Presentazione a Piovene R.

La presentazione del proprio libro nel luogo in cui sei cresciuto è emozionante.

A Piovene Rocchette (VI), proprio nella biblioteca dove questa sera 9 novembre 2014
presenterò il mio romanzo “I pianeti impossibili“, da bambino presi in prestito il primo libro scelto e letto liberamente,
un episodio della collana “Piccoli Brividi”, allora molto in voga.
Avevo 11 anni e nessuna idea dei pianeti che avrei visitato.
Oggi qui presento il mio primo libro, e questo è bellissimo.

Quindi, se siete nei paraggi venite a trovarmi!

presentazione Piovene

Annunci

Labirinti e racconti

La mia intervista per il sito “Accogliamo le idee”.

Accogliamo le Idee

Il labirinto

labirintoPartiamo dal labirinto, quello che c’è sulla copertina del libro (l’originale è inciso sulle porte della città di Lucca) e quello nel quale ti trovi quando cerchi notizie su Riccardo Dal Ferro.

Il labirinto della copertina è unidirezionale e, attraverso infinite e inattese svolte, ti porta inevitabilmente al centro (1).

Il labirinto nel quale respira Riccardo è la rete infinita dei collegamenti che Internet rende possibile.

Provate infatti a cercare QUI oQUI o QUI o QUI o QUI.

Riccardo

Cosa fa un laureato in filosofia nella rete e nella realtà?

fermento_head_home_0x0Fa il docente di scrittura creativa a Vicenza, Schio, Padova.

La sua passione è la lettura da quando giovane entrò nella biblioteca di Piovene Rocchette e prese in prestito il libro “Le testine” dalla collana Piccoli Brividi. Il contagio fu…

View original post 800 altre parole

Antistoria della letteratura

don-quixoteCara maestra, giuro che ho studiato, ma mi pareva tutto sbagliato.

Ho studiato di Dante e Petrarca, del loro balbettare insieme a Majakowskij. Mi hanno raccontato di Manzoni sul fiume, quasi come Narciso, ma al posto di specchiarsi cercava di lavare il linguaggio, e mi è parsa una gran buffonata, maestra, ché le parole son già fradice per conto proprio, che bisogno c’è di metterle a bagno? Mi hanno detto di Foscolo e Ginsberg, dei Sepolcri e del Moloch, mi suonavano simili, eppure li mettevano distanti, anche se mi è parso volessero parlare un po’ tra loro. E poi c’era quella cosa di Montale che si chiudeva dentro i versi, solo per non farsi scardinare più. E mi dicevano che erano tutti precedenti o successivi, uno dopo l’altro, uno in anticipo e uno in ritardo, stesi su una linea del tempo quasi a prendere il sole, fregandosene delle nuvole che avanzano.

Insomma, maestra, e se fosse tutto completamente sbagliato?

Immaginiamo di svegliarci un giorno, accorgendoci che la letteratura è diversa da come la pensavamo. Non c’è passato, non ci sono morti, è tutto un costante presente in nostra presenza, nessuna assenza, nessun sepolcro da scoperchiare per interrogare un fantasma, uno scheletro, uno spirito. Ci svegliamo, e il libro del Cervantes è una contemporaneità assoluta, perché non ha a che fare con il 1600, non più di quanto il cielo abbia a che fare con le profondità della Terra. Don Chisciotte è lì, e parla dei problemi familiari del suo autore, dei pochi soldi della mamma e delle confessioni inascoltate di sua sorella, ma al tempo stesso dialoga con uno dei marinai del Nautilus, mentre il capitano Nemo ripensa alla superficie, al sole, alle cose perdute, come un comodino e un libro lasciato a metà, un abat-jour impolverata, Abramo Lincoln e il suo cappello bucato a teatro. Nel frattempo, c’è Virginia Woolf che passeggia in riva a un fiume, e si ripete che “non dirò mai più io sono questo, io sono quello”, perché ha capito che quel fiume le scorre accanto dicendole di scorrere, proprio come Eraclito, che non è distante da lei, anzi, le fa cenno di avvicinarsi, per sprofondare insieme, come Jacob nella sua stanza, che ripensa alle storie di Boccaccio toccandosi tra le gambe, ma solo perché si sente diventare pian piano adulto, senza diventarlo mai.

