La Natura della Satira

Non ho mai amato la satira di Charlie Hebdo: l’ho sempre trovata poco raffinata, piuttosto banale e priva di mordente. Una satira “mordi e fuggi” ben lontana da quella che amo io, la satira che resta dentro, che crea un movimento nell’individuo, una spinta critica che gli cambia in qualche modo la prospettiva e la vita.

Così oggi, come nel gennaio 2015, io non sono Charlie Hebdo, nessuno lo è. Ma mentre io oggi non lo sono perché non lo sono mai stato, c’è chi non lo è per opportunismo.

Facciamo un passo indietro: a che cosa serve la satira? Meglio ancora: a che cosa serve scherzare su una tragedia come l’olocausto, un terremoto o il terrorismo?

La funzione di questo atto è quello di fornirci uno strumento per prendere razionalmente le distanze da ciò che emotivamente ci impedisce di agire ed esprimerci liberamente.
La satira non scherza sulla tragedia o sulla vittima, scherza sull’incapacità di guardare in modo distaccato e razionale la situazione che ha portato alla tragedia o alla vittima. E la cosa è ben diversa.

Facciamo un esempio: se una ragazza ha subito uno stupro, siamo tutti d’accordo sul fatto che per lei sarà molto difficile parlare dello stupro, giusto? Perfetto. Quindi, siamo altresì d’accordo che lo stupro, in questo senso, è per lei un argomento che la rende meno libera: non è libera di parlarne e magari, quando evoca quell’ombra, potrebbe persino essere meno libera nel rapportarsi con le persone della sua vita. Il legame emotivo che lei sente nei confronti dello stupro le impedisce di essere se stessa, di pensare razionalmente e comportarsi in modo naturale. In poche parole, lo stupro continua a rovinarle la vita, fintantoché non riesce ad affrontarlo razionalmente.  Continua a leggere “La Natura della Satira”

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Civiltà, satira, creatività: #CharlieHebdo

Mi sono preso un po’ di tempo, più di dieci giorni, per poter elaborare l’accaduto, digerirlo, metabolizzarlo e comprenderlo, per quanto possa essere comprensibile un simile evento.
Sto parlando ovviamente di ciò che è accaduto a Charlie Hebdo, e non perderò tempo a riassumere i fatti dal momento che mi aspetto di avere lettori informati e attenti, sempre in ascolto. Faccio inoltre uno strappo alla regola e parlo di un fatto di attualità in quello che vorrebbe e dovrebbe essere un blog di sola narrativa, ma quando si toccano corde così profonde, il dovere di mettere a disposizione una riflessione ponderata è pari a quello di non lasciarsi prendere dalle facili emozioni.

Le facili emozioni, prima di tutto. 
Abbiamo visto l’opinione pubblica dare il peggio di sé di fronte a una complessità profonda e a una stratificazione di accadimenti degna del miglior Machiavelli. Un’opinione pubblica che, come sempre ma forse ancora più del solito, ha sciacallato gli avvenimenti solo per “dire la propria”, su Twitter, in TV, dentro blog, siti, non-luoghi che cercavano soltanto due visualizzazioni in più utilizzando la tag #JeSuisCharlie e in realtà non dicevano niente più del nulla sconfortante.
Le facili emozioni degli slogan, quelle frasi pubblicitarie che appiattiscono eventi complessi e li comprimono dentro tre parole prive di profondità e significato, solo per mostrare un’appartenenza a un gruppo che non si sa bene cosa voglia fare e in nome di non si sa bene quali idee. E quindi le bandiere, le pubblicità, le lacrime di coccodrillo, i proclama ipocriti di politici, personaggi e gente comune che non sa di cosa sta parlando. La facilità dell’ignoranza.

Il mio amico Daniele Barbieri parla di valori dell’Illuminismo
Ma quali sono i valori dell’Illuminismo di cui ci facciamo portavoce? Se davvero (e io ho dei forti dubbi che cercherò di esprimere) le vignette di Charlie Hebdo erano portavoce di quella Ragione Universale, dov’è finita quella stessa ragione quando la gente scriveva ovunque: “al patibolo!”, “a morte i cani maledetti!”, “al rogo! al rogo!” Ammesso che quella di CH fosse una satira illuminista, come abbiamo potuto lasciare che la visceralità delle emozioni, la tristezza degli slogan politichesi, la fretta dell’opinione personale prendessero il sopravvento su una ponderata riflessione intorno alle cause e alle relazioni? Cosa ci ha insegnato l’Illuminismo vero, quello del raziocinio, se alla prima occasione sputiamo bile, veleno e vomitiamo la peggiore parte della nostra irrazionalità animale? Siamo davvero così distanti da quei terroristi che vomitano piombo sulle persone? Io dico di no, non lo siamo, soprattutto quando vomitiamo irrazionalità sugli eventi tragici (e quanti esempi negli ultimi 15 anni!).

La tragedia riflette due insicurezze allo specchio. 
Da un lato, l’insicurezza della fede fasulla: se una vignetta satirica riesce a offendere la tua incrollabile fede al punto da farti diventare braccio della morte, allora probabilmente non è fede, è il tentativo di colmare un profondo buco nel tuo animo. E anche questo ce lo insegna l’Illuminismo.
Dall’altro lato, l’incertezza dei nostri valori: se alla tragedia devi rispondere con la pancia, con la vendetta, con la violenza verbale e giuridica, senza fermarti un secondo a riflettere e usare il cervello, allora significa che i valori veri del cristianesimo politico (razionalità e analisi) non fanno parte del tuo bagaglio intellettuale, della civiltà di cui ti fai portavoce e impostore.
Come ha giustamente fatto notare il filosofo Zizek nel suo intervento, solo la psicologia delle masse può farci analizzare e comprendere la complessità in atto: la tragedia di Charlie Hebdo apre uno specchio, e il compito di ogni individuo razionale è cercare di mettersi nei panni di entrambi i riflessi, proprio come Alice. Solo in questo modo si può trovare il modo di spezzare la catena della vendetta che ormai ha radici antiche, ma non per questo meno fragili. La facilità dell’emozione ci rende colpevoli, non illuministi, ci avvicina all’animalità da cui la Ragione, quella vera, ha il compito di allontanarci.

