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L’unica tattica dell’ISIS

Il nuovo attentato a Londra è l’ennesimo favore a Theresa May e a coloro che preferiscono un’Europa non cooperante.
 
Mi sembra incredibile che non vi sia ancora chiaro che l’ISIS, a corto di finanziamenti e risorse, sta puntando a obiettivi che destabilizzino la cooperazione europea, vero motore del benessere in cui abbiamo versato negli ultimi 40 anni. Tre attentati a Londra dopo l’annuncio delle elezioni anticipate in Inghilterra, per rafforzare la percezione dell’insicurezza e rinsaldare il consenso nei confronti di chi urla alla pancia delle persone: “Io chiuderò le frontiere, ci isoleremo nell’autarchia, non abbiamo bisogno di nessuno!”
 
L’ISIS attacca la relazione tra nazioni nel modo più subdolo (ed efficace, a guardare i risultati), sapendo che l’unica possibilità di sconfiggere il fondamentalismo nel mondo è attraverso una solida cooperazione tra stati. L’ISIS vuole che sia Theresa May a governare (e ci aveva provato anche in Francia prima delle elezioni) perché l’isolazionismo è l’unica politica internazionale che favorirebbe la crescita del fenomeno, oltre che danneggiare la reciproca fiducia che si è andata faticosamente creandosi negli ultimi decenni.
 
L’ISIS ha compreso che l’unica cosa che può disturbare l’elefante europeo è un parassita minuscolo che lo spinga ad autodistruggersi, attivando meccanismi apparentemente difensivi che si riveleranno per ciò che sono in realtà: un suicidio.
Invito a riascoltare il mio video di qualche giorno fa, QUI.

Tre mondi nel mondo

Non esiste una sola globalizzazione, esistono tre globalizzazioni.
 
La prima è la globalizzazione politica, quella statunitense, guidata da un disegno di unificazione democratica del mondo. La sua aspirazione è un’universalità umana basata sul diritto: perseguimento della felicità, del profitto e della sopravvivenza (necessariamente in questo ordine) sono i tre cardini che spingono il motore statunitense verso il suo obiettivo. La prima manifestazione di questa globalizzazione è stata quella coloniale (perciò pre-statunitense) e il commonwealth resta tutt’ora il suo traguardo più chiaro. Il grande problema di questa globalizzazione è il disordine ingovernabile lasciato laddove essa abbia fallito: Indocina, Sud America e Medio Oriente. La sua filosofia è quella utilitarista: il maggior benessere per il maggior numero di persone possibile, anche prendendosi la responsabilità degli “effetti collaterali“.
 
La seconda è la globalizzazione commerciale, quella cinese, motivata dalla possibilità di riunire tutti i popoli della terra sotto l’effige del libero scambio. Questo disegno globalista, nato negli ultimi 25 anni, è il più giovane dei tre di cui parlo, ma è anche il più attivo. Il suo percorso, seppur appena iniziato, è veloce e determinato. Il progetto della “nuova via della seta” mira non solo a unificare commercialmente l’intero continente euroasiatico, ma soprattutto a tagliare fuori dalla fetta di mondo più ricca gli Stati Uniti e la loro globalizzazione politica. Il grande problema è l’eliminazione del diritto in favore del profitto e la conseguente disumanizzazione del lavoratore. La sua filosofia è il contrattualismo: possiamo essere acerrimi nemici, ma fintantoché le nostre azioni saranno regolamentate da un contratto sociale, non abbiamo nulla da temere.
 
La terza è la globalizzazione teologica, quella islamista, spinta dalla convinzione secondo la quale l’umanità sia necessariamente volta alla conversione. L’Islam, anche quello più moderato, è una religione che non ha conosciuto un vero processo di secolarizzazione. Perciò, il potere temporale e quello spirituale, agli occhi di un islamico, sono separati solo de facto, ma non de iure. Ciò significa che il modello politico predicato dall’Islam è una globalizzazione teocratica, in cui le parole sacre corrispondano alla costituzione. Questo è il movimento globalista più antico dei tre, ma anche quello meno organizzato e influente. Il terrorismo è una chiara manifestazione della sua impotenza, ma questo non significa che sia la sua sola arma. I paesi arabi stanno crescendo demograficamente in modo velocissimo e gli accoliti dell’Islam rappresentano il culto più popoloso sul pianeta. Il suo enorme problema corrisponde anche alla sua filosofia: un giusnaturalismo ideologico e teologico forte che vede nell’uomo un principio universale da imporre anche a chi non lo riconosce.
 
Questi tre mondi si contendono “il mondo”, laddove nel mezzo c’è un Europa contesa e indecisa. Senza l’Europa non c’è mondo né globalizzazione. Perciò, la direzione presa non dipenderà da americani, cinesi o islamici. Dipenderà solo da noi Europei.