Maestra, se ci accorgessimo che la macchina burocratica di Kafka infetta di ridondanze Aleksej, mentre Dostoevskij ormai cieco detta “Il giocatore” alla povera Anna, che s’innamora, come se il mostro di Frankenstein si innamorasse di Mary Shelley: non come una creatura abominevole, ma come un timido Gulliver, lasciato a marcire su una spiaggia, giocando con le mani e pensando di far l’amore con una lillipuziana, cosa abominevole per le incomparabili dimensioni, ma basterebbe rifugiarsi nel Paese delle Meraviglie con Alice, dove le dimensioni non contano (ma perché poi, forse non sanno la matematica?). E poi ci sarebbe Arturo Bandini in cerca di un dollaro per un goccio, sei mesi arretrati d’affitto e un racconto nel taschino, e quando lo estrae s’accorge che si tratta di “Sei pollici” di Bukowski, che deve averglielo dato al Puledro Impennato, davanti a una pinta di birra la sera prima, mentre quei quattro Hobbit attiravano su di sé l’attenzione, maneggiando incautamente un Anello senza diamanti, non come quello di Elias Canetti in Auto da fé, non come le promesse non mantenute di Tyler Durden in Fight Club, non come le folle immaginarie di Céline e del suo sogno fascista e psicotico, mentre urla ai fantasmi di andarsene, di temere il cielo, dio e il sedere delle donne, proprio come il presidente Schreber psicanalizzato male da Freud, che si sente Gesù Cristo perché il Signore Eterno lo vuol sacrificare al mondo.

Ti sembro pazzo, cara maestra? Forse lo sono, ma è solo perché potremmo smetterla di vedere i libri come binari dritti che guidano un immaginario lettore verso una destinazione stabilita chissà da chi (non certo da chi li ha scritti), e potremmo cominciare a intersecarli, incrociarli, renderli incidentali e perpendicolari. Perché l’arte potrebbe non essere affatto una genealogia, quanto piuttosto un’infezione costante, in cui le idee sono virus che moltiplicano e proliferano all’interno di parole, paragrafi e opinioni scritte da altri, e così contagiano, mutando la forma del presente e creando un corto-circuito gioioso, un macchina da guerra per i sogni, un reticolato fitto di direzioni mai univoche, sempre duplici, triplici e forse infinite! Che gioia, cara maestra, c’è Walt Whitman che fa l’amore con la signora Dalloway, laggiù, proprio accanto alla tana del Bianconiglio, e poi Borges chiacchiera con il Marco Polo di Calvino, e parlano di sesso, Van Gogh e dell’ultimo libro di sant’Agostino, un romanzo d’avventura con i fiocchi!

Se ci svegliassimo, accorgendoci che la letteratura è un gioco, proprio come la vita, e la smettessimo una volta per tutte di chiederci, tutti seriosi: “Che cosa significa?”, iniziando a chiedere invece: “Che cosa posso farne?”, avremmo parole liquide, corsi e ricorsi di sensi nuovi, nessun senso unico, pluralismo e non più monolitici manuali che dicono che cosa pensare, quando pensare e perché pensarlo. Se ci svegliassimo, da liberi pensatori, vedremmo esplodere dalle pagine di Nietzsche uno Zarathustra vestito da robot di Asimov, e persino Hegel ci parrebbe più divertente e sensato, con uno Zeitgeist che canta al posto di mormorare! E poi, i pianeti di Lem dentro gli occhi di Dracula, mentre questi chiacchiera con il licantropo Jung, parlando di sua madre e dei fratelli, tutti accaniti sostenitori delle teorie di Hume, che fuma uno spinello in riva a un fiume insieme a Parmenide.

Se iniziassimo a fare così, ci accorgeremmo che i libri sono vivi, più che mai, e che da essi è semplice far fluire un nuovo modo di pensare, ripensandoli e giocandoci liberamente. Non c’è niente di più presente dell’immaginazione, sia essa immaginata sette secoli fa, tredici minuti or sono oppure dopodomani, da un bambino che abbia appena aperto Bomb, di Gregory Corso, leggendoci la più bella storia d’amore nell’antistoria dell’umanità.

Avremmo ancora di che meravigliarci così, signora maestra, e io amo meravigliarmi, anche a costo della follia.

Ora ti chiedo scusa, devo incontrarmi con Shakespeare, andiamo a giocare a biliardo con Dante e Petrarca, fuori dalla polvere dei manuali, in una accaldata notte di mezza estate, proprio oggi, che fa così freddo fuori, ed è così caldo dentro.

***

(inizialmente pubblicato qui)

Il neonato atomico

LindnerSi sta muovendo!

