La paura del fantasma

Schermata 2015-04-04 alle 21.00.27Farsi sorprendere a braghe calate non è l’idea del secolo.

Ma peggio di questo c’è il farsi sorprendere a braghe calate dal fantasma di tua moglie mentre Rita te lo sta lavorando alacremente. Questa è decisamente la peggior idea del secolo.

Guardate Carlo Vinti che inciampa e cade faccia sull’erba, mangia terra e il pisello ancora eretto gli si conficca nel fango umido di pioggia mattutina. Rita se la squaglia andando a zig zag, la bocca ancora impastata e affaticata, il cimitero tutt’intorno ulula e protesta per il mancato rispetto del riposo eterno. Ma come fai a chiamarlo riposo eterno se questi stronzi si svegliano e cercano di pigliarti per il colletto?

Carlo Vinti si rialza, ancora non è riuscito a tirare su i pantaloni, ad allacciarsi la cintura, quella maledetta trippa di birra e patatine avrebbe dovuto smaltirla come si era ripromesso, ma dopo che Maddalena era morta, dopo che il finto lutto lo aveva abbandonato, dopo che il lavoro aveva ricominciato a funzionare, aveva incontrato Rita e l’unico hobby era guardare la sua bella testolina andare su e giù mentre lui ingollava alcol e schifezze.

Quale uomo rifiuterebbe un paradiso come quello? Così cerca di giustificare l’ingiustificabile il povero Carlo Vinti, mentre incespica su una radice e cade rovinosamente su una lapide lì accanto. “Marta Costina, 1965 – 2010, tanto amata quanto rimpianta”, così recita l’epitaffio, Carlo pensa di essersi rotto la spalla contro quella grandissima puttana di roccia, no, non tu Marta, tu non sei una puttana, almeno credo.

“Come hai potuto, brutto bastardo?”

La voce di Maddalena giunge forte e chiara alle orecchie del povero diavolo. Eh no, che cazzo stai dicendo? Tu sei morta, morta ti ho detto! Che mondo è quello in cui una morta non se ne sta sottoterra? Me lo dite? Che cazzo di mondo è quello in cui uno non se lo può far succhiare in santa pace perché una defunta viene a rompere le palle? Eh? Me lo dite?

A qualche decina di metri di distanza la voce di Rita continua a cacciare urla isteriche, frasi disconnesse in cerca di una via d’uscita, ma il cimitero sembra essersi risvegliato, l’apocalisse è qui, tutti alzano il culo schiattato dalla tomba e cominciano a sgranchire l’ectoplasma.

“Sei un brutto fetente, ecco cosa sei!” sussurra il fantasma di Maddalena, mentre Carlo tenta di rialzarsi in piedi senza successo. Ricade pesantemente, il braccio è rotto per davvero, che cosa mi accadrà adesso? Devo passare al contrattacco!

“Tu non sei vera! Io sto sognando, ecco!”

“Non stai sognando, pensavo di sognare io quando ti ho visto portare quella troietta proprio sulla mia tomba! Sei impazzito?”

“Io… io sono vivo e i vivi fanno quello che gli pare, hai… hai capito?”

Rita viene sollevata da terra da forze misteriose, urla come un ossesso ma non c’è anima viva nell’arco di centinaia di metri, il comune ormai non ha più soldi per pagare un guardiano ed è proprio per quello che Carlo, sbronzo di birra e wishky, aveva detto a Rita: “Andiamo a scopare sulla tomba di mia moglie, sarà divertente!”

Divertente? Che idea del cazzo. Devo piantarla con la birra, dannazione, “anche perché la birra mi fa venire le allucinazioni, tipo te! Tu non esisti! Tu sei morta!”

Rita viene scagliata da una parte all’altra del cimitero, alcuni spiriti la stanno usando come un pallone da gioco: viene lanciata da un lato all’altro di quel luogo sinistro, lei ormai è svenuta dallo spavento, i fantasmi si divertono come pazzi a trattarla come una marionetta priva di vita. Guardate Rita che rotea nell’aria e viene abbrancata da forze invisibili, fino a pochi minuti fa stava perpetrando il pompino migliore della sua carriera e ora vola, Rita vola nella notte piena di spettri.

