MARTEDÌ SBERLE: Non ne saprai mai abbastanza

Grazie al cielo ci sono molti più libri al mondo di quelli che i miei pochi giorni sulla Terra mi permetteranno di leggere. Certo, grazie alla mia insonnia universitaria sono riuscito a leggere il doppio di qualsiasi mio compagno di corsi, tra il 2006 e il 2011, ma questo non toglie il fatto che le parole presenti nel mondo, gli autori, le pagine e i testi su cui studiare e imparare sono esponenzialmente più numerosi di quelli che la mia vita mi permetterà di incontrare.
Perché sto dicendo questo? Beh, perché la tendenza a voler considerare assolute le opinioni e le idee dei filosofi, dei letterati e degli intellettuali che nel corso della mia vita ho incontrato, è frutto della miopia che nutriamo nei confronti di quanto appena detto. È comprensibile infatti che, se durante la mia vita ho dedicato quindici anni allo studio approfondito di Schopenhauer, mi troverò nella necessità di considerare Schopenhauer come l’autore più importante della storia del pensiero umano. Allo stesso modo, se ho dedicato trent’anni a glossare Platone, avrò sviluppato la convinzione che la sua opera rappresenti l’apice della produzione filosofica umana. Questo avviene perché detestiamo la possibilità di aver sprecato così tanti anni, energie e pensieri nello studio di qualcosa che si riveli essere… non così tanto importante. Sarebbe come dire che quei trent’anni non sono stati così importanti (e pensate a chi ha trascorso quarant’anni a studiare Niccolò Cusano…).
Ed è per questo che, ogniqualvolta io mi trovi nella necessità di dire qualcosa come: “[inserire nome autore] è sopravvalutato”, oppure: “La filosofia di [inserire nome autore] non è così solida come si vorrebbe far passare”, o peggio: “A me [inserire nome autore] proprio non va giù”, vengo raggiunto puntualmente da decine di mail, commenti e risposte tra il piccato (“Eh ma il signorino ha il palato troppo fine per abbassarsi al livello dei comuni mortali!” recitava un recente commento piccato), l’indignato (“Ma come si può anche solo pensare di criticare un tale gigante? Mi meraviglio di te!”) o pesantemente offensivi (e qui tra “coglione incompetente”, “imbecille ciarlatano” e “cretino millantatore” gli esempi si sprecano).
Ora, sarà che io non mi sono mai innamorato a tal punto di un autore o di un’idea da farla corrispondere necessariamente alla realizzazione della mia vita (l’esempio a cui sono andato più vicino è Spinoza, ma col tempo sono riuscito ad accorgermi persino dei limiti dello spinozismo, grazie anche a coloro che me li hanno fatti notare), ma trovo incredibile l’atteggiamento di chi, di fronte alle critiche più o meno motivate nei confronti dell’eventuale amore filosofico, dà in escandescenze perdendo completamente il lume della ragione. D’altra parte, dopo aver fatto un bel respiro, lo capisco perfettamente: l’uomo è quell’essere limitato che non accetta la propria limitatezza. E se alcuni rispondono a ciò facendosi una ragione del fatto che non si potrà mai afferrare la verità assoluta sul mondo nei pochi giorni che trascorriamo qui, altri rifiutano con forza l’idea che la loro esperienza del mondo sarà sempre ridicolmente infinitesimale di fronte alla vastità del mondo stesso.
Fate perciò pace con i vostri demoni. Anche se sei il più grande esperto mondiale di Berkeley, al punto da conoscerne persino il numero di starnuti, l’aroma delle mutande e il nome del suo amico invisibile (e non della sola infanzia), ciò non fa di te il detentore della verità assoluta. La tua conoscenza sarà sempre così parziale da risultare invisibile di fronte a tutto ciò che avresti potuto studiare, imparare e approfondire. Dovresti invece stupirti della varietà di informazioni, idee, intuizioni di cui non avrai mai nemmeno un balenìo, dovresti meravigliarti di fronte alla gargantuesca inesplorabilità dello scibile umano, e concedere al mondo l’umile volto di colui che, pur avendo trascorso l’intera esistenza nello studio di Flaubert, sa che ciò è solo un accidente che ti ha reso esperto in qualcosa di insignificante, per quanto bello e meraviglioso. È una fortuna essere così limitati ed infinitesimali, volete mettere la responsabilità di detenere sempre la verità assoluta sul mondo rispetto alla giocosità che la consapevolezza dell’ignoranza mi concede? Mi venga un accidente se faccio a cambio!
Quindi, mio caro studioso, non incazzarti quando dico perentoriamente, pur avendolo studiato a fondo, che Hegel era un coglione. Non sto certo negando che abbia un valore studiarlo (cosa c’è di più prezioso dei coglioni, per un uomo?). E ricorda che i frutti (tipo Marx) non cadono mai così lontani dall’albero.

