LA PAROLA NEL POZZO – Seminario sulla letteratura

Narrativa

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storia dei morti

Narrativa

Schermata 2015-03-24 alle 15.08.38come in una storia di vendetta, erano tornati.
erano tornati con i volti lisci di un tempo ed erano i soldati falciati durante la guerra d’indipendenza, durante le scorribande partigiane, durante un attentato bolognese, e non volevano ritornare. tutti sapevamo che prima o poi sarebbero tornati, ma eravamo troppo occupati a dimenticarcene. eravamo troppo indaffarati a illuderci della vita per pensare ai morti, eppure loro sono ritornati, riversandosi da un qualche sbrego nel mondo, qualche squarcio improvvisato nello spaziotempo, tracimando fuori dal bordo che separa l’universo di qua da quello di là. erano tornati con passi lenti e diffidenti, senza prestare attenzione a tutto ciò che era cambiato. erano i bambini squarciati da una granata e le madri suicide sotto il sole afghano. erano le vittime delle persecuzioni cristiane ed erano gli schiavi deportati in egitto. venivano da un luogo che i vivi avevano rimosso, un luogo appena di là della coda dell’occhio, un posto che riposa in un’ombra timida sempre pronta ad aprirsi come una fica ancestrale per mettere in comunicazione universi paralleli. erano tornati, ma non avrebbero mai voluto.
vennero dai boschi e noi come avremmo potuto riconoscerli? noi eravamo gli impiegati di banca, gli strozzini, i muratori e le maestre di scuola, loro erano gli aztechi, gli ebrei, i militari di iwo-jima, gli assediati di nanchino. erano i dimenticati, i senza nome, i rinchiusi. chi avrebbe mai detto che quelli erano i morti? erano diversi da come ce li immaginavamo: non erano decomposti né mutilati, erano perfetti come avrebbero dovuto essere per sempre, anche se quel “sempre” era un concetto incomprensibile nell’universo dei vivi. era come se qualcuno avesse spalancato una porta socchiusa senza avvisare, una porta che dai boschi lasciava strada libera ai morti che attraversarono le strade in cerca di una risposta della quale non avevano la domanda. erano i morti e noi eravamo i vivi ed era tutto troppo terribile per avere paura. i morti non parlavano, si guardavano intorno, ci guardavano negli occhi e noi non riuscivamo a sostenerne lo sguardo. ci osservavano come se avessimo qualche colpa, e certo eravamo colpevoli ma non sapevamo di che cosa. noi eravamo gli idraulici, i vigili, i respiranti bambini di una scuola elementare, loro erano i massacrati della storia, i defunti delle guerre, i dilaniati delle ingiustizie. erano i bambini gasati, violentati, stuprati, bruciati. erano le donne carbonizzate, sventrate, i padri torturati, appesi, spellati. erano i proletari ingabbiati morti di fame, ma tra loro non si vedevano gli imperatori decapitati della storia. erano i morti ed erano perfetti ed eterni, mentre scendevano la montagna. erano silenziosi e ci avevano rubato le grida. erano quieti e ci avevano sottratto il terrore. avevano volti dolci anche se erano stati decapitati e la loro pelle era liscia e soffice anche se erano stati messi al rogo. non avevano ustioni né menomazioni, nonostante fossero i figli del vietnam su cui era stato riversato il napalm, non avevano mutilazioni né ferite, nonostante fossero i bambini del congo squartati e impalati. era come se il mondo si fosse fermato nel momento in cui i due universi avevano collimato, spaccandosi in due e mischiando le carte dell’eternità con quelle della finitezza. era tutto come in sogno, ma sapevamo che prima o poi sarebbero tornati. erano i morti devastati ma la loro perfezione ridicolizzava la violenza dei vivi. “il popolo degli specchi ritornerà, romperà le cornici e uscirà dai confini in cui l’abbiamo relegato, e allora avrà la sua vendetta” aveva scritto borges, e c’era persino lui in mezzo alla folla, con il suo tweed e il bastone e il cappello, ma non era cieco, ci vedeva lungo un miglio. era morto, era uscito dagli specchi. era una vendetta, ma loro non l’avevano richiesta, non l’avevano voluta. erano risorti, ma non c’era alcuna salvezza nei loro occhi. erano eterni, eppure fragili. erano i morti, camminavano sommessamente per le vie del nostro piccolo pianeta e da allora, senza spargimenti di sangue, l’umanità ha smesso di parlare. era un corto-circuito, era una violazione del diritto universale, così insopportabile da lasciare ogni uomo, vivo o morto, senza parole.
ci siamo lasciati tutti morire senza speranza e senza paura, e l’apocalisse è arrivata senza far rumore.

