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Before the Flood

L’atmosfera è una sottile paratia che ci protegge dal nulla.
Quasi come fossimo astronauti impazziti, stiamo cercando in ogni modo di forare quel vitale strato di lamiera che rappresenta l’unica protezione dal vuoto cosmico.
National Geographic Channel ha pubblicato e reso fruibile liberamente fino al 6 novembre il documentario “Before the Flood” in cui, grazie alle parole di Leonardo di Caprio, veniamo messi al corrente delle ultime scoperte in fatto di Effetto Serra, delle prese di posizione internazionali sul COP21, dei grandi rischi che la nostra civiltà sta correndo in questo momento.
In un periodo nel quale un candidato alla presidenza statunitense è un convinto negazionista del disastro climatico e in cui esiste una sostanziale parte di popolazione che sottostima continuamente la questione, credo sia fondamentale diffondere il più possibile queste informazioni perché la consapevolezza e la responsabilità sono i due ingredienti necessari a dare una svolta al vero problema del prossimo secolo.

Guardate BEFORE THE FLOOD.

Fotoni

fotoneun fotone impiega dieci milioni di anni, dal momento in cui viene prodotto dal nucleo del sole fino al punto in cui arriva alla superficie infuocata, e da lì viene sparato oltre i confini di uno spazio privo di limiti, e nel frattempo tu ti riscaldi alla luce di tutti i fotoni che hanno già attraversato quell’infinita mole di rimbalzi, rimandi, ridondanze, fallimenti, tra una particella e l’altra, viaggiando a zig-zag tra le insensatezze del magma, e parli e giochi con i tuoi amici sotto il sole di novembre, quattro anni e mezzo e una vita intera ad aspettare che il tuo futuro ti dica qualche cosa, che una persona giunga a salvarti, che il lavoro si aggiusti, che la tua famiglia germogli, dieci milioni di anni mentre tu te ne stai lì a leggere un libro, a crescere veloce, a raccontare una storia mentre gli altri raccontano te stesso e se stessi, e prendi per mano una mano per poi perderla in mezzo ai sentieri cosmici di una terra fin troppo grande per le nostre piccolezze, fin troppo piccola per le nostre immensità, ed è un secondo soltanto quello in cui nasci e cresci, ed è sempre troppo tardi per tutto se paragonato al rimbalzare millenario del fotone che si fa largo nel fuoco stellare, un gomito alla volta, uno sguardo di sbieco alla volta, come tu sull’autobus disturbato dall’ipod dell’adolescente, dall’ascella del banchiere, dalla pelle dell’immigrato, dalle natiche della ragazza senza nome, e capita persino che rimbalzi tra sentieri imprevisti, a tradire tua moglie, a uccidere un cane, a investire una vecchietta, a credere nelle idee stupide, e vieni sballottato qua e là, zig-zag e gomito a gomito, facendoti strada attraverso un nonsoché di faticoso e bollente, un passo accennato alla volta, una parola rimangiata dopo l’altra, l’aria stretta stretta, le nocche sempre paonazze, il lavoro che manca, i soldi che perdi, la fiducia che sfuma, il futuro che ti schiva, ancora, quel bastardo, e il fotone che cerca disperatamente di scrollarsi di dosso la folla di altri fotoni senza volto, senza storia, dentro l’ombra di questo incendio perenne, mentre litiga con il suo buio, mentre litighi con tua figlia e le dici che no, non sei più suo padre, e poi torni là a chiedere perdono, e ci metti dieci milioni di secondi a inghiottire lo stupido orgoglio e ogni suo retrogusto amaro, e poi le nipoti e i colleghi, le prese in giro e le routine, e persino la macchina rotta e l’assicurazione, le poesie dimenticate che avevi imparato a scuola, la memoria che fa cilecca, la figuraccia al matrimonio del tuo migliore amico, i pugni nello stomaco al bar dopo una bottiglia di troppo, i divorzi e i rimpianti, le occasioni mancate, i rimbalzi tra un corpo e l’altro, le leggi matematiche che ti consumano mani, occhi, piedi, bocca, le parole che le hai detto mentre facevate quella cosa che chiamano amore chissà perché, forse perché non c’era altra parola che potesse produrre quel cardiopalma, così come non c’è nessun altro percorso che possa produrre quella luce che scalda da sempre l’erba folta e i tuoi capelli ormai radi, la terra, le palme e gli occhi di tua figlia all’università, tuo figlio in questura per detenzione di droga oppure rissa, il tetto di casa dopo lo sfratto, le risate dei barbecue di qualche anno fa, le gioie di universi lontani e i denti che mordono forte un paletto per digrignare la realtà, e non c’è altra luce, non c’è altro fotone oltre a quello che se ne esce proprio ora dopo dieci milioni di anni di sgomitate, e non c’è altra vita se non quella che tu hai fatto nascere e dalla quale sei nato, dal nucleo delle tue inconsapevolezze, passando per questo rimbalzare, e il fotone che giunge, che non è ancora luce ma non è più niente, e tu che vivi, e poi giungi, alla fine di tutto, dopo aver sgomitato, e quasi quasi mi vien da pensare (per un istante che dura dieci milioni di anni) che quel fotone sgomitava da vivo, tutto incazzato, e tu sgomitavi da vivo, tutto incazzato, e che poi avete fatto entrambi tutte quelle cose che ora dimenticherete e che saranno dimenticate e che adesso, proprio adesso che tu muori e il fotone se ne esce dal sole, avete entrambi tanta paura ed eppure state diventando una luce accecante.