“A me stava pure bene vederti scopare quella sciacquetta in casa nostra, anche se forse hai superato troppo in fretta il lutto, ma portarla qui… QUI, mascalzone maledetto!” e lo spirito di Maddalena si scaglia verso Carlo Vinti attraversandolo da parte a parte, lui sente un freddo glaciale che gli rovescia gli intestini, gli stringe il cuore e i polmoni, gli riduce sensibilmente la capacità digestiva e respiratoria. Un conato di vomito sale ma viene fermato dall’esofago che si stringe, le corde vocali vibrano terribilmente, il pisello sembra ritirarsi fin dentro le budella tant’è lo spavento e il freddo che lo pervade.

“Che… che… che cosa… cosa hai fatto?”

“Assolutamente niente, io non faccio niente, io sono morta, non ti ricordi?” risponde lo spettro di Maddalena, mentre dietro di lei Rita volteggia incosciente nel cielo sopra il cimitero vuoto. Ci sono le stelle, c’è il silenzio, ci sono i fantasmi e poi c’è Carlo che si piscia addosso, almeno un po’ di calore tra quelle cosce raggrinzite dal gelo e dalla sconfitta.

Che idea del cazzo, portare la propria amante sulla tomba della moglie. Che idea del cazzo risorgere da fantasmi per far rimpiangere a tuo marito il fatto di avere delle gonadi. Carlo e Maddalena sono attraversati da medesimi pensieri, ma non lo sanno. Entrambi hanno paura, guardate la paura del vivo, fatta di sudore, tremiti e fiato corto, e guardate la paura del fantasma, fatta di niente, di pensiero, di trasparenza. Due paure così diverse, eppure così simili.

I fantasmi alle spalle (se quelle sono spalle) di Maddalena sbagliano mira e Rita cade rovinosamente sulle tombe, dalla ragguardevole altezza di quindici metri. Il suono di ossa spezzate e cranio fracassato non promette nulla di buono, gli schizzi di sangue che fanno capolino sul luogo di caduta promettono di peggio.

“Ragazzi, ma siete stupidi? L’avevamo detto: niente violenza!”

“Scusa, Maddalena…” rispondono alcune voci che però non sono voci, sono spettri. Ma tanto, cosa volete capirne voi?

La sirena della polizia giunge all’orecchio di Carlo, forse qualche incauto viandante ha sentito le urla di Rita e li ha chiamati, lui guarda d’istinto Maddalena: “Amore mio, lo sai quanto sei import…”

“Stai zitto, non credere che io ora ti aiuti a fuggire. Questo è quello che ti meriti. Addio, imbecille!” e scompare, insieme a tutti gli altri spettri.

Carlo Vinti fu condannato a quindici anni di carcere per l’omicidio di Rita Crocesi, con l’aggravante di crudeltà e violenza inaudita. Il cadavere era praticamente squartato e spezzato in più punti e fu ritrovato in un cimitero insieme al suo assassino, cosa che aveva fatto pensare a un rito satanico a sfondo sessuale (sperma dell’assassino era stato trovato nella bocca della vittima, forse inizialmente consenziente).

L’avvocato di Carlo Vinti si dimise dopo che il suo assistito aveva ripetuto alla corte che si trattava di una storia di fantasmi, era la vendetta di sua moglie, Maddalena Gelmo in Vinti, “1971 – 2014, nel ricordo del tuo amato Carlo, eternamente abbracciato a te”, così diceva il suo epitaffio.

Nella sua tomba, il dubbio di aver esagerato colse più volte lo spettro di Maddalena. Ma si sa, a nessun vivo importa nulla dei rimorsi di un fantasma.

