La disabitudine alla vita

Narrativa

Ciò che ci viene mostrato è esattamente ciò che guardiamo.
Guardiamo un corpo, un bambino, una spiaggia. Non vediamo la vita perché siamo disabituati a vederla. Ciò che non vediamo è ciò che non ci viene proposto con superficialità dai media. Noi guardiamo, ma non vediamo. Come quando rallentiamo in autostrada perché c’è un incidente e ciò che guardiamo, quando passiamo accanto al luogo dello schianto, è solo cadaveri, lamiere, carne. Non c’è altro perché, molto semplicemente, ci siamo disabituati a vedere. Ci scandalizziamo non per la morte o per la vita, ma perché quel cadavere, quel corpo, è così simile al nostro. Non è empatia, è immedesimazione. 

Beati gli ultimi

Narrativa

Lampedusa_Sbarco--400x300Beati gli ultimi perché saranno i primi?
E noi facciamo rimpiangere loro d’essere ultimi, sotterriamoli con tutta la forza che questa vita da primi ci concede, con tutta la furia, tutta la violenza, tutta la tecnologia che possediamo fino a che non ci verrà tolta dalla morte. Saranno i primi? Bene, e noi stupriamone le donne mentre urlano l’impotenza in lingue sconosciute, slabbriamone i corpi fino ad attraversarne l’anima da parte a parte, in cerca del motivo per il quale noi marciremo all’inferno. Saranno i primi? Ottimo, ma nel frattempo bruciamo i loro corpi e portiamo la guerra sopra le loro case, noi che finché siamo i primi possiamo trascorrere le serate davanti alla televisione a commuoverci falsamente di fronte all’ennesimo massacro, noi che possiamo twittare la nostra umanità con un aforisma ben studiato, noi che abbiamo imparato la compassione sui libri che narrano la disumanità. Saranno i primi? Allora cancelliamo le loro nazioni, sbarazziamoci dei loro paesi, erodiamo le loro montagne, falciamo le loro teste, annulliamo le loro speranze. Saranno i primi? Allora bombardiamoli con le nostre testate di rancore, ché ci risulta insopportabile pensare che gli dei non preferiscano i nostri volti ben truccati e sbarbati, i nostri vestiti alla moda, le nostre mani delicate, ci risulta inaccettabile che gli dei preferiscano quelle pance deformate, quei volti brutti e sdentati, quei corpi deformi e ridicoli. Gli ultimi saranno i primi? E noi affrettiamoci a farli affondare a colpi di cannone e demagogia, per far loro rimpiangere di essere i prediletti della giustizia, dea bendata e puttana dell’umanità; sbrighiamoci a farli marcire dentro celle anguste, torturati per colpe che sono tutte nostre; siamo lesti nello spellarli vivi sotto il sole cocente. Saranno i primi? Ma adesso i primi siamo noi, e mentre possiamo far di loro ciò che più odiamo sbraniamoli, deridiamoli, uccidiamoli, schiacciamoli, divoriamoli, massacriamoli, facciamo loro rimpiangere questa vita dal momento che loro ci faranno rimpiangere quella successiva. Ma non perdiamo occasione: condanniamoli al rogo delle carni, zittiamone la protesta silenziosa e impariamo a urlare sempre più forte, a sbraitare le nostre inadeguatezze, a vomitare sulle loro teste pelate e sanguinanti ognuna delle nostre incertezze. Saranno i primi? E chi se ne importa allora se adesso da ultimi verranno sventrati e sbudellati, umiliati e dissacrati? Chi se ne importa se durante questo effimero passaggio nel mondo essi saranno cancellati dal nostro odio per la nostra condizione di primi? Chi ha deciso, dio mio, chi mai ha deciso che io dovessi starmene fra i primi con queste armi, queste tecnologie, questa cattiveria senza nome, chi mai ha deciso per me questo destino di dover stuprare a distanza, tele-uccidere, massacrare virtualmente interi popoli, culture, famiglie e tribù? Chi se ne importa se durante questa vita avrò sazio il ventre e vuoto l’animo se poi durante la vita successiva sarò ultimo degli ultimi, mentre gli ultimi di adesso mi guarderanno dall’alto in basso, disprezzandomi? Chi se ne importa di tutto, dal momento che il tutto è assurdo e inaccettabile?
Saranno i primi? Bene, noi sbarazziamocene finché ancora siamo in tempo per condannarci.

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“I pianeti impossibili” secondo Gianfranco Spinazzi

I pianeti impossibili

2014-10-20 10.29.08Dire che I Pianeti impossibili è un libro colto, raffinato, di profilo filosofico, è senz’altro cosa giusta, ma in fondo scontata. Così come ricordare gli esempi di Borges e Calvino non copre la complessità che il romanzo racchiude e trasmette. So che all’autore piace la patafisica, il che mi sembra molto pertinente al libro: la definizione di “scienza delle soluzioni immaginarie” combacia perfettamente con quanto scritto da Riccardo, tale la combinazione di assurdo, nonsenso, ironia, intelligenza e prospettiva che nel romanzo supportano il metodo scientifico.

