Popper e il Paradosso della Tolleranza

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Sopravvivenza e Rivoluzione

Di quale forza oscura vuol essere vittima oggi, signore?

sopravvivere-300x156Ogni giorno un uomo a una dimensione si sveglia e sceglie l’istanza malvagia della quale essere vittima per poter rimanere perfettamente immobile. Questo enorme vittimificio che chiamiamo “società” produce ininterrottamente vittime immaginarie provenienti dai più disparati campi del sapere: psicologia, politica, economia. La lezione di Vico, ovvero che “questo nichilismo che ci piove sulla testa è risultato del mondo così come ce lo siamo costruito noi” passa inosservata, inascoltata, ignorata.
Qui non si tratta solo di restituire il dubbio privilegio alle vere vittime, quelle che ogni giorno vengono realmente mutilate della capacità di raccontarsi. Qui si tratta di mettere in discussione un paradigma sociale che ha radici molto più profonde rispetto al nostro quotidiano sentimento.
Il vittimismo trascendentale risponde infatti a tre bisogni primari: l’identità (se sono una vittima so perfettamente da dove vengo), la verità (la vittima ha per statuto divino la verità in tasca e non può per nessun motivo essere contraddetta) e innocenza (se sono vittima è perché un malvagio mi ha fatto diventare tale senza che ne avessi colpa). Il vittimismo trascendentale, sia ben chiaro, esula dal concetto di “vittima della storia” così come viene proposto. Anzi, il vittimismo trascendentale è proprio ciò che favorisce la creazione di nuove vittime della storia. Infatti, da dove nasceva la fabbrica di cadaveri nazista se non dal concetto di “recuperare qualche cosa che ci hanno sottratto”? Proprio nel concetto di “vittima” si annidava la retorica hitleriana (i tedeschi umiliati con Weimar, la germanicità mutilata con l’internazionalismo, i risarcimenti iniqui dopo la Prima Guerra Mondiale). In questo modo, ogni atrocità nasce dal “sentirsi depredati da qualche cosa”, da innocenti, e dalla volontà di ricercare in quella mancanza un’identità che ha come fondamento la verità inalienabile della vittima.
Non siamo più sopravvissuti, ma vittime. In quanto tali, non vogliamo più la Rivoluzione, ma un Risarcimento.
Non è forse tutta la retorica politica contemporanea figlia di questo concetto? Ogni comizio avvenuto negli ultimi cento anni (sì, a partire dal balcone mussoliniano) è impregnato del Discorso della Vittima: “Ci hanno ingannati/truffati/defraudati e NOI siamo qui per riprenderci ciò che è nostro, da vittime!”, discorso peraltro sempre più presente nella bocca dei carnefici.
Nietzsche aveva ben chiaro questo meccanismo e proprio in questo corto-circuito si riconosce la “morale dello schiavo”, quella secondo cui non si agisce soltanto nel nome di una castrazione: “Subisco, dunque sono” sembra dire la vittima trascendentale, diffondendo il contagio che impedisce all’uomo di trovare la sua vera vocazione, ovvero: “Agisco, dunque sono”. La “morale dello schiavo” è l’atteggiamento nei confronti della realtà che ci vede eternamente succubi di un significante universale, di una legge divina, di un peccato originale e che il cristianesimo, lungi dall’averci sollevato da questo fardello con la crocifissione, ha impresso indelebilmente nella nostra anima trattandoci come i figli ritardati della creazione: “Faccio io, voi non siete capaci” sembra dire Gesù prima di spirare per i nostri peccati. Ancora una volta, la storia si dipana come la sottrazione di una sovranità, persino quella di sacrificarci per una colpa, di pagare per un debito.
