Una Live per Domarli Tutti

Filosofia, YouTube

Dai Silmaril all’Unico Anello. Da Morgoth a Sauron, attraversando il Pelennor fino a Numenor e oltre.
Una Live per domarli tutti.
Mercoledì 10 febbraio, Tolkien dominerà YouTube, in una diretta streaming sul mio canale che inizierà alle 19.00 e finirà a mezzanotte, per 5 ore che scandaglieranno in maniera minuziosa e avvincente tutte le saghe che formano l’epica tolkeniana. 

La fiaba di PSS!

Narrativa

Capita che cultura e industria, commercio e creatività uniscano le forze per fare qualcosa di bello. La mia collaborazione con Italian World mi permette di creare una fiaba dedicata ai loro prodotti, per far conoscere più diffusamente il loro brand e non solo, anche la loro filosofia produttiva. Andate a conoscere la loro realtà, potrebbe sorprendervi quanto di utile e bello possa esserci nella semplicità.

Schermata 2015-06-07 alle 15.35.00LA FIABA DI PSS! 
(primi 5 episodi)

Episodio 1: L’atterraggio

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…
No, non è così che inizia questa fiaba. Perché non si tratta di molto tempo fa, e non siamo nemmeno molto distanti dal luogo in cui voi vi trovate. Anche se gli anni terrestri contano poco nel cosmo, e ancor meno hanno importanza i chilometri, il pianeta Frimbella è ben visibile a occhio nudo durante una sera d’estate priva di interferenze luminose. Laggiù, proprio all’angolo di strada tra Vega e Betelgeuse, c’è un piccolo gruppo di stelle e pianeti che un tempo era il vanto del popolo dei Cucci, come vengono chiamati questi strani esseri in tutto e per tutto simili ai bambini del pianeta Terra, solo molto più antichi.
Il pianeta Frimbella, che nelle vecchie canzoni incomprensibili dei Cucci era descritto come un paradiso naturale, è oggi una discarica galattica nella quale vengono ammassati tutti i rifiuti non riciclabili dell’universo. Plastica, polistirolo, gomma, nylon, tutta l’inaccettabile spazzatura dell’universo finiva là, su Frimbella, e al posto dei fiumi ora scorreva catrame, al posto degli alberi da frutto crescevano palazzi di immondizia; le colline verdeggianti erano state sostituite da montagne di materiali inquinanti, puzzolenti, nauseabondi, e i Cucci, con le loro canzoni, non riuscivano a difendersi da quella catastrofe.
L’universo non protestava perché a tutti faceva comodo avere una discarica cosmica nella quale gettare tutto ciò che non si voleva tenere in casa. Ma chi traeva il vero profitto da tutto ciò? Di certo non i Cucci.
Nel mezzo della città abbandonata di Belisar, capitale di Frimbella, la fabbrica di plastica di Petro sputava senza sosta i suoi terribili fumi, soffocando ogni forma di vegetazione nell’arco di miglia. Petro produceva, poi esportava i prodotti che, una volta utilizzati, venivano rimandati su Frimbella, netturbino del cosmo. Immaginate la disperazione dei Cucci, orfani del proprio pianeta, che trascorrevano le giornate respirando quell’aria avvelenata e bevendo acqua inquinata.
Immaginate come reagireste voi, se casa vostra fosse ridotta così.
Proprio qui, in questa situazione terribile, compaiono Ko e Calipta, due abitanti del pianeta Barf in fuga dalle autorità spaziali. Due contrabbandieri in tutto e per tutto simili a quelli che sulla Terra avreste chiamato Koala di peluche.
Su Frimbella, discarica della galassia, l’avventura iniziò con uno schianto e due koala che uscirono dai rottami di una piccola nave spaziale. Quando Ko alzò il muso per guardarsi intorno, vide di fronte a sé un bambino grande e grosso, coperto di fuliggine che, osservandolo incuriosito, disse: “Pss! Pss!”