 (racconto inizialmente pubblicato qui)

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il bosco

Schermata 2015-03-20 alle 12.30.58il bosco è la lacerazione per eccellenza. è una ferita, uno squarcio nell’universo, un ambiente in cui il mondo dei morti si incontra al mondo dei vivi. nel quale il mondo dei morti ritaglia una fetta di appartenenza a questo universo. nel quale il mondo dei vivi si disperde per un istante, toccando con mano, lingua, occhi, la linfa fatale dell’universo di là. il bosco è l’esperienza della morte, l’uomo vi si disperde e vi perisce per rinascere in un corpo nuovo. il bosco pullula di fantasmi e spettri, demoni e dei, non perché uno scrittore di talento ne abbia narrato le ombre, ma perché il bosco è il regno del mistero. nel bosco si celano i segreti nei quali l’esistenza si stravolge, di epoca in epoca, e in esso l’immagine del cosmo viene rovesciata, quando i moti tellurici tra l’universo di qua e quello di là sono tali da sconquassare il tessuto stesso dello spaziotempo. il bosco conserva la storia universale della futilità e la usa contro di noi. abbiate pietà della mia ragione, urla nel silenzio l’uomo persosi nel bosco. abbiate pietà del mio punto di vista intorno alla vita e alla morte, ma gli spettri non hanno pietà, abitano il bosco per cibarsi delle vittime che s’inoltrano in questa faglia dell’inesistenza. il bosco è la vagina dentro cui il mondo si rigenera diverso, dentro cui vengono nascoste le inconfessabili menzogne dei vivi e le straordinarie verità dei morti. tutto ciò che nasce nel bosco deve poi ritornare nel bosco, dicono gli spettri che aleggiano ridicoli, ma il vivo non sa interpretare quella risata perché non conosce il destino che l’attende, non più di quanto l’albero del bosco conosca le ramificazioni infinite che compenetrano il tessuto della Terra, della realtà, dell’irrealtà. attraverso la ferita del mondo, attraverso gli occhi del bosco, si insinuano gli orrori e le nefandezze dell’universo che sta di là, e il bosco attende l’uomo per ucciderlo e rigenerarlo, facendone qualcosa di diverso: un ribelle, un partigiano, uno spettro. il bosco, parlando dal segreto della sua ambiguità cosmica, conosce il nome di ognuno di noi ed è pronto a chiamarci, per inghiottirci e vomitarci, nuovi e senza nome. e chi dimentica la sua magia ne è la vittima designata.

La misura della paura

fear-of-the-dark-2come si misura la paura di un uomo?
si misura con i pollici di buio che lo separano dalla porta invisibile, il fiato che s’addensa, le poche speranze che svaniscono come le urla di qualcuno che precipita nel vuoto. si misura in tremiti quadrati, brividi cubici, al tocco di un polpastrello sulla schiena fredda del torturato, la lama che accarezza l’epidermide, le setole di un ciglio che perdono l’ennesima goccia di sudore. la paura di un uomo si misura senza metro né bilancia, non ha peso né lunghezza, non conosce unità perché manda in frantumi, né convenzione perché è arma non convenzionale. come si misura la paura di un uomo che si accorge di trovarsi in un sentiero senza fine? un sentiero di cui non ricorda l’inizio né vede il termine? come si misurano l’ignoto, il timore, l’incertezza finale del suo passo prima del baratro? si misura in dilatazione d’occhi, in accelerazione di battiti, in accorciamento del respiro? si misura in sangue che scorre più veloce oppure in condensa del sebo sulla pelle? la paura si misura in paranoico voltarsi indietro, in conseguente brancolare nella notte, come in un bosco privo di sentieri, come in città priva di anime. la paura attende e non si fa vedere, parla una matematica strana, ridicolizza i centimetri e le tonnellate, rende leggera la gravità aggravando ciò che non ha corpo. la paura sovverte la fisica e si misura in paradosso, ma non si può quantificare con la velocità di fuga della preda dall’aguzzino, ma nemmeno dai millimetri d’affondo del coltello tra le scapole. non si misura in volt dopo la scarica elettrica dentro i testicoli, né con i decibel crollati a zero prima del morso alla gola. la paura non ha misura, non conosce sensi, non ha forma né quantità. la paura di un uomo si misura solo se l’uomo non ne diviene il metro. perché la paura è un essere a sé.

