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I volti della sconfitta

Seguendo la logica di Hegel, dovremmo ammettere che nell’osservazione del presente è sempre possibile riconoscere i semi del disastro.

Ci sono volti, nel corso della storia, che nel fulgore del successo tengono in sé il progetto del proprio fallimento, che solitamente significa fallimento per tutti e non solo per loro. Esiste una qual certa sensazione, che ha a che fare non con l’empirico ma con l’invisibile, che mostra chiaramente i segni dello sfacelo proprio perché proiettati verso il più miserabile dei successi. Sono quei volti della storia che sorridono e vengono acclamati, ma che negli occhi tengono la consapevolezza mai confessata di star deragliando. Sono quegli occhi che accusando un nemico evitano di trovarlo dentro di sé. Sono quelle parole che, urlate, schivano la consapevolezza dei silenzi. Uno sguardo che abbiamo visto molte volte nel tempo, ma che si ripresenta puntuale per ricordarci la fragilità del nostro benessere e della pace.

Marine Le Pen è uno di quei volti: dietro la sicurezza, le parole, la voce e le idee è innegabile la presenza di una sconfitta, di una resa incondizionata, che sarà la sconfitta e la resa dell’Europa. Temo che la futura vittoria della Le Pen sarà il ripetersi di quel “travaglio del negativo” che, per dirla ancora con Hegel, impregna la storia e ci getta tutti nella più luminosa delle débâcle.

Temo che la domanda da porci ormai non sia più: “Come possiamo evitarlo?”, ma: “Ne saremo all’altezza?

Être de gauche: considerazioni su Tsipras

Sono un uomo di sinistra e non gioisco per il risultato elettorale in Grecia. 
Chiariamo però subito una cosa: Syriza mi piace, Tsipras mi convince, il mio malcontento non dipende assolutamente dall’entità politica che esce vittoriosa dalle elezioni politiche in Grecia. Il mio malcontento non nasce nemmeno dalla retorica di chi in Italia continua a ripetere che “qui non avremo mai un Tsipras” perché siamo pecoroni, perché non ce lo meritiamo o chissà per quale altro motivo.
Sono un uomo di sinistra e non gioisco perché la scelta in Grecia non è una scelta di sinistra.

Partiamo subito quindi da una disamina: che cosa significa “essere di sinistra”? 
Gilles Deleuze, nel suo meraviglioso Abécédaire, diceva che “essere di sinistra (être de gauche) significa essere minoritari”. Questa formula viene ulteriormente specificata dal filosofo francese: “Essere minoritari significa invertire la tendenza che proietta all’orizzonte la nostra individualità e portare invece l’orizzonte nella nostra individualità. Être de gauche significa partire dall’orizzonte, non da se stessi”. Ciò significa moltissime cose, e qui cerco di elencarne alcune: avere a cuore non l’interesse privato ma quello collettivo; “mettersi nei panni” del più debole; scommettere sui rapporti umani, non sui contratti; infine, come diceva un altro grande filosofo, cioè Günther Anders: “Considerare le generazioni future come fossero i miei vicini di casa”.

Essere minoritari perciò vuol dire spogliarci dell’individualità e diventare comunità. 
E come? Con un atto di fiducia nelle relazioni, nel collettivo, in ciò che ci accomuna, non in ciò che ci divide, non nei privilegi, non nei confini. Significa proiettare l’orizzonte dentro la nostra piccola dimensione individuale, significa allargarci, in ogni senso in cui possiamo farlo. Vuol dire metterci in ascolto, metterci al servizio e donarci, non venderci, non sopraffare, non rinchiuderci.

Perciò, io sono un uomo di sinistra (de gauche) scontento del risultato elettorale greco. 
Non per il risultato in sé! Sono scontento per le motivazioni che hanno portato a quel risultato e che, dal mio punto di vista, minano in partenza la possibilità di successo di un uomo genuinamente di sinistra come Tsipras. Spiegherò brevemente questo mio pessimismo e proverò a essere chiaro e conciso. Tutto ciò che ho detto sopra non può nascere come “risposta” a uno stato di cose esistente. Tutto ciò che ho esposto e citato non può né deve essere una “reazione” a una minaccia o a un bisogno. La sinistra è il contrario della reazione: la sinistra è azione e attività, è potenzialità e possibilità, di fare, pensare e dire. E la scelta greca è invece la “reazione” a qualche cosa che è avvenuto, a un ambiente, a una causa scatenante.