Quel piccolo paffutello figlio di puttana si sta muovendo! Guardatelo, come gattona innocente in mezzo alla strada deserta, facendo finta di nulla. Guardatelo, morbido e tenero come solo gli angioletti sanno essere.

Ma quel tizzone d’inferno in carne soffice e ossa frolle non ha nulla d’angelico.

È il figlio del demonio, è il parto del diavolo, anche se il diavolo in questo caso è la povera Mariagrazia Pagnaschi, moglie del senatore Augusto Svanzi, eminente autorità del nostro piccolo povero paesino colpito dalla peggior calamità dell’universo.

Mentre quel mostro si muove, tutto il centro è un fuggi-fuggi, uno sgombra-sgombra, per evitare di finire in mezzo alla deflagrazione imminente. Un ginocchietto alla volta, una manina dopo l’altra, quell’infante apocalittico avanza, i ciuffi biondi che gli cingono il cranio vellutato, la bocca che sbrodola bava e risatine, sembra un qualsiasi bimbo di qualsiasi pubblicità di pannolini, e invece è la fine di tutto, la distruzione del mondo, il Ragnarök delle nostre speranze!

Il neonato atomico avanza, ma nessuno sa che cosa fare.

Eppure nulla aveva fatto presagire una tale sventura. La signora Pagnaschi era una mamma ammirata da tutti, le ecografie non avevano dato cenno di pericolo, la gestazione era stata serena e amorevole come ci si aspetterebbe da una famiglia così perfetta.

Ma ora il bimbo termonucleare avanza e l’esercito studia il da farsi.

Il centro di Colletrento è completamente vuoto come in una di quelle scene di cinema catastrofico, in attesa che il meteorite si schianti. Nel completo silenzio, i vagiti di quell’abominio raggiungono facilmente anche me, che me ne sto rintanato in casa, le pareti rinforzate con lastre di piombo, uno spiraglio alla finestra per osservare gli sviluppi del disastro. Lui gattona, prendendoci in giro.

Quando la signora Pagnaschi ha partorito, l’allarme dell’ospedale è scattato subito e le sue innumerevoli porte hanno vomitato medici, pazienti e infermieri colti dal panico più nero. Ci hanno detto che il bambino emetteva una vibrazione e un calore, alcuni hanno affermato persino di aver sentito un ticchettio. Il medico ginecologo l’hanno ritrovato in un angolo a piangere, si teneva la testa, ripeteva: «Esploderà. Quel maledetto esploderà e non ci sarà niente da fare! Niente, vi dico!»

Il livello di radiazioni provenienti dal neonato atomico era superiore a quello di una “H-Bomb”, quelle utilizzate ad Alamogordo, hanno detto gli specialisti accorsi. Probabilmente tutti in paese erano stati già contagiati dal morbo radioattivo, hanno ripetuto gli esperti. Era solo questione di minuti prima che l’infante mostruoso saltasse, e con lui tutta Colletrento, hanno avvertito gli scienziati.

Eppure, guardatelo, lui se ne gattona laggiù spensieratamente, la pelle ancora in parte ricoperta dal sangue del parto, chissà poi come avrà fatto a trovare la via d’uscita, «di certo qualche potere strano quella bestia ce l’ha» mi legge nel pensiero Katia, mia moglie, anche lei impegnata a osservare il Distruttore che imperversa nel centro del paese.

Nel frattempo arrivano gli elicotteri, i carri armati, le vedette della polizia, i pompieri, la Guardia Nazionale e chissà cos’altro, ma si tengono tutti a distanza, si nascondono nei vicoli, circolano lontani dal Punto Zero che striscia sull’asfalto deridendo la nostra paura adulta. Fa persino una pernacchia e se la ride, tant’è sfrontata l’Apocalisse.

Nessuno sa che cosa fare, Colletrento è in diretta nazionale e il giornalista dice che né generali né politici sanno se intervenire per disinnescarlo oppure trasportarlo lontano per farlo deflagrare. Dice che nessuno è certo se il neonato atomico esploderà o meno. Dice di evacuare, poi avvisa che le strade sono bloccate, ché mica nessuno sa quale velocità potrebbe prendere l’infante esplosivo per uscire dal paese. Quindi, come facciamo a evacuare, scusi?

D’un tratto, da una delle finestre del condominio Bianchi parte un colpo di fucile diretto al neonato che viene mancato di pochi metri. Un parapiglia dall’appartamento di provenienza del colpo, grida e colluttazione, la polizia irrompe e tutto s’acquieta. Chissà cosa sarebbe successo se avessero colpito quel succhialatte infernale. Sarebbe esploso?

