FiloSoFarSoGood 1/3: la Superstizione

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copertina

Cosa significa essere superstiziosi? Quali sono le fonti del pensiero superstizioso? Siamo davvero capaci di liberarcene oppure la superstizione fa intrinsecamente parte del nostro pensiero? Queste e molte altre domande vengono poste nel terzo numero di FiloSoFarSoGood, la rivista filosofica che parla la lingua del pop!

Questo numero è possibile grazie al contributo della redazione, composta da
Ivan Corrado 
Emanuele Ambrosio 
Andrea Natan Feltrin 
Arianna De Rizzo
Mattia De Franceschi 
Davide Raguso 
Lilia Mauroner 
e grazie al contributo extra-redazionale di
Oreste Joshua Niccoli
Giulia D’Alterio 
Tommaso Riva
Giorgio Guido 
Michael Morelli 
Giacomo Di Persio
Nino Matafù 
Chiara Costantino 
Giovanni Citrigno 

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PRIMO
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Lettera Aperta ad Enrico Mentana

Gentile dott. Mentana,

ho seguito con interesse le vicende che l’hanno spinta a lanciare la querela nei confronti di Beppe Grillo, in seguito alle ignominiose dichiarazioni che quest’ultimo ha espresso sul suo blog. Premetto che io non sono né un giornalista né un politico, ma da filosofo e letterato mi ritengo un osservatore attento dei fenomeni sociali che si dipanano intorno a me. Mi sento perciò in dovere di indirizzarle queste righe per riflettere sull’accaduto in modo più approfondito di quanto la cronaca ufficiale oggi ci propone.
Se le sue parole sono state di certo legittime, dal momento che la calunnia di Grillo è non solo odiosa, ma anche fasulla e populista, vorrei riflettere insieme sull’effetto che le sue parole hanno avuto sull’opinione pubblica, il campo di battaglia dove si giocano le sorti politiche e sociali del nostro Paese.
Oggi Beppe Grillo si ritrova contro tutti i mezzi di informazione di massa: giornali, radio, televisione, tutti i giornalisti sono uniti in un sol coro a difendere con orgoglio la dignità di questa professione, l’onestà con cui viene portata avanti, la fatica e la professionalità che ne contraddistinguono l’operato. E questo, non vorrei mai essere frainteso, è assolutamente legittimo e comprensibile.
Ma, come in ogni riflessione che si rispetti, esiste un dato ulteriore da analizzare, che mi sembra venga posto colpevolmente in ombra in queste ore: Beppe Grillo vi ha portati esattamente dove voleva lui.  Continua a leggere “Lettera Aperta ad Enrico Mentana”

La YouTube educativa su Repubblica!

Molto di nuovo sul fronte occidentale!
Ieri, lunedì 25 gennaio, sul quotidiano nazionale “La Repubblica” è apparso un articolo a due pagine sul movimento educativo che sta invadendo YouTube. Sono felice di vedere che finalmente i mezzi di informazione “mainstream” si stanno accorgendo del fatto che YouTube non è solo gaming e prank, perché esiste un piccolo agguerrito gruppo di canali che non si arrende e continua a combattere per un web più consapevole, intelligente, utile.
Ecco l’articolo, quindi, lo trovate a pagina 22-23!

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Una Filosofia Contro i Cretini

Ha la Filosofia il diritto di dire al cretino: “Mi hai rotto i coglioni?”
Certo, quel diritto ce l’ha, più di chiunque altro!
Qual è la natura del Cretino? Come si manifesta la sua esistenza all’interno di un contesto sociale confuso come quello di oggi? Che odore ha il Cretino? E che lingua sparla? Come si riconosce un Cretino? Probabilmente dal fatto che lui non ti riconosce!
La Filosofia parla di doveri. Ma dov’eri tu, Filosofia, quando i Cretini prendevano la parola? Dov’eri tu quando i diritti erano tutti storti? Dov’eri e dove sei ora, quando l’idraulico mi dice: “Io ho una filosofia tutta mia” e io mica posso rispondergli: “Io ho un’idraulica tutta mia”? Dove sei, Filosofia?
Deve tornare a parlare, la Filosofia. Parlare non solo contro il Cretino, ma insieme all’intelligenza, alla compassione, alla conversazione, all’animo espanso!
La Filosofia deve tornare a parlare di senso, per evitare l’autista in contromano. Deve tornare a pensare alle parole e smettere di parlare di pensiero. Deve smettere la nostalgia d’altri tempi perché le serve l’indicativo, d’imperfetto ce n’è anche troppo. Deve rimettersi in marcia, ma smettendo di marcire. Quindi.

