Il neonato atomico

LindnerSi sta muovendo!

Quel piccolo paffutello figlio di puttana si sta muovendo! Guardatelo, come gattona innocente in mezzo alla strada deserta, facendo finta di nulla. Guardatelo, morbido e tenero come solo gli angioletti sanno essere.

Ma quel tizzone d’inferno in carne soffice e ossa frolle non ha nulla d’angelico.

È il figlio del demonio, è il parto del diavolo, anche se il diavolo in questo caso è la povera Mariagrazia Pagnaschi, moglie del senatore Augusto Svanzi, eminente autorità del nostro piccolo povero paesino colpito dalla peggior calamità dell’universo.

Mentre quel mostro si muove, tutto il centro è un fuggi-fuggi, uno sgombra-sgombra, per evitare di finire in mezzo alla deflagrazione imminente. Un ginocchietto alla volta, una manina dopo l’altra, quell’infante apocalittico avanza, i ciuffi biondi che gli cingono il cranio vellutato, la bocca che sbrodola bava e risatine, sembra un qualsiasi bimbo di qualsiasi pubblicità di pannolini, e invece è la fine di tutto, la distruzione del mondo, il Ragnarök delle nostre speranze!

Il neonato atomico avanza, ma nessuno sa che cosa fare.

Eppure nulla aveva fatto presagire una tale sventura. La signora Pagnaschi era una mamma ammirata da tutti, le ecografie non avevano dato cenno di pericolo, la gestazione era stata serena e amorevole come ci si aspetterebbe da una famiglia così perfetta.

Ma ora il bimbo termonucleare avanza e l’esercito studia il da farsi.

Il centro di Colletrento è completamente vuoto come in una di quelle scene di cinema catastrofico, in attesa che il meteorite si schianti. Nel completo silenzio, i vagiti di quell’abominio raggiungono facilmente anche me, che me ne sto rintanato in casa, le pareti rinforzate con lastre di piombo, uno spiraglio alla finestra per osservare gli sviluppi del disastro. Lui gattona, prendendoci in giro.

Quando la signora Pagnaschi ha partorito, l’allarme dell’ospedale è scattato subito e le sue innumerevoli porte hanno vomitato medici, pazienti e infermieri colti dal panico più nero. Ci hanno detto che il bambino emetteva una vibrazione e un calore, alcuni hanno affermato persino di aver sentito un ticchettio. Il medico ginecologo l’hanno ritrovato in un angolo a piangere, si teneva la testa, ripeteva: «Esploderà. Quel maledetto esploderà e non ci sarà niente da fare! Niente, vi dico!»

Il livello di radiazioni provenienti dal neonato atomico era superiore a quello di una “H-Bomb”, quelle utilizzate ad Alamogordo, hanno detto gli specialisti accorsi. Probabilmente tutti in paese erano stati già contagiati dal morbo radioattivo, hanno ripetuto gli esperti. Era solo questione di minuti prima che l’infante mostruoso saltasse, e con lui tutta Colletrento, hanno avvertito gli scienziati.

Eppure, guardatelo, lui se ne gattona laggiù spensieratamente, la pelle ancora in parte ricoperta dal sangue del parto, chissà poi come avrà fatto a trovare la via d’uscita, «di certo qualche potere strano quella bestia ce l’ha» mi legge nel pensiero Katia, mia moglie, anche lei impegnata a osservare il Distruttore che imperversa nel centro del paese.

Nel frattempo arrivano gli elicotteri, i carri armati, le vedette della polizia, i pompieri, la Guardia Nazionale e chissà cos’altro, ma si tengono tutti a distanza, si nascondono nei vicoli, circolano lontani dal Punto Zero che striscia sull’asfalto deridendo la nostra paura adulta. Fa persino una pernacchia e se la ride, tant’è sfrontata l’Apocalisse.

Nessuno sa che cosa fare, Colletrento è in diretta nazionale e il giornalista dice che né generali né politici sanno se intervenire per disinnescarlo oppure trasportarlo lontano per farlo deflagrare. Dice che nessuno è certo se il neonato atomico esploderà o meno. Dice di evacuare, poi avvisa che le strade sono bloccate, ché mica nessuno sa quale velocità potrebbe prendere l’infante esplosivo per uscire dal paese. Quindi, come facciamo a evacuare, scusi?