La trincea

trinceaApri gli occhi.
Bruciano. Sei sordo. L’elmetto ti schiaccia i pensieri come una fornace, mentre tutt’intorno piovono terra, sassi e ombre. Percorri a ritroso con la mente le tappe di questa devastazione, come quando la scorsa Pasqua seguivi le fermate della via Crucis, sulla collina che sta alle spalle del tuo paesino. Ma qui non c’è molto da ricostruire, forse perché è già stato distrutto tutto.
Gli occhi si infiammano. Le orecchie sono completamente tappate dopo il boato. La luce ha squarciato il piombo che ammanta il cielo, nello stesso modo in cui un coltello taglia la torta di compleanno. Chissà se mai potrai festeggiarne un altro.
Pensieri stupidi. Torna in te.
I cunicoli scavati a fondo nella terra ti si snodano attorno come un intestino. Tu sei un bolo in fase di digestione, scivoli avanti e indietro attraverso il duodeno, il crasso, ti divincoli dalle prese della polvere che cerca di scioglierti, tossisci e imprechi, ma non contro dio, mamma ti ha insegnato bene. Le mani toccano le pareti della trincea, sono bollenti, arroventate da un caos che forse ti scotta anche sotto la pelle. Stai urlando qualche cosa, ma non vedi nulla, non senti nulla, non riconosci nemmeno le tue parole.
L’esplosione è stata devastante, probabilmente un colpo di mortaio piovuto da chissà quale inferno, deflagrato a pochi metri di distanza, quando sopravvivere si è fatto impossibile.
Ripensa, ricostruisci, non dimenticare.
Chi era lì con te? Puoi fare qualche cosa per tirarli fuori da questo disastro?
Puoi fare qualcosa per tirarti fuori da questo disastro?
Signore delle cime, fammi sopravvivere.
Apri la bocca.
La gola ti va a fuoco. Respiri melma rarefatta e veleni caustici. Tutt’intorno il nero pervade la trincea. I cinque sensi sono in sciopero, il tuo contatto con il mondo è diventato un’idea di sopravvivenza, ma non sai a cosa, né perché. Sopravvivere alla propria cecità, alla sordità, alla mancanza di contatto con ciò che sta attorno. Forse solo questo panico è la prova che sei ancora lì, che questo incedere attraverso il labirinto difensivo non è una pura illusione.
Non v’è altra sensazione che ti esploda nel petto.
Panico.
La bomba sembra aver ricoperto tutta la zona con un nero gas di scarico. È caduta, e ha estratto dalla terra tutte le ombre in essa racchiuse. Le ha aspirate e accartocciate in aria. Poi le ha scagliate come una palla di neve durante l’inverno. Ma questa era l’esatto contrario della neve: nera, puzzolente, acida, rovente.
Piena di morte, non di risate.
Piena di niente.
La bomba ha sconquassato il tuo corpo, rendendoti invisibile alla tua stessa presenza. La mente non riesce a fermarsi, anche se dovrebbe. La cosa migliore sarebbe accovacciarsi, chiudersi dentro quella vacuità, respirare a fondo per lasciar scorrere lo spavento e l’orrore, espellerli dalla mente come un escremento. Eppure, la mente non riesce a fermarsi, come colpita da un sovraccarico di realtà. La mente lavora, gira e si affanna nel raccogliere tutti i cocci sparpagliati dentro il cervello, nelle mani, nello stomaco. Ma che cazzo, pensi, è stata solo una stupida esplosione come ne ho sentite tante, ora devo calmarmi.
Ora devo calmarmi.