I volti della sconfitta

Seguendo la logica di Hegel, dovremmo ammettere che nell’osservazione del presente è sempre possibile riconoscere i semi del disastro.

Ci sono volti, nel corso della storia, che nel fulgore del successo tengono in sé il progetto del proprio fallimento, che solitamente significa fallimento per tutti e non solo per loro. Esiste una qual certa sensazione, che ha a che fare non con l’empirico ma con l’invisibile, che mostra chiaramente i segni dello sfacelo proprio perché proiettati verso il più miserabile dei successi. Sono quei volti della storia che sorridono e vengono acclamati, ma che negli occhi tengono la consapevolezza mai confessata di star deragliando. Sono quegli occhi che accusando un nemico evitano di trovarlo dentro di sé. Sono quelle parole che, urlate, schivano la consapevolezza dei silenzi. Uno sguardo che abbiamo visto molte volte nel tempo, ma che si ripresenta puntuale per ricordarci la fragilità del nostro benessere e della pace.

Marine Le Pen è uno di quei volti: dietro la sicurezza, le parole, la voce e le idee è innegabile la presenza di una sconfitta, di una resa incondizionata, che sarà la sconfitta e la resa dell’Europa. Temo che la futura vittoria della Le Pen sarà il ripetersi di quel “travaglio del negativo” che, per dirla ancora con Hegel, impregna la storia e ci getta tutti nella più luminosa delle débâcle.

Temo che la domanda da porci ormai non sia più: “Come possiamo evitarlo?”, ma: “Ne saremo all’altezza?

Être de gauche: considerazioni su Tsipras

Sono un uomo di sinistra e non gioisco per il risultato elettorale in Grecia. 
Chiariamo però subito una cosa: Syriza mi piace, Tsipras mi convince, il mio malcontento non dipende assolutamente dall’entità politica che esce vittoriosa dalle elezioni politiche in Grecia. Il mio malcontento non nasce nemmeno dalla retorica di chi in Italia continua a ripetere che “qui non avremo mai un Tsipras” perché siamo pecoroni, perché non ce lo meritiamo o chissà per quale altro motivo.
Sono un uomo di sinistra e non gioisco perché la scelta in Grecia non è una scelta di sinistra.

Partiamo subito quindi da una disamina: che cosa significa “essere di sinistra”? 
Gilles Deleuze, nel suo meraviglioso Abécédaire, diceva che “essere di sinistra (être de gauche) significa essere minoritari”. Questa formula viene ulteriormente specificata dal filosofo francese: “Essere minoritari significa invertire la tendenza che proietta all’orizzonte la nostra individualità e portare invece l’orizzonte nella nostra individualità. Être de gauche significa partire dall’orizzonte, non da se stessi”. Ciò significa moltissime cose, e qui cerco di elencarne alcune: avere a cuore non l’interesse privato ma quello collettivo; “mettersi nei panni” del più debole; scommettere sui rapporti umani, non sui contratti; infine, come diceva un altro grande filosofo, cioè Günther Anders: “Considerare le generazioni future come fossero i miei vicini di casa”.

Essere minoritari perciò vuol dire spogliarci dell’individualità e diventare comunità. 
E come? Con un atto di fiducia nelle relazioni, nel collettivo, in ciò che ci accomuna, non in ciò che ci divide, non nei privilegi, non nei confini. Significa proiettare l’orizzonte dentro la nostra piccola dimensione individuale, significa allargarci, in ogni senso in cui possiamo farlo. Vuol dire metterci in ascolto, metterci al servizio e donarci, non venderci, non sopraffare, non rinchiuderci.

Perciò, io sono un uomo di sinistra (de gauche) scontento del risultato elettorale greco. 
Non per il risultato in sé! Sono scontento per le motivazioni che hanno portato a quel risultato e che, dal mio punto di vista, minano in partenza la possibilità di successo di un uomo genuinamente di sinistra come Tsipras. Spiegherò brevemente questo mio pessimismo e proverò a essere chiaro e conciso. Tutto ciò che ho detto sopra non può nascere come “risposta” a uno stato di cose esistente. Tutto ciò che ho esposto e citato non può né deve essere una “reazione” a una minaccia o a un bisogno. La sinistra è il contrario della reazione: la sinistra è azione e attività, è potenzialità e possibilità, di fare, pensare e dire. E la scelta greca è invece la “reazione” a qualche cosa che è avvenuto, a un ambiente, a una causa scatenante.