Nel 2015 la retorica è rimasta la stessa. Slogan come “Riprendiamoci ciò che è nostro” sottintendono che qualcuno diverso da noi ce l’abbia sottratto (lo straniero, Satana, il cinese o il malvagio operatore di Wall Street, icone intercambiabili); “Restiamo umani” è pregno di una critica alla tecnologia, come se la tecnologia non fosse emanazione del nostro stesso essere umani; infine, “L’Italia cambia verso”, in cui ogni declinazione dello slogan è stata improntata sull’incolpare “altri” che hanno rovinato chissà quale paradiso perduto. E la lista è lunghissima, dalle motivazioni che spinsero tanto Berlusconi quanto Grillo a scendere in politica, fino ad arrivare ai casi di Corona o dell’11 settembre. La vittima trascendentale è ovunque.
La crisi economica, ultimo esempio, costantemente mitizzata come un tuono celeste voluto dagli dei dell’alta finanza dei quali noi, innocenti e ignari, saremmo le vittime. La retorica della vittima trascendentale pervade ogni discorso pubblico e ormai inizia a contagiare anche la vita privata, cosa che rende sempre più difficile ragionare con chi è intimamente convinto di essere nel giusto nonostante ogni evidenza critica ci esponga tutti, nessuno escluso, come colpevoli. La vittima non conosce contraddittorio.
Bisognerebbe ritornare a quel capolavoro inaccettabile intitolato “I sommersi e i salvati”, testamento spirituale di Primo Levi che si sottrasse, prima di gettarsi tra le braccia della morte, alla retorica della vittima, proprio lui che era stato vittima del sopruso dei soprusi, ovvero l’olocausto nazista. Bisognerebbe insegnare a scuola il concetto di “zona grigia” per evitarci l’incombenza di considerarci “bianchi” in un mondo di “neri” (o viceversa, e non solo con un connotato razziale). Bisognerebbe renderci conto che il mondo lo facciamo e lo disfiamo noi, ma che per “rifarlo” c’è bisogno di una presa di coscienza: il vittimismo trascendentale ci impedisce di agire, e l’agire è l’unico modo per rimettere insieme i pezzi di un mondo disintegrato dalla stasi.
Non siamo vittime, siamo sopravvissuti. E un sopravvissuto ha persino la possibilità di essere colpevole, inaccettabile, maledetto e forse dannato. Non abbiamo bisogno di identità, ma di Rivoluzione, perché l’identità, che sia della vittima o del carnefice, ci spinge a reiterare i meccanismi che ci rendono ciò che crediamo di essere, abbandonandoci quindi in una stasi metafisica. Non vogliamo la verità assoluta che arriva sempre troppo tardi per poter fare qualcosa, vogliamo le verità frammentarie e parcellizzate che entrano in conflitto tra loro per rimettere in movimento il discorso della storia. E se quelle verità risulteranno inaccettabili, brutte, parziali, allora ci penserà la storia stessa a ricucirle tra loro per darci un nuovo destino, una nuova immagine del mondo (ancora meglio: un’immagine del mondo nuovo). Non vogliamo l’innocenza poiché non siamo innocenti e, guardando bene a come funziona l’universo, oserei dire che l’innocenza assoluta non esiste se non nella fantasia degli scrittori. Vogliamo sporcarci le mani, vogliamo mettere le dita nei meccanismi del mondo, deviarli, vedere cosa succede dopo che abbiamo sovvertito gli ingranaggi. Vogliamo sperimentare liberamente, cambiare, mutare. Vogliamo “diventare” umani, non restare tali, perché umano non è ciò che subisce passivamente e che nel ruolo vittima re-agisce; umano è ciò che si trasforma agendo, ciò che sopravvive, che rivolge, stravolge, sconvolge.
Se davvero vogliamo fare qualcosa durante questa breve permanenza in un’epoca così disgraziata, dobbiamo smetterla col sentirci succubi di un dio onnipotente, da schiavi, guardare verso l’alto e, sentendoci figli illegittimi di un dio inconsistente, urlare: “Sono ancora qui!”
Insomma, sopravvivere e fare la Rivoluzione, prendendoci sulle spalle tutte le conseguenze che questo inaccettabile e pericolosissimo gesto comporta.
Nel frattempo, se possibile, farci una risata colpevole.