Cara Romina,
queste sono tutte le parole che avrei desiderato scriverti, e che pure terrò nella mia tasca, perché non ho cuore di affidarle a un estraneo. Servono molto più a me, di quanto non possano essere utili a te, e se ora le mie dita si sciolgono sul foglio come la pazienza di fronte a un amico che muore, è solo perché ho bisogno di sentire nuovamente qualche cosa che mi batta nel petto.
Qui le cose sono andate tutte storte. Ci eravamo detti che i nostri occhi non sarebbero cambiati, eppure i miei lo sono. È come una siringa piena di immagini brutte, quella che mi viene iniettata ogni giorno dentro il cervello, e anche se per un breve periodo ho cercato di resistere (oltre che di esistere), ora credo che le mie difese siano crollate inesorabilmente.
Qualche giorno fa, sedici miei compagni di divisione sono morti in un’imboscata. Ho visto le loro facce sgretolate, i loro corpi ridicolizzati dal metallo fuso. Ho visto gli arti diventare coriandoli, le loro bocche sciogliersi sul fango, le loro mani evaporare nel fumo.
Ho visto le teste scoperchiate, il petto squarciato, i piedi affondare.
Qui le cose sono andate tutte in malora.
Anche se questa lettera non ti arriverà mai, dentro questa trincea ti stringo a me come un’idea, e la indirizzo alle tue labbra che non sussurreranno queste stesse parole, mentre leggi.
Ma mi piace immaginarti mentre lo fai.
I nostri sedici anni erano una promessa che non ho potuto mantenere.

Rialzati.
Anzi, no. Che motivo hai per rialzarti?
Respiri la terra e la polvere, i tuoi polmoni si riempiono di tutto il sangue che in essi si è infiltrato. Respiri la morte dei tuoi compagni che giacciono accanto a te. Devi essere inciampato sulla gamba di qualche cadavere, o forse ti sono mancate le forze per continuare a correre dentro questo dedalo.
Rialzati.
I suoni ovattati di altre esplosioni tutt’intorno raggiungono il tuo cervello senza passare dalle orecchie. È come se fosse il tuo corpo ad assorbirli, come se le frequenze sonore facessero vibrare le tue ossa, percuotendoti il cervello. Sei un guscio chiuso ermeticamente, i pensieri irriconoscibili, come una folla indistinta di individui che sgomitano, si picchiano, pestandosi i piedi e insultandosi a ripetizione.
Signore, dammi la forza di trovare di nuovo ordine.
Forse, se ti metti a cercare bene dentro la testa, riconoscerai uno di quei pensieri che ti affollano la coscienza in modo così maleducato. Forse, tra di essi, c’è proprio il pensiero che cerchi, ovvero il momento in cui hai compiuto una scelta, la scelta di prendere il tuo corpo e scaraventarlo in mezzo a questo inferno. Tra di essi, c’è indubbiamente il ricordo di quella scelta razionale, il momento in cui hai deciso. Mentre respiri tra le ceneri, trovi insopportabile l’idea di aver lasciato che la tua esistenza venisse trascinata qui dentro, in questo intestino di proporzioni terrestri, in questo lago di carne carbonizzata e occhi spenti. Quando hai compiuto questa scelta?
Rialzati.
Da pochi passi senti un suono, una voce debole che ripete ossessivamente una parola. Ma la parola non la riconosci, è pronunciata in qualche dialetto ramingo. Annaspi, le mani sfregiano il terreno sui cui sei riverso, ti aiutano a rimetterti in piedi, ricacci indietro un conato di vomito, ti avvicini a quella voce. Com’è possibile che, in mezzo a tutto quel disastro, nel centro della tua sordità, privato degli impulsi del mondo esterno, questa voce fragile ti sia arrivata alle orecchie?
L’impulso di avvicinarti alla fonte di quella voce è irresistibile. Esiste ancora un legame con il mondo, dopo tutta questa distruzione? La parte buona della tua mente dev’essere davvero resistente, per riuscire a riconoscere ancora una via d’uscita. E anche se quella voce non fosse una via d’uscita, sarebbe comunque qualcosa di meglio di questa completa e devastante sordità.