Se davvero il valore della sinistra è la libertà, beh, in Grecia non si è scelto liberamente. 
Per scelta libera intendo la possibilità di pensare un’alternativa slegata dall’ambiente circostante, dalle sue aberrazioni, dalle ingiustizie. Per scelta libera intendo la capacità di immaginare un modo completamente nuovo (“minoritario”) di intendere noi stessi, nel mondo e per il mondo. Intendo il cambiamento di un modo di pensare, non di un modo di fare commercio. Intendo una società che non si basi più sul “contrattualismo” (= sfiducia, protezione, confine), ma una società basata sulla relazione e sulla creatività libera, sulla possibilità di esprimere se stessi nel modo più libero e comunitario. Essere di sinistra non significa proteggere privilegi, significa eliminare i privilegi. Non significa ritornare a quando stavamo bene, significa cambiare totalmente la definizione di “stare bene” e cercare un nuovo modo per stare bene. Essere di sinistra significa non avere paura di perdere qualcosa perché so che, procedendo in avanti, perderò sicuramente qualcosa ma il guadagno sarà molto più grande.

La Grecia ha scelto Tsipras per paura. 
Stiamo parlando di una cultura familiarista, ortodossa, tradizionalista e conservatrice che ha sempre cercato questi valori e che oggi, a causa della perdita di alcuni privilegi, ha scelto di cambiare strada. Come il guidatore ubriaco che, per non incappare nuovamente nel vigile, prende un sentiero di montagna: non per amore del sentiero, ma per paura di una multa. E nel sentiero, ovviamente, si perde e si schianta. La Grecia non ha scelto Tsipras per una scelta “de gauche”, ma l’ha scelto per conservare e ritrovare privilegi perduti. L’elettore greco oggi si aspetta di trovarsi 200€ in più nelle tasche, non di veder mutare radicalmente il suo modo di stare in società. È la paura di perdere qualcosa di più che lo spinge a fare una scelta, non il desiderio di trasformare il mondo che lo circonda e, insieme a esso, anche se stesso! La scelta greca è un atto re-attivo, perché è una semplice risposta organica a una minaccia virale chiamata “neoliberismo” (fino alla crisi tranquillamente avallato da una società che ha navigato nella possibilità dell’indebitamento perpetuo, ndr).

La sinistra salverà il mondo solo se il mondo la sceglierà liberamente. 
Solo di fronte alla libera scelta di un mondo completamente e radicalmente diverso potremo salvarci dal baratro che ci attende. La scelta “reattiva” della Grecia porterà immediatamente a un paradosso: se Tsipras farà tutto ciò che ha promesso, il cittadino greco si opporrà perché non saprà accettare la trasformazione radicale della sua società individualista, monetaria e commerciale in una società solidale, sostenibile e umana, nella quale a un vantaggio corrisponderà inevitabilmente la perdita di qualche privilegio (culturale, religioso o burocratico); se invece Tsipras non farà tutto ciò che ha promesso, il cittadino greco lo esautorerà e darà il potere ancora più in fretta ad Alba Dorata (perché “ogni fascismo nasce da una rivoluzione fallita”, e sono convinto che Tsipras abbia in testa qualcosa di simile a una rivoluzione dai piedi d’argilla).

Essere di sinistra significa essere pronti a lasciarsi qualche cosa alle spalle. 
Per esempio: valori religiosi, privilegi economici, egocentrismi, individualismi. Guardiamoci noi, in Italia, saremmo pronti a fare questo? No, perché viviamo anche noi in una società familiarista e tradizionalista, e ciò che ci ha spinto a votare Renzi (“sinistra”?) sono stati gli 80€ in più nelle tasche. Nient’altro. E fino a che non sapremo compiere una libera scelta da popoli autodeterminati, allora cadremo nei micro e macro-fascismi di questo secolo, sempre pronti a sciacallare la carcassa di un progetto di sinistra fallito.
E la Grecia, purtroppo, si appresta a cadere in un macro-fascismo.
Ma non per colpa della Troika, virus maledetto del nostro tempo. Per colpa della propria refrattarietà a cambiare radicalmente la propria identità.

In conclusione. 
Così come la civiltà “è la capacità di rompere il circolo vizioso della vendetta”, sono convinto che la sinistra sia “la capacità di rompere il circolo vizioso del meccanismo azione-reazione”, di creare nuovi paradigmi sociali che non siano una “reazione” a ciò che esiste, ma che siano la libera scelta e la libera immaginazione di una comunità fatta di cervelli. Essere di sinistra significa avere l’ambizione di cambiare il mondo e noi stessi insieme al mondo, significa voler “divenire” qualcosa di completamente diverso, scegliendo liberamente e non per la paura di perdere qualcosa. Essere di sinistra porta con sé un ottimismo sfrenato, quasi utopico, ma che dobbiamo fare nostro nuovamente.
Senza questo, che sia la Grecia, l’Italia, la Germania o il pianeta Terra, non potremo mai uscire dall’impasse di civiltà che la nostra specie sta affrontando.

Spero che Tsipras e la Grecia sappiano smentirmi clamorosamente. 

PS: e smettetela di usare Tsipras come una marionetta dei finiti valori di sinistra, già il fatto di averlo iconizzato significa non aver capito alcunché di cosa significa “sinistra”.