The Post e il Giusnaturalismo

A che cosa serve un governo?

La risposta data dall’ultimo film di Steven Spielberg è piuttosto chiara: a proteggere il diritto di informare, anche a costo della sua sopravvivenza. Si tratta di un cambiamento avvenuto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, che però ancora oggi fatica a venir recepito. Il ruolo dello Stato, dopo i totalitarismi che hanno devastato il Novecento, non è più quello di perpetuare se stesso oltre ogni ragionevolezza, ma quello di ergersi a ultimo baluardo contro chi minaccia il diritto naturale delle persone alla libera espressione e al libero pensiero.

The Post racconta la vicenda che vide protagonisti i dirigenti e direttori del Washington Post nel momento in cui si rese necessario pubblicare documenti secretati dallo Stato inerenti la guerra del Vietnam. In questi documenti Top Secret, emergeva chiarissima non solo la consapevolezza della classe politica, da Lyndon Johnson a John Kennedy, che la guerra era perduta, ma la volontà di utilizzarla a scopi politici, mandando di fatto al macello inutilmente centinaia di migliaia di giovani americani.
E il fulcro della storia sta tutto nel momento in cui la fonte di tali documenti chiede a uno dei giornalisti del Post: “Andresti in galera per far finire la guerra?”
In questa frase c’è tutta la contraddizione contemporanea del ruolo dello Stato: esso dovrebbe proteggere l’incolumità e la libertà dei suoi cittadini, ma al tempo stesso usa la guerra per perpetuare il proprio apparato burocratico. E quando il governo diventa troppo forte, ecco che il potere giudiziario potrebbe seguire le sue orme, incarcerando chi svela alla popolazione la verità.

In ultima analisi, The Post cerca di far emergere quello che realmente è il ruolo della stampa nei confronti del potere: essa, come si dice nel film, “non è al servizio di chi governa, ma di chi è governato” perché l’unica risorsa indispensabile al funzionamento di una democrazia è l’informazione. E quando esiste un’entità che usurpa la prerogativa di fruire liberamente dell’informazione, tenendone nascosta una parte per qualsiasi motivo, come per esempio attraverso l’insensato concetto di “Segreto di Stato”, in quel momento la democrazia fallisce e lo Stato diventa davvero Leviatano.

The Post è insomma un film da vedere, attuale nella critica che viene fatta tanto alla politica quanto alla stampa, nelle deviazioni che stanno prendendo in questi ultimi anni. The Post parla in maniera efficace del giusnaturalismo, ovvero della corrente di pensiero secondo la quale esiste, al fondo del diritto costruito dagli uomini, un diritto più fondamentale, innegabile, naturale, che è la libertà di sapere e di parlare. E se un governo, uno Stato, un giudice tenta di toglierci questo diritto, semplicemente non ci riuscirà: il diritto naturale non lo può togliere un uomo, né un uomo può toglierlo a se stesso. Esso sopravvivrà anche nella più profonda delle prigioni.

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Il caso Filippo Facci

Un video su Odio, Opinione e Libertà d’Espressione

facci

BUFALE BEYOND: oltre il concetto di Fake News

La diffusione di falsità è senza ombra di dubbio il vero problema del nostro secolo.

Ben più grave di altri fenomeni come il cyber-terrorismo o il digital divide, la diffusione forsennata e apparentemente incontrollabile della menzogna rappresenta la minaccia reale alla nostra democrazia.

Si va da fenomeni apparentemente ridicoli come la convinzione che la Terra sia piatta e sovrastata da una cupola di vetro chiamata “cielo”, a più che preoccupanti manifestazioni come ad esempio la colossale balla secondo cui il retrovirus HIV non sia la causa della sindrome da immunodeficienza conosciuta come AIDS. Si va dall’ironizzare sulle scie chimiche allo spaventarsi per il calo nelle vaccinazioni (scese di 3 punti percentuali sulla popolazione d’Europa dal 2012, dato mai riscontrato prima).

La soluzione finora adottata è duplice: il debunking da una parte, ovvero il necessario lavoro giornalistico e non di pubblicare rettifiche, smentite e fonti per “smontare” sistematicamente le bufale diffuse in rete; l’intervento sulla monetizzazione dall’altra parte, che impedisce ai siti produttori di bufale sistematiche di guadagnare denaro dal proprio oscuro mestiere (se di mestiere si può parlare).

Ma il problema, ben lungi dall’essere arginato, sta in realtà esplodendo sempre di più, fino ad arrivare all’elezione di un presidente degli Stati Uniti d’America che ha basato parte della propria campagna elettorale sulla produzione attiva di false notizie e bufale.
Credo che, arrivati a questo punto, sia chiaro che le soluzioni fino a questo momento adottate non sono solo insufficienti, ma possano essere considerate addirittura contrarie rispetto alla vera soluzione del problema.