Ne vogliamo parlare dei Cretini che predicano l’incomunicabile, scrivendoci sopra libri di facile fruizione?
Vogliamo parlarne dei Cretini che parlano tanto dello spirito, e quando arriva il momento giusto non te ne offrono nemmeno un goccio?
Ne vogliamo parlare di quelli che hanno una loro filosofia, ma non ci pagano sopra le tasse?
E di quelli che vendono l’illuminazione facendoci un sacco di soldi che neanche l’elettricista più ricco del mondo? Di quelli, ne vogliamo parlare?
E delle Verità Eterne messe in sconto durante il black friday con spedizione gratuita, ne parliamo?
Dell’esame d’incoscienza dopo aver ascoltato un serial sui serial-killer, ne parliamo o no?
E che dire poi di quelli che parlano di bioetica ma non sono sicuri di essere vivi?
Parliamone insomma, dei grattacapi del pensiero, e diciamolo a quei capi di lavarsi un po’ di più e grattarsi di meno!
Ne vogliamo parlare degli anticoncezionali per le idee?
Parliamo anche del Pensiero Unico e delle molte trasmissioni televisive, ma magari potessimo parlare dei Molti Pensieri e dell’unica trasmissione televisiva che nessuno si caga.
Ne vogliamo parlare di chi non scende mai due volte nello stesso fiume perché si sta suicidando, o no?
Ne parliamo? Del femminismo degli urologi; del bilinguismo dei muti; del sonno campestre dei vigili urbani? Ne parliamo?
Parliamone di quelli che si prendono troppo sul serio quando ridono, di quelli che non sanno ridere se non prendendosi sul serio. Parliamone, dei seripositivi.
Parliamo soprattutto di Cretini, di quelli convinti di sé ma non persuasi del mondo; di quelli candidati alla presidenza del proprio parlamento individuale senza nemmeno un briciolo di contraddittorio; parliamone, dei risponditori automatici nelle università e di chi non ha il tempo di fare la domanda giusta; parliamone dei “mi piace” su Facebook e del “mi faccia il piacere” nella vita reale. Parliamone, dai.
Parliamone, di quelli che pretendono la libertà di opinione dimenticandosi del dovere di conoscere.

Diamo vita a una Filosofia Contro i Cretini, che sia prima di tutto una Filosofia Pro gli Intelligenti.

Ci vediamo stasera in LIVE per ridere con la testa.

L’educazione creativa

Questo articolo è apparso sul n.33 della rivista dell’associazione Chiaroscuro, Foligno

chiaroscuroIn tempi come questi, imbattersi in quelli che ripetono come una litania: “La crisi è culturale” è cosa quotidiana e ormai ricorrente. Riempirsi la bocca con il concetto di “cultura” è retaggio non solo di politici a caccia di confusi e indecisi, ma anche dell’uomo comune che da sempre, se deve scegliere tra un privilegio e la promozione della cultura, non esita ad agire per accaparrarsi tutto ciò che può finire nelle sue tasche.

Il significato di questa parola, “cultura”, rimane oscura anche a chi in quella sostanza ci lavora, fatica e crede, figuriamoci a chi la conosce soltanto da un punto di vista sportivo o televisivo.

Quindi, la questione è molto complessa: che cosa significa “ripartire dalla cultura”?

L’esperienza folignate del FeFaFo, l’ultimo Festival della Fantascienza di Foligno, ci dà qualche indizio a riguardo. Ben lungi dall’essere un evento di semplice “evasione” dalla realtà, il FeFaFo è stato il tentativo di invadere la città con uno spirito diverso, uno spirito che ponga l’attenzione sui temi della creatività e dell’invenzione. E la “fantascienza”, lungi dall’essere quella dei blockbuster hollywoodiani, è diventata il veicolo per caricare di energia i partecipanti e permettere a tutti di riflettere sulle potenzialità compresse dentro la fantasia di ognuno di noi.

La creatività ci mette di fronte a una sfida straordinariamente importante: rivedere alle radici il nostro modo di educare. Partiamo da due questioni apparentemente disconnesse: la prima è l’evidenza secondo la quale noi non abbiamo la più pallida idea di come funzionerà il mondo tra due o tre anni, figuriamoci tra cinquanta; la seconda è il fatto che in tutto il mondo il sistema educativo e la gerarchia delle discipline sono i medesimi dagli anni Settanta: al primo posto la matematica e le materie “tecniche”, al secondo le lingue e le letterature, al terzo, fanalino di coda sotto ogni punto di vista, l’arte e la creatività.