Être de gauche: considerazioni su Tsipras

Sono un uomo di sinistra e non gioisco per il risultato elettorale in Grecia. 
Chiariamo però subito una cosa: Syriza mi piace, Tsipras mi convince, il mio malcontento non dipende assolutamente dall’entità politica che esce vittoriosa dalle elezioni politiche in Grecia. Il mio malcontento non nasce nemmeno dalla retorica di chi in Italia continua a ripetere che “qui non avremo mai un Tsipras” perché siamo pecoroni, perché non ce lo meritiamo o chissà per quale altro motivo.
Sono un uomo di sinistra e non gioisco perché la scelta in Grecia non è una scelta di sinistra.

Partiamo subito quindi da una disamina: che cosa significa “essere di sinistra”? 
Gilles Deleuze, nel suo meraviglioso Abécédaire, diceva che “essere di sinistra (être de gauche) significa essere minoritari”. Questa formula viene ulteriormente specificata dal filosofo francese: “Essere minoritari significa invertire la tendenza che proietta all’orizzonte la nostra individualità e portare invece l’orizzonte nella nostra individualità. Être de gauche significa partire dall’orizzonte, non da se stessi”. Ciò significa moltissime cose, e qui cerco di elencarne alcune: avere a cuore non l’interesse privato ma quello collettivo; “mettersi nei panni” del più debole; scommettere sui rapporti umani, non sui contratti; infine, come diceva un altro grande filosofo, cioè Günther Anders: “Considerare le generazioni future come fossero i miei vicini di casa”.

Essere minoritari perciò vuol dire spogliarci dell’individualità e diventare comunità. 
E come? Con un atto di fiducia nelle relazioni, nel collettivo, in ciò che ci accomuna, non in ciò che ci divide, non nei privilegi, non nei confini. Significa proiettare l’orizzonte dentro la nostra piccola dimensione individuale, significa allargarci, in ogni senso in cui possiamo farlo. Vuol dire metterci in ascolto, metterci al servizio e donarci, non venderci, non sopraffare, non rinchiuderci.

Perciò, io sono un uomo di sinistra (de gauche) scontento del risultato elettorale greco. 
Non per il risultato in sé! Sono scontento per le motivazioni che hanno portato a quel risultato e che, dal mio punto di vista, minano in partenza la possibilità di successo di un uomo genuinamente di sinistra come Tsipras. Spiegherò brevemente questo mio pessimismo e proverò a essere chiaro e conciso. Tutto ciò che ho detto sopra non può nascere come “risposta” a uno stato di cose esistente. Tutto ciò che ho esposto e citato non può né deve essere una “reazione” a una minaccia o a un bisogno. La sinistra è il contrario della reazione: la sinistra è azione e attività, è potenzialità e possibilità, di fare, pensare e dire. E la scelta greca è invece la “reazione” a qualche cosa che è avvenuto, a un ambiente, a una causa scatenante.

Se davvero il valore della sinistra è la libertà, beh, in Grecia non si è scelto liberamente. 
Per scelta libera intendo la possibilità di pensare un’alternativa slegata dall’ambiente circostante, dalle sue aberrazioni, dalle ingiustizie. Per scelta libera intendo la capacità di immaginare un modo completamente nuovo (“minoritario”) di intendere noi stessi, nel mondo e per il mondo. Intendo il cambiamento di un modo di pensare, non di un modo di fare commercio. Intendo una società che non si basi più sul “contrattualismo” (= sfiducia, protezione, confine), ma una società basata sulla relazione e sulla creatività libera, sulla possibilità di esprimere se stessi nel modo più libero e comunitario. Essere di sinistra non significa proteggere privilegi, significa eliminare i privilegi. Non significa ritornare a quando stavamo bene, significa cambiare totalmente la definizione di “stare bene” e cercare un nuovo modo per stare bene. Essere di sinistra significa non avere paura di perdere qualcosa perché so che, procedendo in avanti, perderò sicuramente qualcosa ma il guadagno sarà molto più grande.

