Di caos, piogge e ombrelli

Narrativa

Gli uomini fabbricano un ombrello che li ripari, e sulla sua parte interna disegnano un firmamento e scrivono le loro convenzioni, le loro opinioni; ma il poeta, l’artista pratica un taglio nell’ombrello, lacera anche il firmamento, per far passare un po’ di caos libero e ventoso e inquadrare in una luce brusca una visione che appare attraverso la crepa. La primula di Wordsworth o la mela di Cézanne. La sagoma di Macbeth o quella di Achab. Allora sopraggiunge la folla degli imitatori che rammendano l’ombrello con una toppa che somiglia vagamente alla visione, e la folla dei glossatori che riempiono la crepa di opinioni: comunicazione. Ci vorranno sempre nuovi artisti per fare altre crepe, operare le distruzioni necessarie, forse sempre più grandi, e restituire così ai loro predecessori l’incomunicabile novità che non si riusciva più a vedere. 
Ciò significa che l’artista non combatte tanto il caos (che egli in qualche modo auspica fervidamente) quanto i luoghi comuni dell’opinione. 

David Herbert Lawrence

lawrence

La parola, l’incantesimo

Narrativa

incantesimoLa parola è incantesimo.
La parola è l’incantesimo con il quale possiamo far entrare un po’ di caos dentro la stanza chiusa delle nostre convenzioni. Scriviamo per liberarci e non serve altro che la parola per rompere i circoli viziosi delle prevedibilità, delle routine, delle catastrofi immobili.
Non esiste scrittura che non parta dall’impulso invasivo: non evadere dalla realtà, ma invadere la realtà con quel poco di virtuale che basta a scandalizzarla, rimescolarla, costringerla all’immaginazione. Non c’è scrittura che non possegga un briciolo di liberazione. Esiste certo la scrittura illusa, quella che s’illude di essere brullo commercio di senso, asettico scambio di storie, innocua finanza di significato. Esiste Baricco ed esiste anche Twilight. Esiste una scrittura che s’illude di poter non-sovvertire l’ordine universale, di mantenere intatto il cosmo, ma non è l’autore che decide il destino dei propri scritti.
La scrittura dirompe ed erompe al tempo stesso, è sommovimento del dentro-fuori cosmico che apre il firmamento come una vagina infinita e ci lascia annegare nei suoi umori siderali. La scrittura è taglio che mostra la narrazione pura, e al di là del firmamento slabbrato troviamo esattamente questo: il caos, l’indimostrabile, il non-spiegabile, il difforme, che entra, penetra il mondo e ci penetra il corpo, la testa, gli occhi, diffondendo un senso di onnipotenza timida, di umiltà superba, spingendoci a vomitare nel mondo la novità, come un conato proveniente da profondità ben più ampie del nostro animo.
La scrittura ci sventra mentre sventra il firmamento e connette la nostra bocca spalancata alle labbra divaricate della volta celeste. Si scrive per succhiare il caos, per terrorizzare le linee e sparpagliarle in curve, asintoti, idee selvagge, raffiche di mostruosità angelica.
Si scrive perché vogliamo fare brandelli di ciò che siamo.
La parola è incantesimo e scrivere ci tramuta in stregoni.