Episodio 2: La discarica

Belisar era come sempre ricoperta da un denso fumo grigio.
L’orizzonte, ingiallito dalle polveri che aleggiavano sulla superficie del pianeta, lasciava a malapena passare i raggi dei due soli di Frimbella appena prima del tramonto, tant’era difficile per la luce attraversare lo smog. Al centro della città abbandonata, la fabbrica di Petro continuava a sputare ogni genere di materiale che l’universo intero si rifiutava di produrre.
Impegnate com’erano a organizzare l’atterraggio e la partenza dei cargo commerciali che portavano in giro per il cosmo plastiche e altre cose non riciclabili, le autorità di Frimbella non si accorsero del piccolo velivolo precipitato sul pianeta, ma ovviamente non passò inosservata la folla di Cucci che si era accalcata nei pressi dello schianto. I due superstiti del disastro non potevano sapere che la polizia di Frimbella aveva mandato una pattuglia per controllare, ma erano così stupiti nel constatare di essere finiti sul pianeta segreto per eccellenza che, anche avendolo saputo, non sarebbero mai scappati.
“Che incedibile colpo di fortuna, Ko” disse Calipto, la tuta spaziale ancora bruciacchiata dal calore dello schianto. “Siamo finiti proprio nel luogo che stavamo cercando!”
“Pss! Pss!” continuavano a sussurrare i Cucci che si erano riuniti intorno a loro. Presi uno a uno quei sussurri erano quasi impercettibili, ma messi tutti insieme producevano un suono continuo e persistente che i due Koala non riuscivano a interpretare.
“Hai visto? Avevano ragione i ragazzi dello spionaggio: il pianeta-discarica esiste per davvero! Hai scattato le fotografie con la camera dell’astronave?”
“Sì, ma temo si sia danneggiata durante lo schianto, e così anche i moduli di trasmissione dei dati. Come facciamo a inviare le nostre coordinate alla base?”
“Pssss! Pssssss!” il suono emesso dai Cucci, quei bambinoni giganti e paffuti, saliva di volume, creando un fastidioso riverbero nelle orecchie di Ko e Calipto, fin troppo concentrati nel risolvere il problema delle trasmissioni.
“Dobbiamo assolutamente mandare quei dati, dobbiamo smascherare questo…”
“PSSSSS! PSSSSSSS! PSSSSSSSSS!” era ormai diventato un urlo e Ko si accorse che i Cucci stavano gesticolando concitatamente, probabilmente per segnalare un pericolo in arrivo.
“Credo ci stiano avvisando, fanno cenno di seguirli” constatò Calipto.
“C’è da fidarsi?” chiese il suo compagno.
“Non abbiamo scelta”
Lasciarono la carcassa della nave e si inoltrarono nella foresta grigia, le cui foglie erano coperte di catrame e fuliggine. Dopo pochi secondi, tre navette della polizia di Frimbella giunsero sul posto e ordinarono la rimozione della nave dei due clandestini.
Quando ricevette la notizia di una nave sospetta, la fabbrica di Petro sbuffò una grande nuvola nera da cui iniziò a scendere una pesante pioggia scura. Era il suo modo per comunicare un gran disappunto.