D’un tratto, da una delle finestre del condominio Bianchi parte un colpo di fucile diretto al neonato che viene mancato di pochi metri. Un parapiglia dall’appartamento di provenienza del colpo, grida e colluttazione, la polizia irrompe e tutto s’acquieta. Chissà cosa sarebbe successo se avessero colpito quel succhialatte infernale. Sarebbe esploso?

«I generali non sanno come si disinnesca un infante» dice la televisione, «perciò a nessuno è permesso intervenire mentre il neonato atomico avanza!»

Dove sono finiti i bambini di una volta? Vi pare mai possibile che una madre così perbene come la signora Pagnaschi non possa partorire in santa pace senza accorgersi di aver dato alla luce il Devastatore Della Terra? Non ci sono più gli Anticristo di una volta, almeno contro quelli c’era l’acqua santa! Adesso no, devono uscire i bambini al plutonio, gli infanti esplosivi, i Cavalieri dell’Apocalisse sotto forma di bambolotti paffutelli! Che tempi, dico io.

«Ma guardalo, Tommaso, è soltanto un piccolo bimbo indifeso» mi interrompe i pensieri Katia. Il neonato atomico ha smesso di gattonare e si è seduto, tutto nudo, in mezzo all’asfalto. Si guarda intorno, «forse ha solo fame» dice mia moglie, «chissà com’è spaventato», le faccio eco io. La televisione si zittisce, lo zoom dell’operatore valica la cortina di panico dello schermo e avvicina lo sguardo degli spettatori al viso dell’infante mostruoso, del Devastatore di Mondi, della Grande Paura Bambina. Se ne sta lì, le manine sante dentro cui scorre la morte, il pisellino moscio dal quale potrebbe uscire il nuovo Big Bang. Il labbro inferiore trema sotto i colpi del freddo e della paura. Il neonato atomico carica lacrime radioattive negli occhi, li riempie di liquido letale, tutta Colletrento osserva, muta, forse commossa.

Prima che io possa accorgermene, Katia esce di casa. Il mio «amore, dove cazzo vai?» non la fa esitare per un istante. Altre persone sono uscite di casa, attirate dal tenero bimbo abominevole che a stento trattiene il pianto di fronte al panico dell’umanità. Che cosa gli passa per la testa? Lui nemmeno sa il motivo per il quale lo osserviamo così, guardandolo come la cosa più terribile mai apparsa al mondo. Eppure, è solo un bimbo, indifeso, tenero, piccolo. Noi siamo i mostri, noi che lo odiamo ancor prima di averlo capito! Il neonato atomico non vuole esplodere, il bambino è innocente, questo passa per la testa di tutti coloro che lo scrutano adesso, nudo come un verme, in mezzo alla strada. L’esercito sta fermo, gli elicotteri quasi si immobilizzano in cielo, io rincorro Katia che ormai è a cinque metri dal figlio del demonio, si avvicina con passo sereno, certa di star facendo la cosa giusta.

«C’è così tanto di peggio al mondo, piccolo mio» dice Katia, e il lampo di maternità che vedo nei suoi occhi mi fa sciogliere, quel bambino ha solo bisogno di una madre, di un padre, di amore, è così ovvio. Altre persone si avvicinano al Ground Zero, ma Katia è più veloce, si china e accoglie tra le braccia il neonato atomico, l’Abominio Bambino, il Mostro Termonucleare. Dalle finestre di ogni appartamento esce un suono rassicurante, un sospiro di sollievo collettivo che invade i cuori di tutti, mentre poliziotti, generali e militari escono dai propri nascondigli, consapevoli che il pericolo non c’è mai stato.

Katia mi guarda, gli occhi pieni di gioiose lacrime, cullando il neonato atomico, caldo come un tizzone ardente, ma ora quieto. «Tommaso, voglio un bambino, è giunto il momento» mi dice lei con la voce spezzata dalla commozione. Carezzo la fronte di mia moglie, la bacio sulle labbra, mi volto verso il viso innocente del bambino termonucleare, i nostri occhi si osservano per un secondo, il mondo pare un posto migliore. Ci aspetta un futuro radioso, mi dico.

