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Scrittura Creativa su YouTube: Lezione 4

Continua l’avventura della mia prima classe virtuale nel mio corso di Scrittura Creativa su YouTube!

In questo quarto appuntamento Live, arriva il turno del Re dell’Orrore: Howard Phillips Lovecraft! Come si racconta qualcosa che non esiste? Ma ancora di più: come si racconta qualcosa che non ha il linguaggio adatto per essere raccontato? Tra i mostri di Lovecraft, cercheremo di capire qual è il rapporto tra linguaggio e realtà, in letteratura!

Tra teoria ed esercizi, ci possiamo vedere in Live mercoledì 15 giugno alle 20.30 sul mio canale YouTube! Non mancate!

Per iscrizioni (sotto trovate le quote e il programma), clicca QUI!
Per info: dalferro.ric@gmail.com
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Vi ricordo che non è tardi per iscrivervi, anzi: c’è ancora la possibilità di recuperare in differita le prime tre lezioni e, nel caso, di iscriversi per l’intero ciclo di lezioni che ci terrà incollati alla creatività fino a fine luglio!

Una Serata Dedicata a Lovecraft!

thumb-350-236755Questa sera YouTube si fa catacomba, antro oscuro, mostra di atrocità.
Dalle ore 21.00 ci vediamo in diretta streaming sul mio canale per parlare di mostri e misteri, ignoto e terrore, in una serata buia per parlare della letteratura, del pensiero e delle paure di H.P. Lovecraft!

Non mancate!

La paura del fantasma

Schermata 2015-04-04 alle 21.00.27Farsi sorprendere a braghe calate non è l’idea del secolo.

Ma peggio di questo c’è il farsi sorprendere a braghe calate dal fantasma di tua moglie mentre Rita te lo sta lavorando alacremente. Questa è decisamente la peggior idea del secolo.

Guardate Carlo Vinti che inciampa e cade faccia sull’erba, mangia terra e il pisello ancora eretto gli si conficca nel fango umido di pioggia mattutina. Rita se la squaglia andando a zig zag, la bocca ancora impastata e affaticata, il cimitero tutt’intorno ulula e protesta per il mancato rispetto del riposo eterno. Ma come fai a chiamarlo riposo eterno se questi stronzi si svegliano e cercano di pigliarti per il colletto?

Carlo Vinti si rialza, ancora non è riuscito a tirare su i pantaloni, ad allacciarsi la cintura, quella maledetta trippa di birra e patatine avrebbe dovuto smaltirla come si era ripromesso, ma dopo che Maddalena era morta, dopo che il finto lutto lo aveva abbandonato, dopo che il lavoro aveva ricominciato a funzionare, aveva incontrato Rita e l’unico hobby era guardare la sua bella testolina andare su e giù mentre lui ingollava alcol e schifezze.

Quale uomo rifiuterebbe un paradiso come quello? Così cerca di giustificare l’ingiustificabile il povero Carlo Vinti, mentre incespica su una radice e cade rovinosamente su una lapide lì accanto. “Marta Costina, 1965 – 2010, tanto amata quanto rimpianta”, così recita l’epitaffio, Carlo pensa di essersi rotto la spalla contro quella grandissima puttana di roccia, no, non tu Marta, tu non sei una puttana, almeno credo.

“Come hai potuto, brutto bastardo?”

La voce di Maddalena giunge forte e chiara alle orecchie del povero diavolo. Eh no, che cazzo stai dicendo? Tu sei morta, morta ti ho detto! Che mondo è quello in cui una morta non se ne sta sottoterra? Me lo dite? Che cazzo di mondo è quello in cui uno non se lo può far succhiare in santa pace perché una defunta viene a rompere le palle? Eh? Me lo dite?

A qualche decina di metri di distanza la voce di Rita continua a cacciare urla isteriche, frasi disconnesse in cerca di una via d’uscita, ma il cimitero sembra essersi risvegliato, l’apocalisse è qui, tutti alzano il culo schiattato dalla tomba e cominciano a sgranchire l’ectoplasma.

“Sei un brutto fetente, ecco cosa sei!” sussurra il fantasma di Maddalena, mentre Carlo tenta di rialzarsi in piedi senza successo. Ricade pesantemente, il braccio è rotto per davvero, che cosa mi accadrà adesso? Devo passare al contrattacco!

“Tu non sei vera! Io sto sognando, ecco!”

“Non stai sognando, pensavo di sognare io quando ti ho visto portare quella troietta proprio sulla mia tomba! Sei impazzito?”

“Io… io sono vivo e i vivi fanno quello che gli pare, hai… hai capito?”