«I generali non sanno come si disinnesca un infante» dice la televisione, «perciò a nessuno è permesso intervenire mentre il neonato atomico avanza!»

Dove sono finiti i bambini di una volta? Vi pare mai possibile che una madre così perbene come la signora Pagnaschi non possa partorire in santa pace senza accorgersi di aver dato alla luce il Devastatore Della Terra? Non ci sono più gli Anticristo di una volta, almeno contro quelli c’era l’acqua santa! Adesso no, devono uscire i bambini al plutonio, gli infanti esplosivi, i Cavalieri dell’Apocalisse sotto forma di bambolotti paffutelli! Che tempi, dico io.

«Ma guardalo, Tommaso, è soltanto un piccolo bimbo indifeso» mi interrompe i pensieri Katia. Il neonato atomico ha smesso di gattonare e si è seduto, tutto nudo, in mezzo all’asfalto. Si guarda intorno, «forse ha solo fame» dice mia moglie, «chissà com’è spaventato», le faccio eco io. La televisione si zittisce, lo zoom dell’operatore valica la cortina di panico dello schermo e avvicina lo sguardo degli spettatori al viso dell’infante mostruoso, del Devastatore di Mondi, della Grande Paura Bambina. Se ne sta lì, le manine sante dentro cui scorre la morte, il pisellino moscio dal quale potrebbe uscire il nuovo Big Bang. Il labbro inferiore trema sotto i colpi del freddo e della paura. Il neonato atomico carica lacrime radioattive negli occhi, li riempie di liquido letale, tutta Colletrento osserva, muta, forse commossa.

Prima che io possa accorgermene, Katia esce di casa. Il mio «amore, dove cazzo vai?» non la fa esitare per un istante. Altre persone sono uscite di casa, attirate dal tenero bimbo abominevole che a stento trattiene il pianto di fronte al panico dell’umanità. Che cosa gli passa per la testa? Lui nemmeno sa il motivo per il quale lo osserviamo così, guardandolo come la cosa più terribile mai apparsa al mondo. Eppure, è solo un bimbo, indifeso, tenero, piccolo. Noi siamo i mostri, noi che lo odiamo ancor prima di averlo capito! Il neonato atomico non vuole esplodere, il bambino è innocente, questo passa per la testa di tutti coloro che lo scrutano adesso, nudo come un verme, in mezzo alla strada. L’esercito sta fermo, gli elicotteri quasi si immobilizzano in cielo, io rincorro Katia che ormai è a cinque metri dal figlio del demonio, si avvicina con passo sereno, certa di star facendo la cosa giusta.

«C’è così tanto di peggio al mondo, piccolo mio» dice Katia, e il lampo di maternità che vedo nei suoi occhi mi fa sciogliere, quel bambino ha solo bisogno di una madre, di un padre, di amore, è così ovvio. Altre persone si avvicinano al Ground Zero, ma Katia è più veloce, si china e accoglie tra le braccia il neonato atomico, l’Abominio Bambino, il Mostro Termonucleare. Dalle finestre di ogni appartamento esce un suono rassicurante, un sospiro di sollievo collettivo che invade i cuori di tutti, mentre poliziotti, generali e militari escono dai propri nascondigli, consapevoli che il pericolo non c’è mai stato.

Katia mi guarda, gli occhi pieni di gioiose lacrime, cullando il neonato atomico, caldo come un tizzone ardente, ma ora quieto. «Tommaso, voglio un bambino, è giunto il momento» mi dice lei con la voce spezzata dalla commozione. Carezzo la fronte di mia moglie, la bacio sulle labbra, mi volto verso il viso innocente del bambino termonucleare, i nostri occhi si osservano per un secondo, il mondo pare un posto migliore. Ci aspetta un futuro radioso, mi dico.

L’esplosione è così violenta e repentina che mi resta solo il tempo di raccontarvi il lampo negli occhi del neonato atomico, quando il sorriso di Katia scompare e un ghigno malefico attraversa il viso del bimbo esplosivo. Tutto si svolge prima di un istante, e mentre ancora i miei pensieri bruciano al fuoco incandescente dell’esplosione atomica mi dico che non c’è alcun senso, in niente, mentre Katia sparisce, l’esercito viene incenerito, il condominio Bianchi spazzato via, io vengo polverizzato, la strada sbriciolata e Colletrento diventa un tizzone d’inferno privo di vita.

Il bambino atomico è esploso.