L’esplosione è così violenta e repentina che mi resta solo il tempo di raccontarvi il lampo negli occhi del neonato atomico, quando il sorriso di Katia scompare e un ghigno malefico attraversa il viso del bimbo esplosivo. Tutto si svolge prima di un istante, e mentre ancora i miei pensieri bruciano al fuoco incandescente dell’esplosione atomica mi dico che non c’è alcun senso, in niente, mentre Katia sparisce, l’esercito viene incenerito, il condominio Bianchi spazzato via, io vengo polverizzato, la strada sbriciolata e Colletrento diventa un tizzone d’inferno privo di vita.

Il bambino atomico è esploso.

Di noi restano solo un fungo atomico e un istinto genitoriale ridotto a brandelli.

***

(inizialmente pubblicato qui)

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L’uomo sradicato

YerkaNon era che non avesse i piedi per terra.

Anzi, vi dirò che Erminio Castrelli era un tipo davvero concreto, uno con il quale mica si poteva scherzare. Era uno con pesanti zavorre che lo tenevano ben piantato alla realtà, amante della logica e della matematica, esperto di ingegneria e perfettamente a suo agio nelle più solide convinzioni.

In paese tutti lo guardavano con ammirazione, ci si rivolgeva a lui quando si trattava di risolvere qualche divergenza che richiedesse un giudizio logico e imparziale. La sua era una vita guidata dalla pianificazione e da un ritmo esistenziale minuziosamente prestabilito.

Erminio Castrelli era l’ultimo da cui ci si aspetterebbe qualche colpo di testa.

Aveva cinquantatré anni quando tutto cambiò improvvisamente. Nessuno sa spiegarsi che cosa sia capitato, quel che sappiamo è che d’un tratto Erminio ha messo sottosopra ogni cosa, letteralmente.

Tutto ha avuto inizio un mattino di settembre nel negozio del panettiere, dove Erminio si recava alle ore 8.45 in punto per acquistare una baguette e due francesine. Aveva scambiato convenevoli con Enzo il fornaio e la signorina Vezze, l’estetista di via Portello, discutendo del meteo e prevedendo che nel pomeriggio la pioggia si sarebbe intensificata. Pagò i suoi due euro e dieci centesimi, ma non finì per salutare come sempre tutti i presenti per prendere la via d’uscita. Non quel mattino.

I piedi gli si staccarono da terra senza troppo badare all’autorità che il cervello avrebbe dovuto esercitare su di loro e l’espressione che attraversò il volto di Erminio fu d’uno stupore che da individui come lui non ti potresti mai aspettare. I piedi si staccarono da terra, dicevamo, e rovesciando a testa in giù il loro proprietario finirono per attaccarsi come ventose dispettose al soffitto della panetteria, mentre gli occhiali da vista di Erminio cadevano a terra, il suo cappello Panama volava tra i piedi della signorina Vezze che cacciò un urlo isterico richiamando l’attenzione del carabiniere che chiacchierava fuori dalla panetteria.

«Lei, torni subito giù!» intimò l’agente al povero Erminio, che si guardava intorno con le narici verso l’alto, cercando di capire cosa accidenti fosse successo. La panetteria tutta si era pietrificata, tutti col naso all’insù a osservare l’uomo che teneva i piedi ben saldi al soffitto e la testa rivolta verso il pavimento. «Gentile agente, c’è una spiegazione per tutto ciò, ne sono certo» rispose Erminio, non riuscendo a dissimulare una punta di panico nella voce. «Non m’interessa una spiegazione, signor Castrelli, mi interessa che ora lei scenda immediatamente!»

Ma da allora, Erminio non poté più scendere.

Voi immaginate l’angoscia di un uomo da sempre abituato a camminare con passi precisi e velocità costante, un uomo perfettamente integrato nel tessuto matematico delle leggi fisiche, un individuo che mai ha dato segno di eccentricità, immaginatene l’angoscia nello scoprirsi rovesciato, sradicato, fluttuante. Il cielo gli divenne suolo, il suolo cielo, e da allora spostarsi da un edificio all’altro non è più uno scherzo perché il pericolo di precipitare verso il vuoto celeste è sempre in agguato.