Queste sono tutte le parole che avrei voluto dirti in sogno, visitandoti durante i brevi e rari momenti di quiete che la guerra ci concede. Queste sono le sillabe che mi sono rimaste, dopo averle sprecate tutte pronunciando i nomi dei miei compagni morti, dopo aver imparato a gridare la paura di morire, ma soprattutto la paura di sopravvivere senza più l’anima.
Quaggiù, sotto la tempesta di vetri e acciaio che soffoca la trincea, ancora persiste in un qualche piccolo angolo della mia mente il tuo odore. Lasciamelo qui, lascia che muoia insieme a me, lascia che si addormenti insieme a noi. È l’unico elemento che mi tiene lontano dalla pazzia, o almeno credo.
La certezza che non esista via d’uscita ce l’ho nelle mani, sporche del sangue di uomini buoni; ce l’ho negli occhi, rovinati dalle immagini di mutilazione e massacro; ce l’ho nelle orecchie, pervase dalle urla dei giusti che muoiono senza aver mai scelto di morire. Perché, anche se si potesse uscire da questo abisso tracimante di nulla, non sarebbe certo una salvezza.
Romina, ti confesso che bramo la morte molto più di quanto ormai brami la libertà. Voglio morire, qui, essa mi abbrancherà come un sollievo, lontano dalle bombe, dalle stragi, dalla follia. Lontano dalla sensazione di essermi lasciato trascinare negli eventi senza aver davvero scelto.
E desidero di non perdere il ricordo dell’unica scelta che io abbia davvero compiuto: amare te, osservarti, desiderarti, pensarti come madre dei miei figli, volerti come futuro dei nostri pensieri. Qui è così facile perdere la sensazione meravigliosa di scegliere qualche cosa. La trincea ti rinchiude, ti comprime, ti indirizza inevitabilmente verso un’unica direzione, che è pure quella sbagliata.
Ma la trincea non ti dà scelta.
Ti imprigiona.
Ti inghiotte.
E poi ti risputa, vivo o morto, ma irrimediabilmente vuoto, proprio come un cadavere.

Cecità.
Il buio ti entra nelle orecchie, nel naso, nella bocca. Gli occhi sono tumefatti di lacrime, invasi da polveri di ogni tipo. La tua mano cerca una scarpa, un braccio, delle dita, seguendo quella voce che mormora una parola di dolore. Tutt’intorno le bombe cadono ancora, granate che gridano, mortai che sibilano. Sembra incredibile che il fiato di un uomo morente riesca a trapassare quella cortina di fracasso che chiamiamo comunemente guerra, anche se non sembra un grido d’aiuto.
«Diàloio» dice l’uomo che giace a terra, seduto con la schiena contro la parete di fango che percorre tutto il labirinto nel quale vi trovate.
«Diàloio», non sai che cosa vuol dire. Lui lo sussurra, sembra un dialetto proveniente da così lontano, ti suona straniero all’orecchio, privo di assonanze.
«Che dici? Cosa cerchi di dirmi?»
Signore, dammi la forza di aiutare questo disperato!
Gli occhi dell’uomo sono sbarrati, li vedi appena attraverso la fessura delle tue palpebre, irritate dai fumi della battaglia. Respiri a fatica, la gola brucia, tocchi la mano del tuo commilitone, lui la ritrae spaventato. «Diàloio» urla, stavolta scandendo meglio le parole. La sua gamba è mutilata, non può spostarsi troppo da lì, il dolore percorre il suo volto. L’esplosione si è presa l’arto fino a metà del femore, ma i suoi occhi sono puntati su di te. Ti squadrano, inorriditi. Sussurra ancora quella parola, te la lancia addosso fomentando la tua incomprensione: «Diàloio».
«Vieni, ti prendo e ti trascino via di qui», senti le parole pronunciate che escono dalla tua gola, ma le orecchie non riescono a riconoscere la voce. Porgi una mano al povero disgraziato, in quel momento senti che l’unico modo per avere salva la tua vita e la tua anima è salvare la sua vita, la sua anima. Ma lui non dà cenno di volere il tuo aiuto. È più vecchio di te, la barba chiara gli copre metà del viso, l’altra metà è incrostata di sangue. Gli occhi grigi come le baionette del nemico, quel dialetto che non ti permette di capire che cosa stia dicendo. «Diàloio! Diàloio!»
«Smettila di blaterare, brutto vecchio, vieni via prima che ci ammazzino tutti! Vieni con me!»
Ma lui si ritrae ancora, preso da una paura che non comprendi. Con uno sforzo immane, sfidando il dolore dell’arto dilaniato, si trascina all’indietro, come se la paura che gli metti in corpo fosse più insopportabile di quella sofferenza fisica.
«Ma che succede? Perché vuoi morire qui?»
Il tuo commilitone si ferma, ti osserva con calma. I suoi occhi si staccano da te, guardano verso un punto imprecisato alle tue spalle. Altre bombe cadono, ovattate, alzando polvere e sassi che si spargono come acqua salata intorno a te. Segui il suo sguardo, incuriosito da quel gesto così insolito, nel mezzo di una tale battaglia.
Un corpo, a cinque passi da te, giace nella trincea. Non si muove, non respira, e l’uomo senza la gamba te lo indica e ripete: «Diàloio .»