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MARTEDÌ SBERLE: Sberle al Vittimismo

“Per l’esistenzialista non c’è amore all’infuori di quello che si realizza, non c’è possibilità d’amore al di fuori di quella che si manifesta in un amore; non c’è genio all’infuori di quello che si esprime nelle opere d’arte: il genio di Proust è l’opera di Proust; il genio di Racine è la serie delle sue tragedie, fuori di esse non c’è nulla; e perché Racine dovrebbe aver avuto la possibilità di scrivere un’altra tragedia, se non l’ha scritta? Un uomo s’impegna nella propria vita, disegna il proprio volto e, fuori di questo volto, non c’è niente. Evidentemente questa idea può sembrare dura a qualcuno che non è riuscito nella vita. Ma, d’altra parte, essa dispone gli animi a comprendere che soltanto la realtà vale; che i sogni, le attese, le speranze permettono soltanto di definire un uomo come un sogno deluso, come una speranza mancata, come un’attesa inutile.”
Che sberla, in queste righe. È la sberla che richiama l’attenzione verso la realtà, distogliendola dalle aspirazioni, dalle aspettative, dai desideri. È la sberla che Jean Paul Sartre lancia ai suoi contemporanei, ancora intontiti dal trauma nazi-fascista, e che oggi lancia a coloro che scaricano la responsabilità delle proprie azioni sulle spalle di altri. È una sberla che ci impone a non considerarci vittime, ma artefici, tanto dei nostri successi quanto dei nostri fallimenti. Che ci ricorda come non esista nulla che non sia messo in forma, che non sia espresso, pronunciato, manifestato.
Christopher Lasch scrive: “È proprio questa la ferita più profonda inferta dalla vittimizzazione: si finisce per affrontare la vita non come soggetti etici attivi, ma solo come vittime passive, e la protesta politica degenera in un piagnucolio di autocommiserazione.” Il vittimismo non è “rendersi conto” di essere vittime, ma desiderare di potersi definire vittime al fine da giustificare quello che in vita non abbiamo saputo concretizzare. Siamo sempre più convinti che i nostri insuccessi siano il frutto di circostanze sulle quali non avevamo alcuna voce in capitolo, che i fallimenti vissuti ci siano stati imposti dall’alto, da qualche contingenza sfortunata che ci relega alla categorie delle vittime innocenti. Sarebbe sopportabile se ciò fosse sostenuto dall’incoerenza di trattare invece i propri successi come la manifestazione delle nostre capacità, poiché in quel caso il vittimismo sarebbe la semplice manifestazione di un narcisismo un poco perverso. Purtroppo le cose non stanno così, e il contraltare al vittimismo del “ho fallito perché il contesto non mi ha permesso di riuscire nei miei intenti” è la mancanza stessa di un tentativo di riuscita che ci riscatti da questa passività terribile.
Alcuni lettori in questo momento stanno pensando: “Belle parole, ma come la mettiamo con coloro che nel mondo non hanno nemmeno mezza possibilità di riuscire nella vita? Il terzo mondo schiavizzato, i cinesi nelle fabbriche Foxconn, eccetera eccetera”. Ecco qual è il contraltare al vittimismo: spostare lo sguardo su ciò di cui non si sta parlando. Cambiare discorso insomma, perché è evidente che il discorso di Sartre, il mio, quello di Lasch non si riferisce alle situazioni del mondo in cui il fallimento è la condizione esistenziale e reale dell’essere vere vittime. Il nostro discorso si riferisce a noi, al nostro mondo, a questo mondo che è costruito sulla possibilità stessa di fare della propria vita ciò che desideriamo. E non ci servirà a nulla dire “guarda di là”, alla fine dei conti arriveremo al punto in cui dovremo guardare a noi stessi, a me stesso, dicendomi: “Cos’ho fatto di me stesso?”
E lì, non ci sarà amore se non l’amore vissuto, non ci sarà poesia se non la poesia espressa, rischiata, lanciata, non ci sarà opera letteraria se non quella scritta e pubblicata, non ci sarà vita se non quella che ho vissuto come desideravo, prendendomi tutto ciò che essa porta con sé: gli errori, e la responsabilità di quegli errori, i successi, e i dolci frutti di quei successi.
Non c’è Martedì Sberle all’infuori del Martedì Sberle scritto di martedì.