Di noi restano solo un fungo atomico e un istinto genitoriale ridotto a brandelli.

***

(inizialmente pubblicato qui)

Dal fuoco all’ICBM

roylewisProgredire per rimanere perfettamente immobili.

Quando trovi un romanzo la cui introduzione scritta da Terry Pratchett definisce “uno dei libri più divertenti degli ultimi cinquecentomila anni” non puoi che tuffartici senza chiedere spiegazioni.

E quando ti tuffi nel Pleistocene, visto con gli occhi dell’uomo scimmia Ernest, il mondo che ti si apre davanti si burla di te, facendoti zompare giocosamente tra la familiarità di un ambiente che sembra non troppo estraneo e le centinaia di secoli che ci separano da quell’era così remota e aliena.

Distante eppure vicino, sembra dirci Roy Lewis che, attraverso quest’opera decisamente inetichettabile, ci racconta le vicende di una famiglia di uomini scimmia, le difficoltà nell’affrontare lo stato di natura, l’arretratezza degli strumenti e gli ostacoli ambientali. Ma la tecnica narrativa scelta dall’autore, cioè un anacronismo magico, ci proietta in un linguaggio e in un modo di pensare molto affini ai nostri, quasi venissimo presi in giro al fine di farci sentire non così evoluti come vorremmo credere.

In questa compagine di amici pelosi dalla fronte sporgente incontriamo il padre di Ernest, il capo della tribù, vero protagonista della vicenda. Caparbio e iperattivo, è sempre alla ricerca del modo giusto per migliorare le condizioni di vita della sua famiglia, attraverso idee e innovazioni. La sua figura (che dà anche il titolo al romanzo, “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, maldestra traslazione del titolo originale “The Evolution Man”) ci accompagna per tutto il racconto, mentre di volta in volta un evento casuale oppure un’intuizione geniale permette al suo cervello di comprendere i meccanismi della natura con il fine di manipolarne le potenzialità: il fuoco, le armi, l’arte, le manifatture, tutto procede in una “tecnologizzazione” della vita tribale.

In mezzo all’entusiasmo per le nuove scoperte che pian piano permettono alla tribù di versare in condizioni di maggior agio incontriamo zio Vania, forse la figura più emblematica del romanzo. Zio Vania è un conservatore, un naturista che guarda con manifesta diffidenza ai progressi tecnologici della tribù: «Tu, mi dispiace dirlo, stai cercando di migliorare te stesso» dice zio Vania rivolto al papà capo-tribù, «e questo è innaturale, disobbediente, presuntuoso, e potrei aggiungere volgare, piccolo-borghese e materialistico!»

Il linguaggio di questi uomini scimmia è moderno, parlano di industria, progresso, elettricità, scienza, e l’anacronismo linguistico ci mette sempre nella scomoda posizione di sentirci fin troppo vicini a questi ominidi normalmente considerati come un’antica traccia di ciò che siamo diventati. Di certo, oltre a essere un elemento originale e divertente, questo è anche il contenuto più emblematico e direi politico del romanzo: l’eterna questione tra legittimità etica e progresso, il rapporto tra l’origine e il futuro, il mito di Prometeo riscritto con un tono di amara comicità. Il confine tra la manipolazione della natura e la conoscenza del mondo, di tutto questo si discute nel romanzo “The Evolution Man”, classe 1960 e cinquantaquattro anni portati davvero alla grande.

Ritroveremo noi stessi in zio Vania oppure nel grande capo-tribù, nei talenti di Oswald e Alexander oppure nello sguardo filosofico di Ernest, il protagonista e narratore? Saremo sufficientemente intelligenti da sentirci uomini scimmia o abbastanza ottusi da non riscontrare nessuna somiglianza con questi nostri eccentrici antenati? Sotto la coltre di sarcasmo narrativo, il messaggio di Roy Lewis è molto forte: che cosa è legittimo, che cosa no? Dove stanno i confini e quali vanno valicati? Il mondo è davvero cambiato così tanto, dalla selce che sprizza scintille per fare il fuoco alle testate atomiche in attesa del lancio, oppure siamo sempre i soliti ominidi che ignorano i moniti dello zio Vania di turno, sottraendo il fuoco agli dei e dimenticandoci di dubitare delle nostre certezze, proiettandoci verso il disastro?

Un romanzo che non lascia per niente indifferenti.

E se lo fa, significa che il più grande uomo scimmia del Pleistocene era davvero molto più evoluto del più intelligente tra i nostri contemporanei.

***

(precedentemente pubblicato qui)