La vergogna prometeica: Günther Anders e la paura del presente

Filosofia

La filosofia è invenzione di concetti.
E non esiste concetto più utile alla nostra epoca di quello coniato da Günther Anders: la “vergogna prometeica“.
La leggenda di Prometeo narra di come l’uomo, dopo la sua creazione priva di possibilità di sopravvivenza (a differenza delle altre fiere egli non aveva artigli, né armi naturali), fosse stato aiutato da Prometeo il quale, dopo aver trafugato il fuoco della conoscenza dalla casa di Zeus, lo consegnò all’umanità che da quel momento ebbe la capacità di discernere il bene dal male, ma soprattutto di manipolare la natura per la propria sopravvivenza, sottomettendola all’intelletto: in poche parole, di fare τέχνη, ovvero tecnica.
In questa metafisica della tecnologia, la macchina è separata dal corpo, la cultura dalla natura, e tutto ciò porta inevitabilmente al veloce perfezionamento delle tecnologie a discapito del lento cambiamento dell’uomo stesso che, nell’epoca odierna, si trova a dover fare i conti con la perfezione delle proprie creazioni e all’imperfezione della biologia che lo contraddistingue. Calcolatori perfetti contro una mente più lenta, macchine ultrapotenti di fronte alla fragilità del corpo. L’uomo si vergogna della propria insufficienza al cospetto della straripante perfezione delle macchine che costruisce. La cultura supera la natura, come dice Anders.
Per questo, Anders parla della grande paura del presente: le macchine prendono il sopravvento sull’anima dell’uomo, sulla sua libertà, sulla sua azione.

Voi che cosa ne pensate?

Per approfondire:
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G. Anders, “L’uomo è antiquato – Vol.2”: http://amzn.to/1xWKg5k
G.Anders, “Diario di Hiroshima e Nagasaki, un testamento intellettuale”: http://amzn.to/1OZ4oH0
F.Lolli, “Günther Anders”: http://amzn.to/1OZ4oXK

Sei agosto mille novecento quaranta cinque/2015

Eventi, Filosofia

Questa sera in Live QUI parlerò di come la filosofia e l’arte hanno affrontato il tragico evento di Hiroshima. Non mancate. 

Hibakusha. Ovvero “sopravvissuto”, in giapponese. Loro non vogliono essere chiamati così. Non vogliono che un evento di cui non sono responsabili segni per sempre la loro vita. Loro non vogliono essere “vittime” ma esseri umani. Vogliono lasciarsi alle spalle tutto: le radiazioni e le macerie, le ematosi e il cancro. Non possono essere etichettati per l’eternità come “coloro che sono sopravvissuti”, no. Loro hanno una vita anche dopo la Bomba. Non è la Bomba ad averne fagocitato la vita. Hibakusha. Non sarà il mio bambino morto a segnare il mio futuro. Non sarà il mio braccio deforme a definire chi sono io. Non sarà la mia casa sotto cui sono morti dodici famigliari a dirmi come mi chiamo. Non sarà una Bomba piovuta durante un diluvio di follia a ricordarmi chi sono. Hibakusha. Io sono ciò che desidero diventare, non ciò che loro mi hanno fatto cadere sulla testa. Io non sono la mia radiografia, non sono le mie analisi del sangue sballate. Io non sono sopravvissuto perché io vivo sopra tutto e sopra tutti. Io non sono il mio feto abortito né la mia sorella impazzita. Non sono giapponese né abitante di Hiroshima. Non sono vittima né abitante di Nagasaki. Io sono tutti coloro che decidono di andare avanti. Io non sono Hibakusha