Rileggiamo Nietzsche. 
In questo modo potremo comprendere quali sono le vere forze che forgiano i nostri valori. Quando oggigiorno si parla di “civiltà”, un valore importante, qual è la forza che la definisce: è una forza creativa (razionale, costruttiva, progressista) oppure è una forza reattiva (reazionaria, terrorizzata, distruttiva)? Si tratta della civiltà che si sviluppa liberamente, oppure della civiltà che nasce in reazione alla violenza? Allo stesso modo, quando si parla di “popolo”, di “coscienza”, di “anima”, stiamo determinando questi valori con una forza positiva, attiva, creativa, oppure attraverso una forza brutale, animalesca, reattiva (cioè, in “re-azione” a qualche cosa, circolo della vendetta primario).
I nostri valori sono causa di un progresso o conseguenza di una brutalità?
Quando Nietzsche ci parlava dei valori, non li negava (come spesso le interpretazioni superficiali vorrebbero insegnarci), diceva piuttosto di comprendere sempre quali sono le forze che definiscono, in un dato momento storico, quei valori. Ragione, coscienza e intelletto sono concetti che hanno cambiato, nel corso del tempo, le proprie caratteristiche, sulla base delle forze che in essi si scontravano. Non si tratta di dialettica spicciola, questo è il fondamento di un razionalismo culturale che dobbiamo ritrovare e col quale dobbiamo rispondere attivamente alle sfide immani che la nostra epoca ci mette di fronte.
La Ragione è l’unica cosa che ci tiene distanti dalla catastrofe.

Io non credo che quella di Charlie Hebdo fosse satira. 
Anche “satira” è un concetto il cui significato dipende dalle forze che in esso lottano. La satira potrebbe essere definita come lo scherzo che i deboli giocano ai potenti. E la redazione di Charlie Hebdo viveva di cariche istituzionali (soprattutto del governo Sarkozy, ndr) e consenso di una parte della popolazione, non era una critica al potere, era una ricerca di consenso da parte di un certo tipo di pubblico, per me tutt’altro che illuminista (ricordiamo che l’illuminismo predicava la laicità e condannava la blasfemia, perché la blasfemia, oltre a essere indiretta affermazione di dio, chiama in causa istinti bassi e volgari). Ma non è questa la questione, e la questione non è nemmeno la libertà di espressione (che cos’è libertà, che cos’è espressione, siamo sicuri che in questo concetti, per come li intendiamo oggi, non si annidino ancora forze re-attive e distruttive?), grande spauracchio fuorviante della tragedia.

La questione qui è più importante e riguarda noi: cadremo nella trappola? 
La trappola è quella romantica della difesa di valori designati in maniera re-attiva: una libertà “in risposta” a una barbarie, un’espressione “in reazione” alla censura, una civiltà “contro” lo straniero. E lì, la trappola è profonda come la tana del Bianconiglio e ci getta nell’anti-libertà, nell’inespressività, nell’inciviltà, con il nostro tacito e irrazionale consenso. La questione è: vogliamo che i nostri valori siano creativi, attivi e vitali, oppure accettiamo (di nuovo) che i nostri valori siano una reazione a qualcosa di terribile, rendendo terribili anch’essi?

Agghiacciante è stato sentire che “finalmente l’Europa è tornata a vivere“, ma solo in risposta a un massacro! Ci siamo davvero ridotti a diventare un popolo soltanto in reazione al sangue che scorre? Siamo davvero così stolti da cadere per l’ennesima volta nella spirale dell’irrazionalità? Siamo davvero così deboli (deboli quanto la fede dei terroristi che difendono un dio uccidendo alcuni uomini) da farci trascinare ancora nel vortice dell’animalità, lasciando che l’Illuminismo venga sconfitto non da colpi di AK-47, ma dalla nostra profonda incertezza su chi siamo e sul dove stiamo andando? Daremo voce ancora ai profeti della reazione? Alle Oriana Fallaci, ai Matteo Salvini, ai guerrafondai, a chi dal conflitto trae un profitto, ai sacerdoti della civiltà che tradisce se stessa e che si ammantano di un falso cristianesimo? Io mi sento cristiano per formazione sociale, e lo dico da agnostico razionalista. Ma la radice illuminista e razionale, quel messaggio che fa coincidere la civiltà con la rottura del vizioso circolo della vendetta, quello è il vero punto focale della nostra cultura. E Charlie Hebdo, per le forze reattive che io individuavo nella sua satira, non era illuminista.

Ma noi, signore e signori, fratelli e sorelle, persone pensanti che fanno parte di questo mondo travagliato, siamo illuministi oppure animali? Desideriamo ragionare, pensare e smettere di ascoltare le viscere che ci rendono bestiali, oppure vogliamo ancora una volta distruggere (illudendoci di costruirla) la nostra civiltà in RE-AZIONE a qualche tragedia?

Credo che sia questo il punto focale su cui dovremmo riflettere.
Con calma.
Col cervello.

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