Storia dell’Anima nell’Epoca Robotica

Questo testo è estrapolato dal terzo episodio di Filosofarsogood, la mia nuova rubrica podcast che esce ogni domenica alle 12! Iscriviti al mio Spreaker per non perderti i prossimi episodi! Puoi trovarlo anche su iTunes

***

terzaQuand’è che un corpo contiene un’anima?
In un racconto filosoficamente molto dibattuto, Terrel Miedaner racconta di una scienziata che, per provare l’impossibilità che una macchina possegga un’anima, si trova messa di fronte a un robot-insetto che strepita e si contorce, lanciando un “debole gemito lacrimoso che si alzava e si abbassava come il piagnucolio di un bambino”, nel momento in cui la sua esistenza viene messa a repentaglio. Il racconto si intitola “L’anima dell’animale” e ci pone di fronte a un quesito estremamente attuale: come si misura l’anima?

Per iniziare questa difficile trattazione, sarò costretto a citarvi un altro racconto piuttosto famoso, ovvero “Accendere un fuoco” di Jack London: “Ma la misteriosa scriminatura della pista che si spingeva così lontano, l’assenza di sole dal cielo, il freddo tremendo e la stranezza e l’estraneità di tutto quanto, non facevano alcuna impressione all’uomo. Non perché vi era abituato da tempo. Era arrivato di recente nel paese […] e questo era il suo primo inverno. Il suo problema è che era privo di immaginazione. Era svelto e attento alle cose della vita, ma solo alle cose e non al loro significato. Cinquanta gradi sotto zero significano ottanta e rotti gradi di gelo. Un simile evento lo colpiva in quanto freddo e fastidioso, e questo era tutto. Non lo induceva a riflettere sulla propria fragilità di creatura a sangue caldo, e sulla fragilità dell’uomo in generale, in grado di vivere solo entro ristretti margini di caldo e freddo; e proseguendo, non lo induceva a speculare sull’immortalità e sulla posizione dell’uomo nell’universo. Cinquanta gradi sotto zero equivalevano a una morsa di freddo che fa male e da cui ci si deve proteggere usando guantoni, copri-orecchie, mocassini caldi e calzettoni. Cinquanta gradi sotto zero per lui erano solo esattamente cinquanta gradi sotto zero. Che implicassero qualcosa di più di questo, era un pensiero che non gli era mai passato per la testa.”

Come potete aver intuito, i due brani, partendo da storie totalmente diverse, indicano però un medesimo traguardo: avere un’anima significa “sentire”, avere un sentimento, laddove con “sentimento” non intendo parlare della percezione delle cose, ovvero il freddo percepito dal protagonista del brano di London. Il sentimento, usando il termine con l’accezione che ne dà Spinoza, rappresenta il momento in cui la percezione viene fatta propria dal corpo e dalla mente, il momento insomma in cui alla percezione si dà un ordine, un significato. Continua a leggere “Storia dell’Anima nell’Epoca Robotica”

Annunci

#aChiunque – Lettera d’addio

Hai un’idea struggente e priva di significato?
Vuoi mollare la tua ragazza ma non hai le parole sufficientemente poetiche per evitare di farti evirare?
Vuoi dire cose senza dire cose?
Ebbene, #aChiunque è la prima azienda che produce testi da #poetideltwitter per ogni occasione! Matrimoni, licenziamenti, funerali o feste pre-diciottesimi!
#aChiunque è la risposta piena di parole e priva di risposte che fa al caso tuo! 

Schermata 2014-12-23 alle 11.47.58

Schermata 2014-12-23 alle 11.48.21

C’eravamo una volta

c'eravamo una voltac’eravamo una volta noi.

c’eravamo, tanto amati e tanto delusi, tanto scontrati e tanto corrosi. c’eravamo, con tutti i t’amo sulla sabbia e la rabbia sopra i t’amo, con i desideri inespressi e le espressioni solo desiderate. c’eravamo, come quel c’era una volta che poi non ci sarà più. col c’eravamo ancora e non ci saremo oltre. c’eravamo, con tutti i salotti vagabondati al sole e i progetti scritti sulla crosta dell’acqua. c’eravamo, a lavarci i denti e lasciarci le gengive, ad attorcigliarci le lingue dentro discorsi senza parole. c’eravamo, come quelle epoche mai vissute, come le storie davanti al caminetto, come i viaggi nel tempo delle mie storie, come i personaggi che mi popolano le mani. c’eravamo, sotto coperte e dentro ricami, fuori da mura e sotto tempeste. c’eravamo, con le corse sotto la pioggia primaverile e senza tutto l’asfalto che poi abbiamo inghiottito per non esserci più. c’eravamo, tra quel dentro e quel fuori che non hanno porte, e poi c’eravamo sbattuti le porte in faccia dopo essercele immaginate così forte da costruirle a suon di silenzio. c’eravamo, come la sabbia della clessidra che non torna più su, come il corso di un fiume che non trova più il monte, come tutti quegli eventi sfuggiti di mano in mano, fino a non riconoscerne più la provenienza. c’eravamo tanto. c’eravamo poco. c’eravamo così fortissimamente. e poi, c’eravamo dimenticati.

e così, non c’eravamo più.