il bosco

Narrativa

Schermata 2015-03-20 alle 12.30.58il bosco è la lacerazione per eccellenza. è una ferita, uno squarcio nell’universo, un ambiente in cui il mondo dei morti si incontra al mondo dei vivi. nel quale il mondo dei morti ritaglia una fetta di appartenenza a questo universo. nel quale il mondo dei vivi si disperde per un istante, toccando con mano, lingua, occhi, la linfa fatale dell’universo di là. il bosco è l’esperienza della morte, l’uomo vi si disperde e vi perisce per rinascere in un corpo nuovo. il bosco pullula di fantasmi e spettri, demoni e dei, non perché uno scrittore di talento ne abbia narrato le ombre, ma perché il bosco è il regno del mistero. nel bosco si celano i segreti nei quali l’esistenza si stravolge, di epoca in epoca, e in esso l’immagine del cosmo viene rovesciata, quando i moti tellurici tra l’universo di qua e quello di là sono tali da sconquassare il tessuto stesso dello spaziotempo. il bosco conserva la storia universale della futilità e la usa contro di noi. abbiate pietà della mia ragione, urla nel silenzio l’uomo persosi nel bosco. abbiate pietà del mio punto di vista intorno alla vita e alla morte, ma gli spettri non hanno pietà, abitano il bosco per cibarsi delle vittime che s’inoltrano in questa faglia dell’inesistenza. il bosco è la vagina dentro cui il mondo si rigenera diverso, dentro cui vengono nascoste le inconfessabili menzogne dei vivi e le straordinarie verità dei morti. tutto ciò che nasce nel bosco deve poi ritornare nel bosco, dicono gli spettri che aleggiano ridicoli, ma il vivo non sa interpretare quella risata perché non conosce il destino che l’attende, non più di quanto l’albero del bosco conosca le ramificazioni infinite che compenetrano il tessuto della Terra, della realtà, dell’irrealtà. attraverso la ferita del mondo, attraverso gli occhi del bosco, si insinuano gli orrori e le nefandezze dell’universo che sta di là, e il bosco attende l’uomo per ucciderlo e rigenerarlo, facendone qualcosa di diverso: un ribelle, un partigiano, uno spettro. il bosco, parlando dal segreto della sua ambiguità cosmica, conosce il nome di ognuno di noi ed è pronto a chiamarci, per inghiottirci e vomitarci, nuovi e senza nome. e chi dimentica la sua magia ne è la vittima designata.

C’eravamo una volta

Narrativa

c'eravamo una voltac’eravamo una volta noi.

c’eravamo, tanto amati e tanto delusi, tanto scontrati e tanto corrosi. c’eravamo, con tutti i t’amo sulla sabbia e la rabbia sopra i t’amo, con i desideri inespressi e le espressioni solo desiderate. c’eravamo, come quel c’era una volta che poi non ci sarà più. col c’eravamo ancora e non ci saremo oltre. c’eravamo, con tutti i salotti vagabondati al sole e i progetti scritti sulla crosta dell’acqua. c’eravamo, a lavarci i denti e lasciarci le gengive, ad attorcigliarci le lingue dentro discorsi senza parole. c’eravamo, come quelle epoche mai vissute, come le storie davanti al caminetto, come i viaggi nel tempo delle mie storie, come i personaggi che mi popolano le mani. c’eravamo, sotto coperte e dentro ricami, fuori da mura e sotto tempeste. c’eravamo, con le corse sotto la pioggia primaverile e senza tutto l’asfalto che poi abbiamo inghiottito per non esserci più. c’eravamo, tra quel dentro e quel fuori che non hanno porte, e poi c’eravamo sbattuti le porte in faccia dopo essercele immaginate così forte da costruirle a suon di silenzio. c’eravamo, come la sabbia della clessidra che non torna più su, come il corso di un fiume che non trova più il monte, come tutti quegli eventi sfuggiti di mano in mano, fino a non riconoscerne più la provenienza. c’eravamo tanto. c’eravamo poco. c’eravamo così fortissimamente. e poi, c’eravamo dimenticati.

e così, non c’eravamo più.