagiosa!), quindi tutti rimangono impassibili con lui, Enzo il fornaio e la signorina Vezze, il carabiniere e il prete, nonostante sappiano che l’uomo sradicato, l’ex signor Castrelli un tempo ammirato da tutti, è un individuo pericoloso da cui stare alla larga.

Un giorno l’uomo sradicato sarà stanco di tutta questa accondiscendenza e, varcato l’uscio della porta della sua casa rovesciata, si lascerà cadere verso il cielo, un volo infinito verso lo spazio siderale. Cadrà indefinitamente verso il vuoto celeste e imprecherà un’ultima volta contro il pavimento, le strade, il suolo, contro quella gravità che ha voluto fargli uno scherzo di cattivo gusto senza alcun motivo in particolare.

Cadrà al cielo, sparirà come un puntino e tutti diranno «guardate, il signor Castrelli vola via!», mentre il signor Castrelli dirà «guardate, precipito nell’abisso!»

***

(inizialmente pubblicato qui)