Episodio 3: La collina 

Quando Ko e Calipto furono lontani dal luogo dello schianto, finalmente poterono guardarsi attorno per capire dove si trovassero.
I Cucci li guardavano incuriositi, ma i due koala lo erano ancora di più: i bambini giganti erano sporchi e coperti da uno spesso strato di polvere e cenere. Erano a torso nudo e indossavano grandi foglie lucide a mo’ di pannolone. Continuavano a sussurrare quello strano verso, “Psss! Pss!”, scambiandosi occhiate divertite e giocose.
“Ma cosa sta succedendo qui? Dobbiamo vederci un po’ più chiaro” disse Calipto e uno dei Cucci, dai riccioli neri e occhi chiari, indicò il pendio di quella che sembrava una collina. Ko seguì il dito grassoccio e capì: “Ma certo, sta indicandoci di salire sulla collina per poter guardare il panorama! Su, che cosa stiamo aspettando?”
Salirono, arrampicandosi su quelli che parevano sassi e rocce se solo non fossero stati morbidi e malleabili. Salirono senza curarsi del materiale di cui era composta la collina, col fiatone, mentre i Cucci li osservavano ai piedi del pendio. Salirono in fretta e furia, impazienti di poter avere uno sguardo d’insieme e, quando furono arrivati alla sommità, si ripulirono di tutta la sporcizia cumulata durante la corsa.
A perdita d’occhio, una vasta macchia di scura nebbia sovrastava ogni cosa e, al centro di un cerchio di nembi, la fabbrica di Petro troneggiava sinistra, ansimando e corrodendo l’aria con le sue ciminiere semprenere.
“Guarda che disastro, e il governo galattico ha sempre negato l’esistenza di un posto come questo” mormorò indignata Calipto. “Dobbiamo far sapere a tutti che cosa sta capitando qui, Ko”, e lo disse sul punto di piangere, tant’era la sofferenza che vedeva là sotto.
“Ma… se questa è la famigerata discarica cosmica, dove sono tutti i rifiuti?” chiese Ko.
In quel momento, uno scricchiolio richiamò l’attenzione dei due. Proveniva da sotto i loro piedi e non era certo prodotto dal soffice manto d’erba. In quel momento fu chiaro dove si trovavano: un’infinità di immondizia giaceva ai loro piedi, non si trattava du una collina ma di una montagna di spazzatura giunta lì da ogni angolo della galassia! Bottiglie di plastica, materiali non riciclabili, gomma, polistirolo, nylon, pannolini usa e getta, pneumatici, guanti in lattice, tutto quanto non si poteva smaltire finiva su Frimbella ad alimentare le colline di rifiuti e le tasche di Petro, tiranno dell’immondizia universale.
Ko e Calipto cominciarono a urlare, si sentirono sporchi e in pericolo, tentarono una discesa di fortuna, ma ruzzolarono giù, rotolando sull’immondo fianco di quella collina di vergogna. Cadendo sentirono l’odore e il sapore di ogni sorta di schifezza presente in quel luogo, fino a che non terminarono la carambola finendo ai piedi dei Cucci.
Ko alzò lo sguardo e li osservò, ancora sotto shock. I bambinoni piangevano, indicando la mostruosa collina.
I due koala formularono una solenne promessa: non avrebbero permesso che tutto ciò venisse portato avanti impunemente.

Episodio 4: L’argento

Come potevano sopravvivere in quell’aria satura di veleni?
Questa era la domanda che frullava nella testa di Ko e Calipto, mentre seguivano il gruppo di Cucci che li accompagnava verso la loro casa. La foresta viveva, ma soffriva sotto quello strato di polvere, catrame e smog che invadeva l’atmosfera e ogni altra specie animale si era estinta. Solo i Cucci sopravvivevano. Perché?
“Forse non respirano aria!” suggerì Ko, ma Calipto scosse la testa e rispose: “Ma come no? Non vedi? Non sono così diversi da noi e da altri esseri che conosciamo!”
Cercarono di indovinare la causa della loro sopravvivenza, ma non potevano sapere quale fosse il segreto di quel popolo di bambini troppo cresciuti. Quando arrivarono alla radura nella quale sorgeva il villaggio dei Cucci, la sorpresa fu grande.
Le case erano fatte delle stesse foglie lucide che i bambini usavano come pannoloni. Il bagliore emanato da quelle strane costruzioni era stupefacente, come fossero fatte di specchi. L’aria lì era incredibilmente pulita e priva di inquinamento, nonostante ci si trovasse ancora a cielo aperto, nel mezzo della foresta grigia.
“Ma che diamine…?”
“Pssss! Psssss!” rispondevano a turno i Cucci, indicando le foglie e le case, sorridendo felici di quella situazione incredibilmente salutare. I due koala erano stupefatti, non riuscivano a comprendere che cosa rendesse possibile quel paradiso. Poi, uno dei Cucci staccò una foglia dal tetto di una capanna e la porse a Calipto, che osservò attentamente.
La foglia era in realtà di una stoffa straordinariamente resistente e brillante, dalle trame fitte e morbide. Tra i fili che componevano il tessuto brillavano briciole di qualche minerale stupefacente, che subito i due clandestini non avevano riconosciuto!
“Argento!” esclamò così Ko, e continuò: “Ma è ovvio: l’argento li protegge dal disastro che hanno intorno! Tutta la sporcizia, tutto il sudiciume non può nulla contro il potere di questo materiale prezioso! Ma è fantastico!”
“L’argento? Non capisco…” rispose Calipto, che non si intendeva di certi argomenti.
“Siamo circondati dall’argento, il minerale più pulito del cosmo, il più sicuro e igienico! Ogni loro casa, ogni abito è impregnato di minuscoli granelli d’argento ed è così che sono riusciti a sopravvivere all’invasione dello smog causata da Petro! Non vedi?” indicò tutt’intorno e Calipto si accorse che il brillare dell’argento proveniva dall’erba sotto i loro piedi, dalle cortecce degli alberi sani, dalle foglie e persino dal cielo imbevuto di quei granelli!
“Pssss! Pssss!” fecero in coro alcuni Cucci, come a confermare la tesi esposta da Ko.
Si trovavano nell’unica zona abitabile di Frimbella, pianeta ormai morto a causa della discarica galattica, ma nessuno tra gli scagnozzi di Petro poteva avvicinarsi a quel luogo, essendo completamente privo di batteri e parassiti d’ogni sorta. Era così che i Cucci si erano salvati dall’estinzione delle altre specie, ed era da lì che sarebbe partita la rivincita di Frimbella, pensarono Ko e Calipto.
“Dobbiamo solo convincere questi bambinoni a darci una mano!”
“E come faremo, Ko?”
“Lascia fare a me” rispose lui, con tono sicuro.

