Darśana, tra Oriente e Occidente – 23/24/25 settembre

Filosofia, YouTube

Nella solitudine il solitario divora se stesso.
Nella moltitudine lo divorano i molti. Ora scegli.

F. Nietzsche

L’unico ātman dimora in ogni essere,
come la luna si riflette nell’acqua.
Egli è visto come Uno
o molteplice.
Amritabindu Upanisad

Chi è io, in mezzo ai molti?
Darśana è l’indagine che rivela, è il mostrare il punto di vista nudo sul mondo. Darśana è la consapevolezza di essere uno tra i molti, molti nell’uno. Darśana è domanda e ricerca, discernimento ed esposizione.

Darśana è anche il nuovo seminario che terrò insieme a Luca Sadhaka, esperto di discipline spirituali orientali, il cui lavoro è disponibile anche sul suo canale YouTube Da Grande Voglio Fare il Buddha.

Darśana è il tentativo di ricomporre l’infranto: tra individuo e universo, tra uno e molteplice, tra anima e corpo, tra mente e materia. Darśana è un percorso che cerca di fornire gli strumenti per affrontare questa spaccatura tra me, che sono il particolare, e il resto, che è l’universale.

Darśana si terrà nel weekend del 23/24/25 settembre 2016, presso Casa La Lodola a Savigno (BO), e saranno 48 ore da trascorrere insieme, in un contesto disteso e amichevole in cui apprendere le idee che, tra filosofia occidentale e pensiero orientale, possono aiutarci nel migliorare il nostro rapporto con noi stessi e con il mondo.
48 ore tra amici del sapere, che si ritrovano attorno a un falò per raccontarsi delle storie.

Tra seminari e laboratori, tra giochi e momenti di dialogo, Darśana è un progetto importante, il tentativo di ricomporre un altro dualismo arbitrario: quello tra Oriente e Occidente. E lo faremo grazie alla filosofia.

I posti a disposizione sono 25 e la partecipazione all’intero seminario ha un costo di 160 euro che comprende vitto e alloggio per l’intero weekend! La prenotazione è obbligatoria e le iscrizioni aperte da oggi!

Per informazioni e iscrizioni, scrivete a: dalferro.ric@gmail.com

darsana_flyer

Il Bosco nello Spazio – Un weekend con Rick DuFer e Adrian Fartade!

Narrativa

Accademia Orwell e Link4Universe sono lieti di presentarvi Il Bosco nello Spazio!
Il Bosco nello Spazio è un seminario sulla divulgazione scientifica e culturale che avrà luogo a Schio, in provincia di Vicenza, nel weekend del 13-14-15 novembre 2015!
L’ospite di eccezione di questa iniziativa è Adrian Fartade, che conoscerete per la sua attività di divulgazione scientifica sul suo canale YouTube e nel sito Link2Universe e il tema centrale del seminario è il rapporto tra la scienza e l’immaginazione! 

Racconto fino a 10

Narrativa

nascondinogiochiamo a nascondino?
io inizio a raccontare fino a dieci.