Rita viene sollevata da terra da forze misteriose, urla come un ossesso ma non c’è anima viva nell’arco di centinaia di metri, il comune ormai non ha più soldi per pagare un guardiano ed è proprio per quello che Carlo, sbronzo di birra e wishky, aveva detto a Rita: “Andiamo a scopare sulla tomba di mia moglie, sarà divertente!”

Divertente? Che idea del cazzo. Devo piantarla con la birra, dannazione, “anche perché la birra mi fa venire le allucinazioni, tipo te! Tu non esisti! Tu sei morta!”

Rita viene scagliata da una parte all’altra del cimitero, alcuni spiriti la stanno usando come un pallone da gioco: viene lanciata da un lato all’altro di quel luogo sinistro, lei ormai è svenuta dallo spavento, i fantasmi si divertono come pazzi a trattarla come una marionetta priva di vita. Guardate Rita che rotea nell’aria e viene abbrancata da forze invisibili, fino a pochi minuti fa stava perpetrando il pompino migliore della sua carriera e ora vola, Rita vola nella notte piena di spettri.

“A me stava pure bene vederti scopare quella sciacquetta in casa nostra, anche se forse hai superato troppo in fretta il lutto, ma portarla qui… QUI, mascalzone maledetto!” e lo spirito di Maddalena si scaglia verso Carlo Vinti attraversandolo da parte a parte, lui sente un freddo glaciale che gli rovescia gli intestini, gli stringe il cuore e i polmoni, gli riduce sensibilmente la capacità digestiva e respiratoria. Un conato di vomito sale ma viene fermato dall’esofago che si stringe, le corde vocali vibrano terribilmente, il pisello sembra ritirarsi fin dentro le budella tant’è lo spavento e il freddo che lo pervade.

“Che… che… che cosa… cosa hai fatto?”

“Assolutamente niente, io non faccio niente, io sono morta, non ti ricordi?” risponde lo spettro di Maddalena, mentre dietro di lei Rita volteggia incosciente nel cielo sopra il cimitero vuoto. Ci sono le stelle, c’è il silenzio, ci sono i fantasmi e poi c’è Carlo che si piscia addosso, almeno un po’ di calore tra quelle cosce raggrinzite dal gelo e dalla sconfitta.

Che idea del cazzo, portare la propria amante sulla tomba della moglie. Che idea del cazzo risorgere da fantasmi per far rimpiangere a tuo marito il fatto di avere delle gonadi. Carlo e Maddalena sono attraversati da medesimi pensieri, ma non lo sanno. Entrambi hanno paura, guardate la paura del vivo, fatta di sudore, tremiti e fiato corto, e guardate la paura del fantasma, fatta di niente, di pensiero, di trasparenza. Due paure così diverse, eppure così simili.

I fantasmi alle spalle (se quelle sono spalle) di Maddalena sbagliano mira e Rita cade rovinosamente sulle tombe, dalla ragguardevole altezza di quindici metri. Il suono di ossa spezzate e cranio fracassato non promette nulla di buono, gli schizzi di sangue che fanno capolino sul luogo di caduta promettono di peggio.

“Ragazzi, ma siete stupidi? L’avevamo detto: niente violenza!”

“Scusa, Maddalena…” rispondono alcune voci che però non sono voci, sono spettri. Ma tanto, cosa volete capirne voi?

La sirena della polizia giunge all’orecchio di Carlo, forse qualche incauto viandante ha sentito le urla di Rita e li ha chiamati, lui guarda d’istinto Maddalena: “Amore mio, lo sai quanto sei import…”

“Stai zitto, non credere che io ora ti aiuti a fuggire. Questo è quello che ti meriti. Addio, imbecille!” e scompare, insieme a tutti gli altri spettri.

Carlo Vinti fu condannato a quindici anni di carcere per l’omicidio di Rita Crocesi, con l’aggravante di crudeltà e violenza inaudita. Il cadavere era praticamente squartato e spezzato in più punti e fu ritrovato in un cimitero insieme al suo assassino, cosa che aveva fatto pensare a un rito satanico a sfondo sessuale (sperma dell’assassino era stato trovato nella bocca della vittima, forse inizialmente consenziente).

L’avvocato di Carlo Vinti si dimise dopo che il suo assistito aveva ripetuto alla corte che si trattava di una storia di fantasmi, era la vendetta di sua moglie, Maddalena Gelmo in Vinti, “1971 – 2014, nel ricordo del tuo amato Carlo, eternamente abbracciato a te”, così diceva il suo epitaffio.

Nella sua tomba, il dubbio di aver esagerato colse più volte lo spettro di Maddalena. Ma si sa, a nessun vivo importa nulla dei rimorsi di un fantasma.