Episodio 5: La fabbrica

Mentre Ko e Calipto scoprivano le meraviglie del villaggio dei Cucci, al centro della città di Belisar la fabbrica di Petro vomitava la propria malvagia nell’aria.
La fabbrica era immensa: nera e grande quanto una montagna ricoperta di feritoie, camini, ciminiere e bocche, da cui fuoriusciva un perenne fumo scurissimo e puzzolente. I tubi di smistamento dai quali venivano sputati i materiali che l’universo si rifiutava di produrre lavoravano incessantemente e producevano plastiche, gomme di ogni tipo e altre schifezze inquinanti. Migliaia di esseri privi di coscienza operavano intorno al mostro, esseri più simili a robot la cui esistenza era votata soltanto all’obbedienza del loro unico signore e padrone: Petro.
Nel cuore della fabbrica, il suo sovrano rifletteva su come agire nei confronti dei clandestini sbarcati su Frimbella. Le sue sinapsi elettroniche lavoravano alacremente in cerca di soluzione, mentre altri circuiti erano indaffarati a gestire l’immensa produzione di cattiveria della fabbrica. Petro era il supercomputer più potente di quel quadrante di galassia, ma la sua intelligenza era stata corrotta dall’avidità, cosa che lo rendeva molto più simile agli uomini che alle macchine.
“Brrzt… Dove saranno finiti gli intrusi?” chiese la voce elettronica e gracchiante di Petro.
“Dobbiamo trovarli, sua elettronicità!” urlò sconsideratamente Oleo, spaventando il suo capo.
Oleo era un galeotto proveniente dalle galere di Tughur, probabilmente evaso dopo l’epidemia che aveva decimato i secondini di quel pianeta. Ai terrestri Oleo potrebbe sembrare un ornitorinco, tant’era strano il suo aspetto, ma sarebbe bastato parlarci due minuti per capire che un ornitorinco, al confronto, è molto più intelligente.
“Brrrrz… Oleo, perché urli? Non sono sordo!” sbottò Petro.
“Ma noi…” guaì il leccapiedi, “noi dobbiamo TROVARLI!” gridò balzando sullo schermo gigante dal quale si affacciava l’avatar verde di Petro.
Oleo dimostrava uno spasmodico amore nei confronti di ogni cosa possa definirsi parassitaria: i funghi, le zecche, gli scrocconi e persino la plastica. Aveva riconosciuto in Petro il suo padrone indiscusso e aveva sposato il sogno del supercomputer: dare vita alla prima discarica della galassia e, così facendo, diventare dannatamente ricchi.
E il piano, fino a quel momento, aveva funzionato alla grande.
“Brrrzzz… Ma ora qualcosa mette in pericolo tutto” pensò ad alta voce Petro, mentre Oleo scivolava giù dallo schermo e rotolava senza gloria ai piedi del cervello elettronico.
“Che cosa facciamo, CAPO?” eruppe Oleo, che aveva avuto sempre problemi di bipolarismo e di controllo del volume della propria voce.
“Chi c’è di sufficientemente furbo per stanare quegli intrusi?” si chiese Petro, e l’ornitorinco cominciò a scodinzolare con quella che, ve lo possiamo assicurare, non era una coda, anche se poteva sembrarlo.
L’attenzione di Petro venne richiamata da tutto quello “scodinzolare” e così disse: “Tu, Oleo? Ma se non saresti capace di trovare una scarpa di gomma nel cestino della merenda!”, frenando ogni entusiasmo. Poi ci ripensò e disse: “Ma forse sei sufficientemente pazzo da riuscirci. Raduna dieci parassiti, inoltrati nella foresta e portami gli intrusi, anche a costo di uccidere tutti i Cucci!”
“Agli ordini!” esplose Oleo che corse fuori dalla stanza.
“Brrrzzzt… Li prenderò, la mia missione non può subire interruzioni” pensò Petro e ricominciò a organizzare l’ennesimo carico di plastica e gomma da mandare su qualche pianeta omertoso della galassia.
***