una, la volta che ci concederai di perderci, o almeno è quello che mi ero ripetuto, proprio perché l’uno non si ripete, l’uno è monotono, monografo, monogamo, monocromo. una volta per sprecarci tutto, una volta per ridarci le coordinate, una volta per ritrovarci senza aver avuto altre occasioni.
due, in una dialettica scansaequivoci, il bene e il male, il voglio e il posso, il vedo e il credo. due nulla che si incontrano, identici e senza pretese, due come gli occhi-lampadina, due come le mani cercapelle, due come le gocce che mi ricordo e dopo solo il silenzio.
tre, come quelle cose che non sono un numero. tre come trema, come trerremoto, come tremendo. tre, come le proibite dogane della perversione, tre come le asimmetrie in asimmetrìo. tre, come le cose che ti racconto senza muover bocca, tremando sotto un treno di occasioni mancate.
quattro, di lato in lato, cerchiando di far quadrare il cerco. le quattro, pesanti come un colpo, come dissero i quattro poeti di cui non racconto il nome. racconto fino a quattro e poi mi fermo, perché quattro sono i cieli, quattro le imperfezioni, quattro gli arti, quattro i nostri occhi.
cinque, rintocca il gong. cinque modi tutti nuovi per mimetizzarci: dentro le parole, poi sotto i piedi scalzi, poi in mezzo a ombelichi bagnati, poi sottolingualunga, cinque sottopelled’oca. cinque come le dita se mi prendi una mano sola, cinque come giro di boa constrictor imperator, lingua biforcuta, spire dolci, soffocamento erotico.
sei, e i luoghi comuni del numero che ricalca l’essere. sei ostinata, sei arrendevole? sei una domanda irrisposta. sei, desiderante frugante chiedente allunante frenetica irresponsabile. sei o non sei, questo è il dilemma. sei ancora lì che m’aspetti, in mezzo ai pianeti, oppure sei sprofondata a un confine che non so e che continuerò a cercare imperterrito? sei qui, volente o nolente o piangente.
sette, segrete, racconto il sette come si raccontano le cose indicibili. sette, e così bevvi per dissettarmi. sette come i desideri che ti disegnerei dentro, dopo averti aperta come un libro di sangue, rosso e splendente organigramma di tutto ciò che è terrestre. sette i luoghi che di te visiterei, assettandomi di nuovo, morendo di sette, raccontando di sette in sette gli zeri che mi cancelli di dosso.
otto, e con esso tutte le rime che amo così tanto. otto, come ogni osso rotto, inseguendoti in campo al mondo. otto, racconto con voce sommessa l’averti ricercata nei tuoi sopra e nei miei sotto: sotto la lingua, sotto la pelle, sotto le palle, sotto le unghie. non ti ho trovata, ma forse manca poco. otto sotto un tetto, oppure otto in cammino sotto la pioggia. otto.
nove, è proprio l’imperfezione dell’approssimazione, ancora troppo distante dal dieci, fin troppo vicino allo zero. è la tensione muscolare prima dell’orgasmo, il ricominciare senza aver cominciato mai, il ritirarsi delle parole e delle idee appena dopo la marea. nove, con quel vento di novità che ancora non spira, con quel desiderio irrisoluto di desiderio stesso, quel nove che è molto più di dieci, e meno di zero perché ancora niente è compiuto. nove, proprio il luogo in cui ci fermerei per fare l’amore che non c’è.
dieci. troppo tondo, anche se ti trovo. troppo pieno, anche se scompari. troppo vuoto, troppo grasso, troppo tronfio, troppo scontato. il dieci sa tutto non chiede più nulla. il dieci è il numero a cui si fermano tutti, e noi no. primo perché è ovvio. secondo perché è fermo. terzo perché è giusto. quarto perché è sano. quinto perché è bello. sesto perché è completo. settimo perché è santo. ottavo perché è perfetto. nono perché è pari. decimo perché è dieci.
quindi, vado avanti.
undici, come tutte le tue anime nascoste.

Scacchi matti

Narrativa

scacchiA raccontar gli scacchi ci si perde la testa, dice il re decollato.

E raccontarvi com’è che il sovrano ha perduto il cranio puntuto, cristianissimo bardato di croce cattolica bucolica? Com’è raccontarvi la guerra de’ scacchi, scrivendo senza malizia il vicendevole massacro de’ pedine innocenti?

C’è il re-scacco da metter nel sacco, matto direte, e invece no: pigro e goffo, di passo in passo girovago tra i quadri, ma non sa nulla di musei. Eletto da nessuno, perfetto per nessuno, sovrano per divin diritto, ma dir retto è dir troppo. Balza per arroccarsi, ma non divampa d’emozione per i Rolling Stones, come quelli che al rock arsi. Per salvarsi la pellaccia mette tutti in allerta, e questo è il realismo del re stracco: sacrifica persin la sacra fica per salvar il pisello regal.