Libro del Mese: febbraio 2018

Cosa si prova ad essere nudi di fronte alla vita? 
Sciogliere tutti gli orpelli, disfare le maschere, distruggere gli idoli, al fine di mostrarsi (e osservarsi) senza vesti, senza pelle, completamente disincarnato, l’anima esposta al mondo e priva di protezioni. C’è qualcosa che ci fa più paura, qualcosa di più inesprimibile di questo? 

Con il mese di febbraio 2018 ho deciso di inserire, all’interno della biblioteca filosofica “Libri del Mese“, che ormai da un anno i miei Mecenati vanno costruendosi, alcuni romanzi che veicolino in modo spiccato riflessioni filosofiche. Ho la convinzione che un romanzo possa esprimere molta più filosofia di un trattato, quando scritto come si deve, così per questo mese sarà “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij il romanzo che verrà spedito direttamente a casa dei miei Mecenati di livello 6 (o superiore). Uno dei romanzi che mi hanno davvero cambiato la vita!
Come sempre, il libro sarà corredato da una scheda di lettura che faciliti la comprensione del testo e, se volete avere l’opportunità di riceverlo a casa, avete tempo fino al 31 gennaio per aderire al mio programma Patreon!

24.01.18: Teoria della Classe Disagiata

Mercoledì 24 gennaio alle ore 21.00, Raffaele Alberto Ventura, autore del discusso testo “Teoria della Classe Disagiata“, sarà ospite sul mio canale Youtube per un dibattito intorno alle tematiche sollevate dal suo libro.

Una live importante per tutti coloro che hanno intrapreso o pensano di intraprendere un percorso di studi o lavorativo incentrato sul terziario avanzato, come per esempio nel settore della cultura. Ma anche un’occasione di confronto tra due visioni del mondo piuttosto distanti come la mia e quella di Ventura. Indubbiamente, un’occasione di crescita che vi suggerisco di non perdere.

Consigli di lettura: dicembre 2017

Come sempre durante i periodi di pausa del canale Youtube, i consigli di lettura non li troverete in formato video, ma qui, in un articolo veloce per darvi qualche dritta su cosa leggere durante questa pausa invernale!

Senza perderci in ulteriori chiacchiere, direi di tuffarci nei cinque libri che recentemente ho letto e che dovete assolutamente recuperare!

