Un Filosofo in Azienda – Thiene, 4 luglio

Chi ha detto che con la filosofia, la letteratura e le scienze umane non si possa lavorare? Sono sempre di più le aziende e i professionisti che si rivolgono a questi background formativi per risolvere problemi e trovare soluzioni.

Il luogo comune secondo cui “le scienze umane sono l’anticamera della disoccupazione” ha fatto il suo tempo. In un mondo dove il business cambia velocemente, le competenze e il valore rappresentati da un laureato in filosofia, letteratura, scienze politiche o scienze della comunicazione sono sempre più richiesti.  Continua a leggere “Un Filosofo in Azienda – Thiene, 4 luglio”

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Un Filosofo in Azienda (08.05.18)

Martedì 8 maggio alle ore 20.30 avrò il piacere di tenere un’importante conferenza sul rapporto tra scienze umane e mondo del lavoro. Un’occasione tanto per coloro che hanno intrapreso un percorso di studi umanistico e vogliono conoscere le opportunità che questo mondo riserva loro, quanto per professionisti ed aziende che desiderano comprendere quali valori e competenze un laureato in filosofia, lettere, scienze politiche e simili può portare alla loro attività.

Chi ha detto che con la filosofia, la letteratura e le scienze umane non si possa lavorare? Sono sempre di più le aziende e i professionisti che si rivolgono a questi background formativi per risolvere problemi e trovare soluzioni.

Il luogo comune secondo cui “le scienze umane sono l’anticamera della disoccupazione” ha fatto il suo tempo. In un mondo dove il business cambia velocemente, le competenze e il valore rappresentati da un laureato in filosofia, letteratura, scienze politiche o scienze della comunicazione sono sempre più richiesti.

Durante questa conferenza parleremo delle opportunità che la formazione umanistica offre al mondo del lavoro e cercheremo di far incontrare professionisti di vari settori che vogliano conoscere meglio come poter sfruttare le competenze di chi si è laureato in questo campo.

La conferenza è gratuita e aperta a tutti e si terrà a Schio, presso Megahub!
Per informazioni: accademiaorwell@gmail.com
QUI l’evento Facebook.

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MARTEDÌ SBERLE: la Libertà senza Lavoro

Le parole “lavoro” e “produttività” sono spesso associate, ma non viene quasi mai esplicitato che cosa il lavoro produca effettivamente. Perché se è vero che da un lato il lavoro produce merce, servizi e possibilità, dall’altro questo non risolve la questione di che cosa sia effettivamente il lavoro. Anche la mafia produce: disperazione, dipendenze, cadaveri; anche la politica produce: privilegi, sotterfugi, idiozia. Ma mafia e politica non sono “lavoro” nel senso stretto del termine.
Infatti, ciò che il lavoro produce effettivamente è libertà.
Questo potrà suonare alieno alle orecchie di coloro che sono stati convinti di come il progresso umano debba corrispondere all’emancipazione dal lavoro, di come quest’ultimo sia prima di tutto schiavitù, anche quando viviamo nella zona ricca e fortunata del mondo. Ma il lavoro è strettamente (e filosoficamente) produzione di libertà, in un senso molto preciso. Per comprenderlo dobbiamo tornare indietro di molti millenni e osservare la formazione delle prime comunità umane basate sulla divisione dei compiti e sulla specializzazione del lavoro. Questi primi uomini, molto più intelligenti della maggior parte dei miei contemporanei, avevano compreso una cosa importante. Se io miro all’autosufficienza sono un uomo morto. Se in una stessa giornata, contando sulle mie sole forze, dovessi procacciarmi il cibo, costruirmi gli strumenti per farlo, abbeverarmi senza finire avvelenato, difendermi da freddo o caldo, bestie o sfortuna, intemperie o malattia, cercare o costruire un riparo che mi permetta di sopravvivere durante la notte, non durerei poi molto su questo pianeta. Ma soprattutto, la mia sarebbe una vita ben miserabile poiché non avrei mai la possibilità di stendermi su un prato a osservare le stelle o a comporre una musica. Se invece metto da parte l’autosufficienza e decido di specializzarmi nella caccia e pesca, e parte del mio tempo libero lo dedico a relazionarmi con coloro che possono fornirmi gli altri strumenti, capacità, tempo e conoscenze che soddisfano tutti i miei bisogni, allora forse posso farcela. Ci sarà qualcuno specializzato in erbe medicinali che in cambio del mio pesce (ne avrò pescato in gran quantità, ben al di sopra del mio fabbisogno personale) curerà la mia ferita; ci sarà qualcuno che si occuperà di addestrare altre persone adibite alla difesa del territorio e lo farà in cambio del cibo che io procaccerò insieme ai miei soci; ci sarà qualcuno che provvede alle vesti, alla raccolta, all’acqua, e così via. Il mio lavoro insomma mi permetterà di acquisire la libertà di non fare tutte quelle cose, potendo contare sull’altrui abilità.
Allo stesso modo io posso coltivare le mie passioni perché il tempo non dedicato al mio lavoro, ovvero la filosofia, non è vampirizzato dalla necessità di procacciarmi il cibo, trovare l’acqua per bere e lavarmi, costruire un tavolo su cui annotare le cose da fare domani, cucirmi delle calze per non ferirmi i piedi. E questo lo posso fare perché delle persone hanno riconosciuto nella mia specializzazione, ovvero la filosofia, un valore che possono scambiare con qualcosa che è prodotto dal loro lavoro, ovvero il denaro. Senza questo reciproco riconoscimento, senza questo interscambio che si basa sulla specializzazione, non ci sarebbe l’umanità.
Perciò, nella giornata dei lavoratori io festeggio la libertà. E penso a tutte quelle persone che oggi, per eventi sfortunati o mancate occasioni, non hanno un lavoro. Spero che tutti voi, contando sulle vostre capacità, possiate trovare o costruire un lavoro che metta al servizio di tutti i talenti, le attitudini e i valori che portate con voi stessi. E penso a tutte quelle persone che disprezzano il lavoro che fanno, perché non rappresenta le loro capacità, le loro attitudini e il loro valore, e spero che abbiano la forza di cambiare in fretta la loro condizione. A tutti voi l’augurio di trovare il modo di lavorare mettendo a frutto ciò che siete, ritagliandovi (“comprandovi“) quel fazzoletto di libertà che ogni essere umano può fare proprio. E penso a tutti quei rincoglioniti che considerano il lavoro come una schifezza, una schiavitù, un’aberrazione, solo perché forse non hanno la voglia di mettere a disposizione se stessi, o perché non hanno alcun valore da scambiare con gli altri, e mi vien da ridere a pensare che si indigneranno sotto a questo articolo commentando con la tastiera di un computer o uno smartphone, che sono il frutto della specializzazione di migliaia di uomini che lavorano al fine di concedere loro la libertà di dire le stronzate che pensano.
Una carezza a voi, io torno a lavorare.