C’è la regina-scacco, temuta e muta, ritta e zitta, mossa da estinto materno, pronta a divorare pure i figli. Lei non allatta ma allotta, non infonde amore ma diffonde timore. Eppur, con tutta quest’amazzone dominanza, ancor se ne sta all’ombra del sovrano coglione, in attesa dello scacco scemo, puntuale come l’arrocco.

Gli alfieri, obliqui ubiqui, fieri in fieri di agonale agone, agonizzanti alla gonna della regina-scacco, proteggano dall’oltraggio la regale famiglia, sacrificando sguardi di traverso, strategie oblique, diagonali frenesie.

Poi il cavallo, che di cavillo in cavillo disegna elle e balza sulle teste-scacco di amici e nemici. Nutrisce l’attacco e nitrisce d’arrocco, scalpita di morte ma capita che muoia. Il cavallo, di saltello in saltello sorvola avversario e fratello, sopra loro vola e caca, scavalcando cavallo e cavaliere, ma con mestiere.

Torre d’avoir-faire di verticale orizzonte, s’arrocca tarocca granitica e salvifica. La torre non corre, accende il motorre e rotola ben dritta, così l’han scritta. È dura, è pietra, ma un piccolo pedone la può sgambettare: lei stramazza, s’ammazza, rovina, scontrosa, sfrantuma di puzzle, in scacco pazzo di pezzi grezzi.

Il pedone, clone di cloni, figlio dei figli di nessun sovrano, prima linea, scacco da macello, nano di letame letale. Meno importante d’uno scarafaggio, sarà saggio? Eppure, eccolo duellare con cavalli, cavilli, alfieri fieri e inferi torrebondi. Eccolo, dal basso all’alto, dal fondo al tetto del mondo. Eccolo, il pedone, che nessuno ama perché sarebbe pedofilo. Eccolo, il pedone scavezzascacco, infingardo, imprevenibile, sotterfuggino! Eccolo, sbalza scalza contro ogni previsione! Eccolo, infilza la smilza, destituisce chi nitrisce, aborre la torre, trafigge e sconfigge, sfiora l’alfiere l’ammazza lo strazia!

Eccolo, un quadro alla volta insegue il sovrano, che canta d’affanno e grida spaura! Eccolo, il re-scacco quasi nel sacco, corona sul pacco sudore sfiancato!

Anarchico pedone” urlacchia il reietto, “brutal nanaccio” sbraita lo scostumato! Eppure il nanaccio persiste insiste esiste, un quadro dopo l’altro, e non c’è arrocco che tenga, non c’è regina che venga! Eccolo, il pedon pedone lancillotto in pugno e sguardo assanguato nell’occhi! Avanti, brutal scherzetto di natura balorda, taglia e non ricuci, decapita e non incolla, sventra e non rammenda! Ché pur nello scacco il re è della stessa tua materia: merda!

Eccolo, pedoncin coraggioso, ultimo baluardo del popoletto tutto, colla lama giocosa s’incula s’infila si scotenna il sovrano, ed ecco lo scaccomatto, ecco lo scaccoculo, ecco il culomatto del sovrano impalato!

La scacchiera sta in silenzio, insanguinata di bluastro plasma. Solo il pedone nanaccio infingardo, solo lui reietto resta in piedi dopotutto. Le torri son crollate, i cavalli falciazzati, l’alfiere decollato, la regina martoriata, il sovrano sbandierato.

E ora, a te la scelta: ribadir la follia innalzando un nuovo re, per dissanguare un altro mondo a colpi di scaccopazzo, o camminar lontano, l’onta no, non la puoi vivere ancora.

Scacco dannato bruttone assassino, fai la tua scelta: se morir da suddito pedone o vivere da libero scacco infingardo.

Non ti resta che la testa, calva e scolorita.

Non ti restan che la scelta, la rabbia e questa vita.

***

(inizialmente pubblicato qui)