Cara Romina,
queste sono tutte le parole che avrei voluto scriverti, e che non ti scriverò mai.
È curioso come la vita sia fatta di specchi, ma ancora di più è curioso il fatto che non sappiamo mai distinguere il riflesso dall’originale. Ci illudiamo di farlo, ma solo per convenienza. In realtà, non sapremo mai chi tra noi e il nostro doppio sia l’autentico. Eppure tu sei stata così autentica, così importante, anche in questi mesi di follia.

«Diàloio»
Mentre il commilitone continua a mormorare la parola incomprensibile, ti avvicini con calma a quel corpo esanime. Non senti più niente, né le bombe, né il dolore, né la gola che fa male, né il gonfiore degli occhi. Non te ne accorgi, ma stai persino respirando liberamente. La trincea sembra aprirsi, il calore attenuarsi, il frastuono acquietarsi. La guerra d’un tratto cessa, mentre ti avvicini al cadavere che giace davanti a te, le cui fattezze pian piano divengono familiari, ed eppure appaiono così aliene. Un volto giovane, un pezzo di carta gualcito nella tasca, un crocifisso spunta dal colletto della divisa inzuppata di sangue.
Del tuo sangue.
«Ma che cosa…» ti volti verso il commilitone, che ti osserva.
«Diàloio» ripete in un ultimo soffio, e poi muore.

Il mio più grande rimpianto è forse quello di non averti mai scritto davvero queste parole, amore mio. La mia età non mi ha permesso di affrontare la realtà più concreta, quella secondo la quale avrei potuto perdere la vita in questa follia. Non ti ho mai scritto queste parole perché avevo paura che, scrivendole, la morte sarebbe piombata su di me in silenzio.
Quanto mi sono sbagliato.
Perciò, ti visito in sogno, o mentre sei assorta a osservare il tramonto dietro le colline di casa nostra, magari mentre preghi dio di rivedermi un giorno. Ti visito in sogno, e ti sussurro queste parole, ogni volta che posso, sperando che un giorno tu riesca a sentirle, ma senza esserne sicura.
Forse non troverò mai pace, e vagherò fino alla notte dei tempi tra queste pianure di un’Europa che non conosco e non conoscerò mai, lontano dal luogo nel quale siamo cresciuti insieme. Forse ciò che ci avevano insegnato su dio è diverso dalla realtà, o forse no, chi lo sa.
Essere morto non significa capire tutto.
Essere morto significa rimpiangere moltissimo.
Ti mormoro queste parole, quelle che avrei voluto scriverti, sapendo di non aver mantenuto la promessa del nostro futuro. La trincea si è presa tutto, fino all’ultimo mio respiro, e quando ho visto il mio corpo esanime che giaceva laggiù, nel fango di una guerra che non finiremo mai di rimpiangere, ho capito che ormai ero soltanto un fantasma.
Ora sono vento, quello che ti solletica il collo.
Sono sole, quello che ti scalda il viso.
Sono ciò che avevamo scelto di essere, ma che non abbiamo potuto mantenere.
E forse sentirai arrivare qualche voce, durante le tue notti, e quelle voci diranno “Diàloio”, che in un qualche dialetto significa “diavolo”, e che sono io, lo spirito della trincea.
E saprai che, nonostante tutto, ho scelto di restare.

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inizialmente pubblicato qui

illustrazione di Marco Pasin