La fiaba continua sul sito di PSS

La fiaba di PSS! è da considerarsi una collaborazione di sponsor tra Riccardo Dal Ferro e Italian World. 

il nichilista

Narrativa

C’era una volta un nichilista, portava sempre Seneca sottobraccio e non voleva mai parcheggiare l’auto dove le istituzioni avevano predisposto, questo nichilista era alto e magro con occhiali rotondi per astigmatismo ma aveva raschiato dalla montatura la marca del produttore perché credeva nella filosofia del NoLogo ed era fermamente convinto che dare i nomi alle cose fosse un peccato mortale, aveva sempre in bocca una citazione di Nietzsche o Cioran, ma alcune le aveva appuntate sul taccuino Moleskine per evitare accuratamente di fraintendere una parola con l’altra, e un giorno capitò, come capita ogni giorno a centinaia di migliaia di persone, di incontrare una ragazza che studiava giurisprudenza, che aveva un fondoschiena notevole, che aveva quel classico carattere delle ragazzette di provincia fatto di semplice inconsapevolezza e studiata timidezza che il nichilista aveva così apprezzato nelle vivide descrizioni degli scrittori sudamericani come per esempio Galeno o Bolano, e capitò che la ragazza trovasse attraente il nichilista mentre questi leggeva alcune poesie dentro un pub irlandese con la barba incolta sporca di schiuma di birra e la camicia gualcita come le palpebre del tizio ubriaco al bancone, e capitò infine che i due passassero una serata stupenda, lei senza bere un goccio di alcol ché la linea ne avrebbe risentito, lui sull’orlo di una sbronza colossale e gli occhi languidi e in bocca una citazione di Baudrillard che poi non avrebbe mai più ricordato, ma la nostra storia non finisce perché il nichilista, che studiava lettere moderne presso un’università fiore all’occhiello delle classifiche europee, aveva ferree convinzioni riguardanti il rapporto amoroso e non credeva per niente nella longevità di una relazione qualsiasi, tutto è effimero, tutto è fragile, niente ha importanza, e così passava intere serate spaparanzato sul divano di casa senza rispondere ai molti messaggi di lei che chiedeva di uscire, di rispondere, di darle retta, perché non aveva mai avuto il ragazzo e lui OH! l’indignazione a sentir quella parola, ragazzo, come fosse una bestia irrazionale da tenere al guinzaglio, così il nichilista passò molte ore della sua vita a digitare sullo schermo dell’iPhone alcuni tweet che dicevano cose come Ehi, baby, non sono il tuo ragazzo, Ehi, baby, il giorno in cui avrò un anello sarà quello in cui dio avrà vinto e devi sapere che dio è morto, e così continuava a dare poca importanza alla ragazza e però capitò che una sera lei gli facesse incontrare i genitori e la sorella, e il papà lo osservava di sottecchi, impaurito dal nichilista e dal suo aspetto poco futuribile, il papà pensava che No, non è un investimento sicuro, e la mamma tutta ornata di perle e collane, ah, la mamma, con le tette rifatte, lui la guardava e pensava quanto avesse ragione Seneca quando insultava le donne di bell’aspetto, quanto avesse ragione Schopenhauer quando insultava le donne di bell’aspetto e quelle di brutt’aspetto, e la madre gli porse la mano e lui non capì bene cosa fare e farfugliò un Salve poco convinto, e il papà rimuginò Ma come posso pensare che la mia bambina voglia spalancare le cosce davanti a questo derelitto? e la mamma pensò Spero che almeno abbia un’arma portentosa là sotto, guardatelo il nichilista, con la sua barba incolta e gli occhiali con la marca consumata, Che cazzone, pensò lei, ma la ragazza osservava il nichilista e pensò a quanto avrebbe voluto amarlo, lui osservava la ragazza e