La Grecia ha scelto Tsipras per paura. 
Stiamo parlando di una cultura familiarista, ortodossa, tradizionalista e conservatrice che ha sempre cercato questi valori e che oggi, a causa della perdita di alcuni privilegi, ha scelto di cambiare strada. Come il guidatore ubriaco che, per non incappare nuovamente nel vigile, prende un sentiero di montagna: non per amore del sentiero, ma per paura di una multa. E nel sentiero, ovviamente, si perde e si schianta. La Grecia non ha scelto Tsipras per una scelta “de gauche”, ma l’ha scelto per conservare e ritrovare privilegi perduti. L’elettore greco oggi si aspetta di trovarsi 200€ in più nelle tasche, non di veder mutare radicalmente il suo modo di stare in società. È la paura di perdere qualcosa di più che lo spinge a fare una scelta, non il desiderio di trasformare il mondo che lo circonda e, insieme a esso, anche se stesso! La scelta greca è un atto re-attivo, perché è una semplice risposta organica a una minaccia virale chiamata “neoliberismo” (fino alla crisi tranquillamente avallato da una società che ha navigato nella possibilità dell’indebitamento perpetuo, ndr).

La sinistra salverà il mondo solo se il mondo la sceglierà liberamente. 
Solo di fronte alla libera scelta di un mondo completamente e radicalmente diverso potremo salvarci dal baratro che ci attende. La scelta “reattiva” della Grecia porterà immediatamente a un paradosso: se Tsipras farà tutto ciò che ha promesso, il cittadino greco si opporrà perché non saprà accettare la trasformazione radicale della sua società individualista, monetaria e commerciale in una società solidale, sostenibile e umana, nella quale a un vantaggio corrisponderà inevitabilmente la perdita di qualche privilegio (culturale, religioso o burocratico); se invece Tsipras non farà tutto ciò che ha promesso, il cittadino greco lo esautorerà e darà il potere ancora più in fretta ad Alba Dorata (perché “ogni fascismo nasce da una rivoluzione fallita”, e sono convinto che Tsipras abbia in testa qualcosa di simile a una rivoluzione dai piedi d’argilla).

Essere di sinistra significa essere pronti a lasciarsi qualche cosa alle spalle. 
Per esempio: valori religiosi, privilegi economici, egocentrismi, individualismi. Guardiamoci noi, in Italia, saremmo pronti a fare questo? No, perché viviamo anche noi in una società familiarista e tradizionalista, e ciò che ci ha spinto a votare Renzi (“sinistra”?) sono stati gli 80€ in più nelle tasche. Nient’altro. E fino a che non sapremo compiere una libera scelta da popoli autodeterminati, allora cadremo nei micro e macro-fascismi di questo secolo, sempre pronti a sciacallare la carcassa di un progetto di sinistra fallito.
E la Grecia, purtroppo, si appresta a cadere in un macro-fascismo.
Ma non per colpa della Troika, virus maledetto del nostro tempo. Per colpa della propria refrattarietà a cambiare radicalmente la propria identità.

In conclusione. 
Così come la civiltà “è la capacità di rompere il circolo vizioso della vendetta”, sono convinto che la sinistra sia “la capacità di rompere il circolo vizioso del meccanismo azione-reazione”, di creare nuovi paradigmi sociali che non siano una “reazione” a ciò che esiste, ma che siano la libera scelta e la libera immaginazione di una comunità fatta di cervelli. Essere di sinistra significa avere l’ambizione di cambiare il mondo e noi stessi insieme al mondo, significa voler “divenire” qualcosa di completamente diverso, scegliendo liberamente e non per la paura di perdere qualcosa. Essere di sinistra porta con sé un ottimismo sfrenato, quasi utopico, ma che dobbiamo fare nostro nuovamente.
Senza questo, che sia la Grecia, l’Italia, la Germania o il pianeta Terra, non potremo mai uscire dall’impasse di civiltà che la nostra specie sta affrontando.

Spero che Tsipras e la Grecia sappiano smentirmi clamorosamente. 

PS: e smettetela di usare Tsipras come una marionetta dei finiti valori di sinistra, già il fatto di averlo iconizzato significa non aver capito alcunché di cosa significa “sinistra”.