  1. “L’Avversario”, Emmanuel Carrère – Questo è un autore che ho incontrato un po’ per caso quando stavo preparando la mia Live su Philip K. Dick: cercavo una biografia originale sullo scrittore americano e mi sono imbattuto in “Io sono vivo, voi siete morti” e me ne sono perdutamente innamorato. Non solo del libro in sé (piccolo gioiello, ve lo consiglio, anche se non siete affiatati lettori di Dick), ma soprattutto l’idea e l’ispirazione narrativa: Carrère parte da storie quasi sempre vere per costruirci (o estrapolare?) romanzi di altissima letteratura. “L’Avversario” segue questo principio e, partendo da un orribile fatto di cronaca accaduto in Francia negli anni 90, estrae un piccolo capolavoro della letteratura psicologica e criminale. Un romanzo inadatto a chi ha il cuore debole, si tratta di un vero viaggio nelle profondità della devianza comportamentale umana, ma ancora di più è un viaggio che ci dimostra incontrovertibilmente che l’assassino, il malvagio, il mostro, è nell’animo di ognuno di noi quando ci abbandoniamo alla normalità.
  2. Teoria della classe disagiata“, di Raffaele Alberto Ventura – Di questo libro ho parlato brevissimamente in questo video, ma nonostante il mio sguardo fortemente critico (e a inizio 2018 uscirà un mio articolo dal titolo “Teoria della classe rassegnata”, state all’erta), credo sia un testo da leggere per comprendere certe dinamiche e per avere uno sguardo certamente originale e disincantato sull’industria culturale contemporanea. Di certo un libro che rispecchierà paure e disillusioni di una generazione, la mia, che molto spesso si dimentica la differenza tra reale e immaginario, con tutti i danni che questo porta con sé.
  3. Cervello. Manuale dell’utente“, di Marco Magrini – Sono sempre piuttosto scettico su quei libri che desiderano trattare le neuroscienze in modo “simpatico” e accattivante poiché molto spesso questo comporta una semplificazione talmente bassa degli argomenti da renderli quasi indigesti. Ma non è questo il caso di questo bellissimo libro, chiaro e scorrevole, che non pecca mai di banalizzazione e riesce a spiegare (“for dummies”) in modo piacevole le più recenti scoperte nel campo della neurobiologia e neuropsicologia. Per chi desidera saperne di più su come funziona l’organo più vicino a ciò che chiamiamo “io”, beh, questo è un testo consigliatissimo!
  4. Menti sospettose“, di Rob Brotherton – Siamo tutti complottisti? No, direi di no, ma ciò che possiamo affermare senza tema di smentita è che il complottismo è parte integrante di un comportamento che tutti noi nutriamo. Perciò, tutti noi siamo complottisti in potenza. Questo splendido testo di Brotherton (di cui ho parlato anche QUI) fa luce, in modo brillante, sulla natura della mentalità del complotto, quella che ci porta a vedere, dietro la complessità del mondo, una fitta rete di poteri, volontà e intenzioni che in realtà… non esistono! Un bellissimo excursus che tocca filosofia politica e scienze cognitive, socialità e psicologia, e che consiglio di leggere a tutti coloro che si considerano molto più intelligenti di un terrapiattista!
  5. Difendere l’indifendibile“, di Walter Block – Una lettura POCO natalizia che parla di filosofia dell’economia in modo dissacrante e crudo. Perché un economista dovrebbe difendere figure professionali come quella della prostituta, dell’usuraio e dello spacciatore? Perché dovremmo leggere un libro che difende il “porco maschilista” o il ricattatore? Block ha una risposta che ci spiazza: “Perché sono eroi”. E questa non è solo satira, ma è un logico ragionamento che poggia le sue basi su un concetto di “libero mercato” che molto spesso fraintendiamo, facendone una caricatura. Un libro che va letto mettendo da parte moralismi e pregiudizi, poiché mira ad aprire la mente su uno degli aspetti più sordidi della nostra società. Consigliatissimo, divertente e intelligente, anche se non sarete d’accordo con l’analisi!

Con questi consigli io vi lascio alla vostra pausa (se siete in ferie) oppure ai vostri lavori, e vi auguro di passare una serena fine d’anno, tenendo sempre conto che non è tutto noia ciò che pensa!