Proverò a percorrere la strada di ciò che possiamo chiamare l’esistente e il possibile sotto le mentite spoglie dell’impossibile. Ha ragione Barbieri, nella prefazione, a chiedersi: “siamo sicuri che questi pianeti siano proprio impossibili?” Mi viene in mente quanto scritto da Foucault nella prefazione de “I nomi e le cose”: parla di un’antica enciclopedia cinese citata, guarda caso, proprio da Borges in cui vengono elencati animali impossibili: dall’animale appartenente all’imperatore, all’animale imbalsamato, agli animali che da lontano sembrano mosche. Ebbene, dice Foucault, a rendere tutto ciò possibile è l’elencazione alfabetica: a) “animale appartenente all’imperatore”, b) “animale imbalsamato” c) “animali che da lontano sembrano mosche”, e via dicendo. Insomma si può dire di tutto, basta farlo precedere da un ordine arbitrario: dare ordine.

Il romanzo di Riccardo è in un certo modo un elenco, un catalogo, un’enciclopedia, non ci sono le lettere in ordine alfabetico, né i numeri, ci sono i nomi. Che un pianeta sconosciuto abbia un nome è già una garanzia di realtà, di concretezza. Che gli abitanti di un pianeta nominato camminino a testa in giù, è una possibilità. Molti comportamenti alieni sono l’esatto capovolgimento della consuetudine terrena. Mi ricordano Magritte che capovolge la testa dell’uomo, in maniera che la nuca sia in linea col nodo della cravatta, o che da un paio di scalcinati scarponi fa uscire le dita dei piedi.

Altri comportamenti “impossibili” sono meno simmetrici, aggrovigliati in opposizioni logiche da circo delle meraviglie o dell’orrore. C’è una costante manipolazione degli elementi terreni, una violenta violazione alle regole consequenziali, fantastiche variazioni in tema. Appunto: il tema e lo svolgimento. Il romanzo svolge la fantasia. C’è un pianeta che esaudisce uno ad uno i desideri; in un altro pianeta un attimo vale l’intera storia del mondo; in un altro ancora valgono solo i dettagli delle cose, utili a conservare il tempo millenario; c’è poi il pianeta dell’Apocalisse in cui i fantasmi sono vivi; c’è il pianeta dell’equilibrio in cui le mani gettano i sassi e le rocce si fanno corpi; c’è il pianeta del futuro e il pianeta degli ologrammi…

Il testo svolge l’inesauribilità stessa della fantasia, dell’intelligenza. Sfoglia filosofia e utopia. Sfrutta ogni passaggio segreto del fantastico e del letterario. Riccardo eccede il pianeta Terra senza però uscirne completamente, lo aggiorna in altri modelli trascendenti, paradigmi non tanto di diversità quanto di possibilità. Il romanzo è un grande artificio combinatorio, guai a chiamarlo fantascienza, assomiglia piuttosto a certi giochi rinascimentali in cui scienza e arte, filosofia e magia si intrecciano per sondare la vita e il sapere della e sulla vita. Crea illusionismo e giochi di specchi alla pari di certi testi seicenteschi. Tutti ricorderanno come si presentano i seleniti agli occhi di Cyrano: con dei grossi falli che pendono dalla cintura come le spade dai gentiluomini seicenteschi. È pure teatro anatomico, fatto di “membra” che di volta in volta appaiono birilli o fionde elastiche o altro ancora. Tutto è “spostabile” ma non asportabile, impossibile cancellare dal testo di Riccardo, il dato e la sua acquisizione non si possono rimuovere, tutto è “scritto” in maniera indelebile. Tutto ciò che è scritto rimane in campo, pronto, per chi ne cogliesse l’opportunità (impossibile non farlo), a essere dibattuto e semmai rovesciato. Ecco l’offerta di Riccardo: il gioco di parole e di immagine fa parte della speculazione intellettuale, come conclude Barbieri nel chiedersi se pittore e corniciaio siano figure distinte. Riccardo fa tutto da sé, dipinge e incornicia, come suo diritto d’autore. Pensatore e sognatore. I pianeti impossibili è un modernissimo Libro Antico. Sembra quasi miniato da tante sono le interpretazioni figurative di un universo “altro”.

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gianfranco-spinazzi-circleGianfranco Spinazzi risiede a Venezia. Ha debuttato nel 1997 con Le fototette, edizioni Supemova. Per la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2001 Foghera a Venezia – C’erano una volta i cinematografi (finalista premio “Calvino”). Nel 2006 presso la casa editrice Il Filo ha pubblicato Cartoline e carichi pesanti (targa Premio Letterario Internazionale “Città di Cava de’ Tirreni). Sempre presso Il Filo nel2008 esce Attenti a quei due. Con Supemova nel 2011 pubblica AAA Venezia cercasi. Nel 2012 pubblica Nel pozzo con Book Sprint edizioni. Pagine Elisha, uscito on-line nel 2006, è edito da Tragopano edizioni nel 2013.