Analizzando un po’ più a fondo la forma mentis che permette a certe notizie di diffondersi a gran velocità, ci accorgiamo che la tendenza seguita è quella di informarsi per confermare la propria visione del mondo. Tutti noi siamo caduti in questa rete: cercare non informazioni che contraddicano o mettano in discussione le mie convinzioni, ma circondarmi di cose, prodotti e persone che confermino il fatto che ho ragione. Chi di noi non ha manipolato la realtà almeno una volta per sentirsi più a posto con le proprie idee? Questa è una tendenza estremamente presente in tutti noi, come se la realtà fosse lì solo per darci ragione, come se il mondo non sapesse più “resistere” alla nostra opinione.

Cosa è accaduto però con il web?
Facile: gli algoritmi di Facebook e Amazon, di Google e Youtube, sono costruiti per assecondare e ampliare a dismisura questa tendenza che definirei senza vergogna malata. Prendiamo il caso di Amazon. Un tempo, entrare in libreria significava scontrarsi con una montagna di libri diversi da ciò che fino ad allora avevo letto, e se volevo davvero trovare qualcosa che fosse affine ai miei gusti dovevo spesso rivolgermi al libraio (il quale, molto sapientemente, mi avrebbe indirizzato verso qualcosa di simile ma differente da ciò che avevo in mente). Insomma, la libreria era uno scontro con la diversità.
Oggigiorno, quando acquisto un testo su Amazon, ecco che il suo algoritmo mi mette di fronte a ogni cosa affine (se non identica) a ciò che ho letto in precedenza. Entrare nella libreria di Amazon significa perciò neutralizzare la diversità, e se qualcuno non è abbastanza attento a questo meccanismo, finirà per impoverire enormemente il proprio bagaglio culturale.
Questo avviene tanto per i “terrapiattisti” quanto per uno studente di biologia: il web ha permesso di costruire quelle che vengono chiamate “Echo Chamber”, ovvero stanze protette a immagine e somiglianza della nostra opinione sul mondo. Se sono un appassionato di Christopher Nolan e desidero veder confermata la mia opinione secondo cui Nolan è il miglior regista della storia, mi basteranno tre click per circondarmi di cose, persone, opinioni e idee completamente in linea con la mia visione. Entrerò in un gruppo Facebook che mi farà sentire “dalla parte giusta della storia” e mi sarà difficilissimo, anche se lo volessi, entrare in contatto con qualcuno che proponga una visione alternativa (rendendomi difficile scoprire per esempio nuovi registi che mi facciano cambiare opinione).

Peggio: se sono un appassionato di debunking, rischio di costruire la mia “Echo Chamber” personalizzata, in cui finirò per parlare e conversare esclusivamente con persone che già sono propense ad ascoltarmi e fornirmi informazioni a sostegno della mia visione, contraddicendo lo spirito stesso del debunking, che dovrebbe essere quello di scardinare il campanilismo e far cambiare opinione a chi crede nelle falsità! 

Allora, il problema va oltre la BUFALA e va affrontato filosoficamente e culturalmente. Non serve solo una riforma attiva degli algoritmi che ordinano il web (Google dovrebbe prendersi il rischio di mettere le persone ANCHE di fronte a opinioni e gusti diversi e non solo fornire ciò che già vogliono trovare), serve anche una riforma scolastica che abitui i ragazzi a non chiudersi nelle proprie casse di risonanza, permettendo loro di sviluppare la sana curiosità di confrontarsi con chi non la pensa allo stesso modo. Scardinare le “Echo Chamber” non passa (solo) per la smentita e il debunking, perché senza un movimento culturale alle spalle che ci permetta di rompere i confini immaginari della nostra personale prospettiva, il debunking fallirà miseramente nell’autoreferenzialità.

Chi volesse approfondire l’argomento, troverà la giusta occasione al mio nuovo seminario DE-POST: libertà di espressione e censura nell’epoca della Post-Verità, che si terrà vicino a Padova e Bologna nel weekend del 3-4-5 marzo. Un’occasione per comprendere meglio il problema e per acquisire nuovi strumenti utili per affrontarlo in modo consapevole.

La nostra democrazia si gioca sull’informazione e, come diceva De Tocqueville, “una democrazia sana poggia le proprie fondamenta su un’informazione libera e a disposizione di tutti”.
Ma che democrazia diventa, quando l’informazione libera e disponibile è falsa?