 (racconto inizialmente pubblicato qui)

storia dei morti

Schermata 2015-03-24 alle 15.08.38come in una storia di vendetta, erano tornati.
erano tornati con i volti lisci di un tempo ed erano i soldati falciati durante la guerra d’indipendenza, durante le scorribande partigiane, durante un attentato bolognese, e non volevano ritornare. tutti sapevamo che prima o poi sarebbero tornati, ma eravamo troppo occupati a dimenticarcene. eravamo troppo indaffarati a illuderci della vita per pensare ai morti, eppure loro sono ritornati, riversandosi da un qualche sbrego nel mondo, qualche squarcio improvvisato nello spaziotempo, tracimando fuori dal bordo che separa l’universo di qua da quello di là. erano tornati con passi lenti e diffidenti, senza prestare attenzione a tutto ciò che era cambiato. erano i bambini squarciati da una granata e le madri suicide sotto il sole afghano. erano le vittime delle persecuzioni cristiane ed erano gli schiavi deportati in egitto. venivano da un luogo che i vivi avevano rimosso, un luogo appena di là della coda dell’occhio, un posto che riposa in un’ombra timida sempre pronta ad aprirsi come una fica ancestrale per mettere in comunicazione universi paralleli. erano tornati, ma non avrebbero mai voluto.
vennero dai boschi e noi come avremmo potuto riconoscerli? noi eravamo gli impiegati di banca, gli strozzini, i muratori e le maestre di scuola, loro erano gli aztechi, gli ebrei, i militari di iwo-jima, gli assediati di nanchino. erano i dimenticati, i senza nome, i rinchiusi. chi avrebbe mai detto che quelli erano i morti? erano diversi da come ce li immaginavamo: non erano decomposti né mutilati, erano perfetti come avrebbero dovuto essere per sempre, anche se quel “sempre” era un concetto incomprensibile nell’universo dei vivi. era come se qualcuno avesse spalancato una porta socchiusa senza avvisare, una porta che dai boschi lasciava strada libera ai morti che attraversarono le strade in cerca di una risposta della quale non avevano la domanda. erano i morti e noi eravamo i vivi ed era tutto troppo terribile per avere paura. i morti non parlavano, si guardavano intorno, ci guardavano negli occhi e noi non riuscivamo a sostenerne lo sguardo. ci osservavano come se avessimo qualche colpa, e certo eravamo colpevoli ma non sapevamo di che cosa. noi eravamo gli idraulici, i vigili, i respiranti bambini di una scuola elementare, loro erano i massacrati della storia, i defunti delle guerre, i dilaniati delle ingiustizie. erano i bambini gasati, violentati, stuprati, bruciati. erano le donne carbonizzate, sventrate, i padri torturati, appesi, spellati. erano i proletari ingabbiati morti di fame, ma tra loro non si vedevano gli imperatori decapitati della storia. erano i morti ed erano perfetti ed eterni, mentre scendevano la montagna. erano silenziosi e ci avevano rubato le grida. erano quieti e ci avevano sottratto il terrore. avevano volti dolci anche se erano stati decapitati e la loro pelle era liscia e soffice anche se erano stati messi al rogo. non avevano ustioni né menomazioni, nonostante fossero i figli del vietnam su cui era stato riversato il napalm, non avevano mutilazioni né ferite, nonostante fossero i bambini del congo squartati e impalati. era come se il mondo si fosse fermato nel momento in cui i due universi avevano collimato, spaccandosi in due e mischiando le carte dell’eternità con quelle della finitezza. era tutto come in sogno, ma sapevamo che prima o poi sarebbero tornati. erano i morti devastati ma la loro perfezione ridicolizzava la violenza dei vivi. “il popolo degli specchi ritornerà, romperà le cornici e uscirà dai confini in cui l’abbiamo relegato, e allora avrà la sua vendetta” aveva scritto borges, e c’era persino lui in mezzo alla folla, con il suo tweed e il bastone e il cappello, ma non era cieco, ci vedeva lungo un miglio. era morto, era uscito dagli specchi. era una vendetta, ma loro non l’avevano richiesta, non l’avevano voluta. erano risorti, ma non c’era alcuna salvezza nei loro occhi. erano eterni, eppure fragili. erano i morti, camminavano sommessamente per le vie del nostro piccolo pianeta e da allora, senza spargimenti di sangue, l’umanità ha smesso di parlare. era un corto-circuito, era una violazione del diritto universale, così insopportabile da lasciare ogni uomo, vivo o morto, senza parole.
ci siamo lasciati tutti morire senza speranza e senza paura, e l’apocalisse è arrivata senza far rumore.