Se davvero il valore della sinistra è la libertà, beh, in Grecia non si è scelto liberamente. 
Per scelta libera intendo la possibilità di pensare un’alternativa slegata dall’ambiente circostante, dalle sue aberrazioni, dalle ingiustizie. Per scelta libera intendo la capacità di immaginare un modo completamente nuovo (“minoritario”) di intendere noi stessi, nel mondo e per il mondo. Intendo il cambiamento di un modo di pensare, non di un modo di fare commercio. Intendo una società che non si basi più sul “contrattualismo” (= sfiducia, protezione, confine), ma una società basata sulla relazione e sulla creatività libera, sulla possibilità di esprimere se stessi nel modo più libero e comunitario. Essere di sinistra non significa proteggere privilegi, significa eliminare i privilegi. Non significa ritornare a quando stavamo bene, significa cambiare totalmente la definizione di “stare bene” e cercare un nuovo modo per stare bene. Essere di sinistra significa non avere paura di perdere qualcosa perché so che, procedendo in avanti, perderò sicuramente qualcosa ma il guadagno sarà molto più grande.

La Grecia ha scelto Tsipras per paura. 
Stiamo parlando di una cultura familiarista, ortodossa, tradizionalista e conservatrice che ha sempre cercato questi valori e che oggi, a causa della perdita di alcuni privilegi, ha scelto di cambiare strada. Come il guidatore ubriaco che, per non incappare nuovamente nel vigile, prende un sentiero di montagna: non per amore del sentiero, ma per paura di una multa. E nel sentiero, ovviamente, si perde e si schianta. La Grecia non ha scelto Tsipras per una scelta “de gauche”, ma l’ha scelto per conservare e ritrovare privilegi perduti. L’elettore greco oggi si aspetta di trovarsi 200€ in più nelle tasche, non di veder mutare radicalmente il suo modo di stare in società. È la paura di perdere qualcosa di più che lo spinge a fare una scelta, non il desiderio di trasformare il mondo che lo circonda e, insieme a esso, anche se stesso! La scelta greca è un atto re-attivo, perché è una semplice risposta organica a una minaccia virale chiamata “neoliberismo” (fino alla crisi tranquillamente avallato da una società che ha navigato nella possibilità dell’indebitamento perpetuo, ndr).

La sinistra salverà il mondo solo se il mondo la sceglierà liberamente. 
Solo di fronte alla libera scelta di un mondo completamente e radicalmente diverso potremo salvarci dal baratro che ci attende. La scelta “reattiva” della Grecia porterà immediatamente a un paradosso: se Tsipras farà tutto ciò che ha promesso, il cittadino greco si opporrà perché non saprà accettare la trasformazione radicale della sua società individualista, monetaria e commerciale in una società solidale, sostenibile e umana, nella quale a un vantaggio corrisponderà inevitabilmente la perdita di qualche privilegio (culturale, religioso o burocratico); se invece Tsipras non farà tutto ciò che ha promesso, il cittadino greco lo esautorerà e darà il potere ancora più in fretta ad Alba Dorata (perché “ogni fascismo nasce da una rivoluzione fallita”, e sono convinto che Tsipras abbia in testa qualcosa di simile a una rivoluzione dai piedi d’argilla).

Essere di sinistra significa essere pronti a lasciarsi qualche cosa alle spalle. 
Per esempio: valori religiosi, privilegi economici, egocentrismi, individualismi. Guardiamoci noi, in Italia, saremmo pronti a fare questo? No, perché viviamo anche noi in una società familiarista e tradizionalista, e ciò che ci ha spinto a votare Renzi (“sinistra”?) sono stati gli 80€ in più nelle tasche. Nient’altro. E fino a che non sapremo compiere una libera scelta da popoli autodeterminati, allora cadremo nei micro e macro-fascismi di questo secolo, sempre pronti a sciacallare la carcassa di un progetto di sinistra fallito.
E la Grecia, purtroppo, si appresta a cadere in un macro-fascismo.
Ma non per colpa della Troika, virus maledetto del nostro tempo. Per colpa della propria refrattarietà a cambiare radicalmente la propria identità.

In conclusione. 
Così come la civiltà “è la capacità di rompere il circolo vizioso della vendetta”, sono convinto che la sinistra sia “la capacità di rompere il circolo vizioso del meccanismo azione-reazione”, di creare nuovi paradigmi sociali che non siano una “reazione” a ciò che esiste, ma che siano la libera scelta e la libera immaginazione di una comunità fatta di cervelli. Essere di sinistra significa avere l’ambizione di cambiare il mondo e noi stessi insieme al mondo, significa voler “divenire” qualcosa di completamente diverso, scegliendo liberamente e non per la paura di perdere qualcosa. Essere di sinistra porta con sé un ottimismo sfrenato, quasi utopico, ma che dobbiamo fare nostro nuovamente.
Senza questo, che sia la Grecia, l’Italia, la Germania o il pianeta Terra, non potremo mai uscire dall’impasse di civiltà che la nostra specie sta affrontando.

Spero che Tsipras e la Grecia sappiano smentirmi clamorosamente. 