Questa gerarchia ha inculcato in ognuno di noi il sentimento dell’inferiorità delle discipline creative rispetto a quelle tecniche. Quante volte, a un adolescente che esprime la propria volontà di diventare un grande attore, si risponde: “Il tuo è un sogno, trova qualche cosa di più concreto”, e allo stesso modo un aspirante scrittore, pittore, al punto da aver trasformato le discipline più nobili, quelle creative, in semplici valvole di sfogo attraverso cui scaricare la frustrazione per un lavoro che non sentiamo nostro, una vita che non ci soddisfa, una situazione nella quale ci sentiamo alieni.

Eppure, l’unico modo per aprire la mente tanto alle possibilità imperscrutabili del domani quanto ai suoi terribili imprevisti è quello di pensare fuori dal coro, “think out of the box”, come dicono gli anglofoni. E l’unico modo per pensare “fuori dalla scatola” è quello di valutare creativamente la situazione, inventando punti di vista prima invisibili, ampliando il raggio d’azione che la semplice “tecnica” ci mette a disposizione. Nel mondo della rete, della società liquida, dell’imprevedibilità tecnica, le sfide che la nostra specie si trova ad affrontare sono così immani e così nuove da imporci una seria riflessione su come stiamo educando i nostri figli, su come la soppressione di ogni creatività stia danneggiando il loro modo di tirare fuori noi stessi dai problemi che ci siamo creati per la semplice mancanza di immaginazione.

La grande impasse nella quale ci siamo incuneati è frutto del nostro modo di affrontare i problemi, e non sono i problemi a essere “il problema” (mi perdonerete il gioco di parole), ma è il nostro modo di affrontarli, è la scarsa lungimiranza nell’inventare soluzioni, la nostra testardaggine nel ricercarle sempre nella solita povera combinazione di cose già viste. Il problema è, in fin dei conti, la nostra mancanza di fantasia su come affrontare le novità che abbiamo di fronte.

Sperimento ogni giorno, attraverso i miei laboratori di scrittura creativa, le potenzialità immaginative della mente anche del più arido tra gli uomini, e vi sorprenderebbe la ricchezza di soluzioni che un bambino, lasciato libero nell’espressione, riesce a trovare su un problema intorno a cui il più intelligente tra gli adulti non troverebbe il bandolo. Ma la nostra paura di veder sbagliare le nuove generazioni ci sta portando a fornire loro gli stessi strumenti che hanno spinto noi nella crisi nella quale imperversiamo, e in questo senso è molto più di una crisi culturale. Si tratta di una crisi creativa.

Il FeFaFo aveva un piccolo motto: “Non evadere dalla realtà, bensì invadere la realtà”, e questo nasce da una frase di Sartre: “La via d’uscita si inventa”. L’invenzione, la creatività, non ci serve per allontanarci dalla realtà, per “chiuderci fuori”, come molti la intendono. Invenzione e creatività servono per disegnare la via d’uscita, per affrontare un problema sotto punti di vista prima impensabili! Non esiste l’evasione dalla realtà, esiste solo la possibilità di produrre realtà, e questo si fa “pensando fuori dalla scatola”, quella scatola tecnica, matematica, scientifica che assomiglia al proverbiale bicchiere d’acqua nel quale spesso ci si perde. La via d’uscita può mostrarla la fantasia, non l’economia; l’arte, non la matematica (anche se la matematica è arte, a un certo livello). E il nostro compito è fare finalmente un passo indietro per lasciar parlare chi ancora la creatività sa usarla, mettendo a tacere la nostra paura irrazionale di veder sbagliare le future generazioni, e ascoltare il modo tutto nuovo con il quale loro possono indicarci la via d’uscita. Si tratta di valorizzare i luoghi della creatività, come per esempio la Libreria Carnevali che ha ospitato il FeFaFo, con coraggio e disponibilità; si tratta di concederci il dubbio a riguardo dell’idea che ci siamo fatti del mondo; si tratta di rivedere il nostro modo di educare, di guidare, e mettere in discussione la nostra capacità di farlo per tornare, almeno un po’, a essere guidati; si tratta di aprire la mente su soluzioni alle quali noi non avremmo mai potuto pensare.

Io ho 28 anni, eppure sono consapevole che dei processi avviati oggi per cambiare le cose probabilmente non riuscirò a vedere gli esiti, ma ho fiducia nel fatto che, agendo con creatività e privo di timore, lasciando esprimere le persone meno “chiuse” nella scatola, permettendomi di scommettere sul cervello e non sulla pancia, sull’emotività, sull’irrazionale, quei processi permetteranno ai nostri nipoti di vedere un mondo migliore e più libero.

Qualcuno disse che “crescere significa tornare bambini”.
Io dico che essere pragmatici significa tornare creativi.
E, per come l’ho vissuto io, il FeFaFo è stato un modo per produrre una realtà più funzionante e libera dai perversi meccanismi nei quali stiamo annaspando.
Immaginare è l’atto politico per eccellenza.