pensava a quanto fosse in imbarazzo, ma poi la storia nel suo procedere fece sapere al nichilista che il papà della ragazza possedeva una fabbrica e molte case, possedeva una catena di ristoranti e alcune ville, e la sorella era così brava a succhiarlo, così diversa dalla ragazza, così nichilista proprio come lui, che lui pensò Quasi quasi, e invece no, non poteva farlo perché quando il nichilista e la sorella si trovavano a letto, e lei aveva appena finito di lavorarlo come si deve, lui la guardò e pensò No, se io ora me ne vado con lei il giocattolo si rompe, e pensava a quelle frasi di Kafka e Musil, quelle sul tradimento e il sotterfugio, cercando una qualche giustificazione tra le righe di Sartre e Camus, ripercorrendo le citazioni costruite in una vita di nichilismo, la sorella lo guardava e gli baciava le pudenda, lui durante l’erezione decise che avrebbe sposato la ragazza per le cose del papà, sposerà la ragazza, lo pensò proprio mentre la sorella lo prendeva in bocca, pensò che con tutte quelle cose sarebbe stato felice, pensò che anche Seneca predicava la felicità anche se un angolo della sua mente gli suggeriva che non era proprio così, ma lì capitò qualcosa, un meccanismo scattò nel cervello e il nichilista iniziò a diventare qualcosa d’altro, strinse forte la mano del papà durante un invito a cena e si presentò in cravatta, il nichilista, e la ragazza lo guardava con rinnovata ammirazione, Sta cambiando per me, pensò lei, Ti fotto l’eredità, pensò lui, e il papà lo comprese bene, lo guardò dritto negli occhi, osservando quel macchinario che si muoveva nella mente, le citazioni di Nietzsche che se ne andavano, Seneca dimenticato d’un colpo, Cioran che si scioglieva come neve al sole, il papà capì tutto, vide il nichilista che si trasformava in razziatore, in opportunista, in ipocrita, lo comprese alla perfezione ma non disse nulla, guardò la figlia felice e le tette rifatte della moglie, guardò la figlia, guardò l’ex-nichilista e rivide se stesso quando pensava di dover mettere a ferro e fuoco il pianeta, quando pensava che l’unica salvezza fosse la morte, lui mica aveva letto Seneca ma non erano così dissimili loro due, e poi scoprì il denaro, aprì la fabbrica con un socio et voilà, adesso era un imprenditore tutto d’un pezzo e la figlia ammirava felice il nichilista che non era più un nichilista, e il papà vide d’un tratto tutta la loro vita, un fuoristrada regalato per il primo lavoro vero, via quei capelli lunghi, sempre la cravatta, lei con due figli a trentatré anni, lui manager tra diciotto mesi, via Nietzsche, via Seneca, via tutte le balle della filosofia, fai spazio al denaro piccolo paffuto rincoglionito, via tutte le schifezze sulla morte e l’insensatezza della vita, abbraccia il futuro e il successo, insemina mia figlia e fai sopravvivere i miei geni, piccolo figlio di una troia, e tutto questo lo pensò durante una fugace solida stretta di mano che cambiò una piccola porzione di universo futuro, impercettibile eppure visibile, una porzione in cui un nichilista si era trasformato, di lì a pochi mesi avrebbe sentito a un quiz televisivo la domanda Di chi è questa citazione? e quella citazione era di Seneca, ma l’ex-nichilista avrebbe guardato la TV rispondendo Che ne so io? perché allora gli sarebbe convenuto mangiare l’hamburger veggy e carezzare la pancia della ragazza incinta, la mattina successiva sarebbe dovuto andare al lavoro presso le assicurazioni il cui cliente più importante era il papà della ragazza e il problema del budget pretende Niente Studio, Niente Nichilismo, Solo Molti Sì. Nessun Dubbio, Dio è vivo.
C’era una volta un nichilista.