Un’idea abominevole

Non lasciatevi ingannare: ciò che viene spacciato per “Alternanza Scuola-Lavoro” non ha nulla a che vedere con la particolare relazione che dovrebbe instaurarsi tra un percorso di studi e la scelta della propria occupazione.

Ciò che viene spacciato per “Alternanza Scuola-Lavoro” è nient’altro che la necessità, da parte di una generazione dirigente che ha fallito in quasi tutti i propri obiettivi, di ribadire la propria egemonia su chi non ha potere contrattuale né voce in capitolo. Qui non si tratta certo di “insegnare che cosa significa lavorare” poiché il lavoro non è obbligare un giovane di grandi speranze a friggere patatine o fare fotocopie per settimane, il lavoro è la manifestazione concreta del proprio progetto di vita, la direzione che un uomo e una donna vogliono imprimere alla propria esistenza per realizzarsi e raggiungere la felicità.

Questo abominio chiamato “Alternanza Scuola-Lavoro” viene passato per “formazione”, e come tale si pretende essere persino gratuito. Ma io credo che il dovere morale verso se stessi imponga a ogni individuo di rifiutare categoricamente la gratuità del proprio tempo, soprattutto quando speso a vantaggio di altri e soprattutto quando quel tempo è sottratto coercitivamente: il tempo della vita di un giovane vale molto più di qualsiasi decrepito decreto emanato da qualche parruccone bisognoso di qualcuno che lo sollevi da quella terribile sensazione di impotenza di fronte a un mondo che cambia rapidamente.

Ciò che spacciano per “Alternanza Scuola-Lavoro” è il tentativo di abituare la mente dei giovani a un concetto tra i più abominevoli mai prodotti dall’uomo: non puoi scegliere cosa fare della tua vita, arrenditi all’inevitabile, accetta l’inaccettabile e sii docile, ma soprattutto ringrazia questo branco di vecchi scheletri dell’opportunità che ti sta dando, l’opportunità di regalare il tuo tempo a persone che non gli daranno valore al fine di farti diventare un vitello sforna-tasse il cui unico compito sarà quello di sostentare una generazione di mantenuti, di falliti, di parassiti, gli stessi che oggi ti ordinano di friggere patatine e fare fotocopie anche se stai studiando per diventare scrittore, linguista, ingegnere, medico o architetto. Una generazione che ha imparato che il lavoro più bello del mondo è vivere alle spalle di chi è riuscito, nonostante tutto, a costruirsi una vita che ama e che ha liberamente scelto.

Il lavoro è uno degli elementi più importanti nella vita dell’uomo poiché è la realizzazione dei propri desideri e la possibilità di perseguire il proprio ideale di felicità. Una classe dirigente che sappia dirigere e non nutrirsi della carne altrui sa che una sana alternanza scuola-lavoro sarebbe quella in cui si forniscono risorse per attuare un’idea, l’occasione giusta per prendersi un rischio e mettersi in gioco, l’opportunità di mettere in campo le proprie capacità per dimostrare a se stessi il proprio valore.

Il lavoro non è e non potrà mai essere imposto dall’alto, non è e non potrà mai essere l’avvilimento delle aspirazioni individuali, non è e non potrà mai essere la mortificazione dei desideri di un uomo e di una donna. 

Chi la pensa al contrario è mio nemico, è nemico degli uomini liberi e della libertà, è nemico di se stesso e della felicità.