PS: e smettetela di usare Tsipras come una marionetta dei finiti valori di sinistra, già il fatto di averlo iconizzato significa non aver capito alcunché di cosa significa “sinistra”.

Civiltà, satira, creatività: #CharlieHebdo

Mi sono preso un po’ di tempo, più di dieci giorni, per poter elaborare l’accaduto, digerirlo, metabolizzarlo e comprenderlo, per quanto possa essere comprensibile un simile evento.
Sto parlando ovviamente di ciò che è accaduto a Charlie Hebdo, e non perderò tempo a riassumere i fatti dal momento che mi aspetto di avere lettori informati e attenti, sempre in ascolto. Faccio inoltre uno strappo alla regola e parlo di un fatto di attualità in quello che vorrebbe e dovrebbe essere un blog di sola narrativa, ma quando si toccano corde così profonde, il dovere di mettere a disposizione una riflessione ponderata è pari a quello di non lasciarsi prendere dalle facili emozioni.

Le facili emozioni, prima di tutto. 
Abbiamo visto l’opinione pubblica dare il peggio di sé di fronte a una complessità profonda e a una stratificazione di accadimenti degna del miglior Machiavelli. Un’opinione pubblica che, come sempre ma forse ancora più del solito, ha sciacallato gli avvenimenti solo per “dire la propria”, su Twitter, in TV, dentro blog, siti, non-luoghi che cercavano soltanto due visualizzazioni in più utilizzando la tag #JeSuisCharlie e in realtà non dicevano niente più del nulla sconfortante.
Le facili emozioni degli slogan, quelle frasi pubblicitarie che appiattiscono eventi complessi e li comprimono dentro tre parole prive di profondità e significato, solo per mostrare un’appartenenza a un gruppo che non si sa bene cosa voglia fare e in nome di non si sa bene quali idee. E quindi le bandiere, le pubblicità, le lacrime di coccodrillo, i proclama ipocriti di politici, personaggi e gente comune che non sa di cosa sta parlando. La facilità dell’ignoranza.

Il mio amico Daniele Barbieri parla di valori dell’Illuminismo
Ma quali sono i valori dell’Illuminismo di cui ci facciamo portavoce? Se davvero (e io ho dei forti dubbi che cercherò di esprimere) le vignette di Charlie Hebdo erano portavoce di quella Ragione Universale, dov’è finita quella stessa ragione quando la gente scriveva ovunque: “al patibolo!”, “a morte i cani maledetti!”, “al rogo! al rogo!” Ammesso che quella di CH fosse una satira illuminista, come abbiamo potuto lasciare che la visceralità delle emozioni, la tristezza degli slogan politichesi, la fretta dell’opinione personale prendessero il sopravvento su una ponderata riflessione intorno alle cause e alle relazioni? Cosa ci ha insegnato l’Illuminismo vero, quello del raziocinio, se alla prima occasione sputiamo bile, veleno e vomitiamo la peggiore parte della nostra irrazionalità animale? Siamo davvero così distanti da quei terroristi che vomitano piombo sulle persone? Io dico di no, non lo siamo, soprattutto quando vomitiamo irrazionalità sugli eventi tragici (e quanti esempi negli ultimi 15 anni!).

La tragedia riflette due insicurezze allo specchio. 
Da un lato, l’insicurezza della fede fasulla: se una vignetta satirica riesce a offendere la tua incrollabile fede al punto da farti diventare braccio della morte, allora probabilmente non è fede, è il tentativo di colmare un profondo buco nel tuo animo. E anche questo ce lo insegna l’Illuminismo.
Dall’altro lato, l’incertezza dei nostri valori: se alla tragedia devi rispondere con la pancia, con la vendetta, con la violenza verbale e giuridica, senza fermarti un secondo a riflettere e usare il cervello, allora significa che i valori veri del cristianesimo politico (razionalità e analisi) non fanno parte del tuo bagaglio intellettuale, della civiltà di cui ti fai portavoce e impostore.
Come ha giustamente fatto notare il filosofo Zizek nel suo intervento, solo la psicologia delle masse può farci analizzare e comprendere la complessità in atto: la tragedia di Charlie Hebdo apre uno specchio, e il compito di ogni individuo razionale è cercare di mettersi nei panni di entrambi i riflessi, proprio come Alice. Solo in questo modo si può trovare il modo di spezzare la catena della vendetta che ormai ha radici antiche, ma non per questo meno fragili. La facilità dell’emozione ci rende colpevoli, non illuministi, ci avvicina all’animalità da cui la Ragione, quella vera, ha il compito di allontanarci.