Io ve lo dico, hanno tentato in tutti i modi: hanno provato a zavorrarlo con incudini e a inchiodarlo per terra, ma nessuno è riuscito a mettere addosso a Erminio sufficiente peso da mantenerlo saldo al pavimento; hanno tentato di cospargere di colla la suola delle sue scarpe, ma le scarpe si spaccavano e il signor Castrelli ritornava dopo pochi secondi al suo stato innaturale a testa in giù; hanno provato con calamite, corde e specchi, travi, fili e piombi, ma niente da fare. Senza tener conto del fatto che il signor Castrelli, ogniqualvolta torna con i piedi per terra, comincia ad avere una forte nausea che gli causa conati di vomito e capogiri spaventosi. In men che non si dica, le travi del pavimento a cui l’hanno inchiodato si spaccano, o le scarpe incollate si strappano, o le corde che lo legano si spezzano, e così l’uomo sradicato ruzzola verso l’alto come se la gravità si fosse stancata di dargli retta.

«Chissà chi avrà mai voluto farmi questo scherzo di cattivo gusto» si ripete spesso Erminio Castrelli, l’uomo antigravitazionale. I bambini lo chiamano l’uomo ragno, gli adulti lo chiamano l’uomo sradicato, ormai nessuno lo conosce più col suo nome e ci si sta avvicinando alla resa totale nella ricerca di una soluzione.

«Non c’è una cura, la sua non è una malattia» gli rispose il dottor Medea, auscultandogli il cuore mentre sei infermiere lo tenevano fermo sul lettino per evitare che cadesse verso l’alto.

«Non saprei davvero come compilare il rapporto» rispose il comandante dei carabinieri quando Erminio gli chiese di sporgere denuncia per truffa gravitazionale nei confronti di ignoti, o forse di dio.

«Il Signore procede per vie oscure, figliolo» disse don Patella quando l’uomo sradicato si recò al confessionale, proprio lui che era ateo fin nel midollo e non entrava in chiesa da almeno trentacinque anni. E niente, manco con dio se la poteva prendere.

Quindi oggi, passeggiando in paese, non è così raro scorgere un’ombra fugace che salta dalla finestra di un edificio all’altra, aggrappandosi non al balcone ma al cornicione, con i piedi che penzolano verso il cielo e la testa che si sforza di guardare verso quello che per lei è l’alto, per gli altri il basso. Se entrate dal barbiere, potrete vedere una sedia attaccata al soffitto, e quello è il posto dove siede l’uomo sradicato quando decide di aggiustarsi l’acconciatura rovesciata, e il barbiere tiene lì vicino una scala per salire e tagliare la chioma come si deve. In panetteria ormai tutti ritengono cosa normale salutare quello che un tempo era Erminio Castrelli, quando entra a naso rovescio passeggiando tranquillamente tra i neon del soffitto, schivando i ventilatori e salutando con la mano, le dita rivolte verso quello che per tutti è il pavimento, per lui il soffitto. Lui finge che tutto sia esattamente come prima, come se a cambiare fosse stato solo un banale punto di vista, ma sa bene che in realtà non è così.

Ora lo chiamano l’uomo sradicato, anche se si guardano bene dal pronunciare questo nome in sua presenza, potrebbe prendergli un colpo e, dopo tutto quello che gli è capitato, il cuore potrebbe non reggere. Nessuno vuole vederlo stramazzare al soffitto perché nessuno ha voglia di arrampicarsi per procedere con il massaggio cardiaco (l’uomo sradicato avrà poi un cuore?) o la respirazione bocca a bocca (magari la malattia che gli ha causato il rovesciamento gravitazionale è contagiosa!), quindi tutti rimangono impassibili con lui, Enzo il fornaio e la signorina Vezze, il carabiniere e il prete, nonostante sappiano che l’uomo sradicato, l’ex signor Castrelli un tempo ammirato da tutti, è un individuo pericoloso da cui stare alla larga.

Un giorno l’uomo sradicato sarà stanco di tutta questa accondiscendenza e, varcato l’uscio della porta della sua casa rovesciata, si lascerà cadere verso il cielo, un volo infinito verso lo spazio siderale. Cadrà indefinitamente verso il vuoto celeste e imprecherà un’ultima volta contro il pavimento, le strade, il suolo, contro quella gravità che ha voluto fargli uno scherzo di cattivo gusto senza alcun motivo in particolare.

Cadrà al cielo, sparirà come un puntino e tutti diranno «guardate, il signor Castrelli vola via!», mentre il signor Castrelli dirà «guardate, precipito nell’abisso!»

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(inizialmente pubblicato qui)