Rileggiamo Nietzsche. 
In questo modo potremo comprendere quali sono le vere forze che forgiano i nostri valori. Quando oggigiorno si parla di “civiltà”, un valore importante, qual è la forza che la definisce: è una forza creativa (razionale, costruttiva, progressista) oppure è una forza reattiva (reazionaria, terrorizzata, distruttiva)? Si tratta della civiltà che si sviluppa liberamente, oppure della civiltà che nasce in reazione alla violenza? Allo stesso modo, quando si parla di “popolo”, di “coscienza”, di “anima”, stiamo determinando questi valori con una forza positiva, attiva, creativa, oppure attraverso una forza brutale, animalesca, reattiva (cioè, in “re-azione” a qualche cosa, circolo della vendetta primario).
I nostri valori sono causa di un progresso o conseguenza di una brutalità?
Quando Nietzsche ci parlava dei valori, non li negava (come spesso le interpretazioni superficiali vorrebbero insegnarci), diceva piuttosto di comprendere sempre quali sono le forze che definiscono, in un dato momento storico, quei valori. Ragione, coscienza e intelletto sono concetti che hanno cambiato, nel corso del tempo, le proprie caratteristiche, sulla base delle forze che in essi si scontravano. Non si tratta di dialettica spicciola, questo è il fondamento di un razionalismo culturale che dobbiamo ritrovare e col quale dobbiamo rispondere attivamente alle sfide immani che la nostra epoca ci mette di fronte.
La Ragione è l’unica cosa che ci tiene distanti dalla catastrofe.

Io non credo che quella di Charlie Hebdo fosse satira. 
Anche “satira” è un concetto il cui significato dipende dalle forze che in esso lottano. La satira potrebbe essere definita come lo scherzo che i deboli giocano ai potenti. E la redazione di Charlie Hebdo viveva di cariche istituzionali (soprattutto del governo Sarkozy, ndr) e consenso di una parte della popolazione, non era una critica al potere, era una ricerca di consenso da parte di un certo tipo di pubblico, per me tutt’altro che illuminista (ricordiamo che l’illuminismo predicava la laicità e condannava la blasfemia, perché la blasfemia, oltre a essere indiretta affermazione di dio, chiama in causa istinti bassi e volgari). Ma non è questa la questione, e la questione non è nemmeno la libertà di espressione (che cos’è libertà, che cos’è espressione, siamo sicuri che in questo concetti, per come li intendiamo oggi, non si annidino ancora forze re-attive e distruttive?), grande spauracchio fuorviante della tragedia.

La questione qui è più importante e riguarda noi: cadremo nella trappola? 
La trappola è quella romantica della difesa di valori designati in maniera re-attiva: una libertà “in risposta” a una barbarie, un’espressione “in reazione” alla censura, una civiltà “contro” lo straniero. E lì, la trappola è profonda come la tana del Bianconiglio e ci getta nell’anti-libertà, nell’inespressività, nell’inciviltà, con il nostro tacito e irrazionale consenso. La questione è: vogliamo che i nostri valori siano creativi, attivi e vitali, oppure accettiamo (di nuovo) che i nostri valori siano una reazione a qualcosa di terribile, rendendo terribili anch’essi?

Agghiacciante è stato sentire che “finalmente l’Europa è tornata a vivere“, ma solo in risposta a un massacro! Ci siamo davvero ridotti a diventare un popolo soltanto in reazione al sangue che scorre? Siamo davvero così stolti da cadere per l’ennesima volta nella spirale dell’irrazionalità? Siamo davvero così deboli (deboli quanto la fede dei terroristi che difendono un dio uccidendo alcuni uomini) da farci trascinare ancora nel vortice dell’animalità, lasciando che l’Illuminismo venga sconfitto non da colpi di AK-47, ma dalla nostra profonda incertezza su chi siamo e sul dove stiamo andando? Daremo voce ancora ai profeti della reazione? Alle Oriana Fallaci, ai Matteo Salvini, ai guerrafondai, a chi dal conflitto trae un profitto, ai sacerdoti della civiltà che tradisce se stessa e che si ammantano di un falso cristianesimo? Io mi sento cristiano per formazione sociale, e lo dico da agnostico razionalista. Ma la radice illuminista e razionale, quel messaggio che fa coincidere la civiltà con la rottura del vizioso circolo della vendetta, quello è il vero punto focale della nostra cultura. E Charlie Hebdo, per le forze reattive che io individuavo nella sua satira, non era illuminista.

Ma noi, signore e signori, fratelli e sorelle, persone pensanti che fanno parte di questo mondo travagliato, siamo illuministi oppure animali? Desideriamo ragionare, pensare e smettere di ascoltare le viscere che ci rendono bestiali, oppure vogliamo ancora una volta distruggere (illudendoci di costruirla) la nostra civiltà in RE-AZIONE a qualche tragedia?

Credo che sia questo il punto focale su cui dovremmo riflettere.
Con calma.
Col cervello.

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