Una bella avventura ha avuto inizio

elogio dell'idiozia, Eventi, Filosofia

Con la pubblicazione del mio nuovo libro Elogio dell’idiozia comincia una bella avventura: filosofica, letteraria ma soprattutto umana. E la parte più bella di quell’avventura è potervi incontrare faccia a faccia, discutendo dei temi che ci stanno a cuore vis-à-vis e non separati da quell’abisso che si chiama “schermo“.
Proprio ieri c’è stata la prima presentazione del libro a Roma, presso la Libreria Teatro Tlon, ed è stato un incontro meraviglioso, pieno di occhi sgranati e volti curiosi, un paesaggio che non solo mi porterò dietro per sempre, ma che soprattutto desidero veder replicato altre mille volte e più!
Grazie quindi a tutti coloro che sono intervenuti in quella domenica calda e accogliente, è stato bello guardarci e riconoscerci per quello che siamo: idioti, infinitamente idioti e meravigliosamente idioti.
Le prossime tappe (Milano, Schio e Torino) le trovate a QUESTO LINK.

MARTEDÌ SBERLE: L’eternità dello schiaffo

Filosofia, Martedì Sberle

Mercoledì 6 giugno esce in tutte le librerie il mio nuovo libro “Elogio dell’idiozia”. QUI puoi prenotare la tua copia. A QUESTO link trovi tutti gli eventi di presentazione delle prossime settimane (ROMA, MILANO, SCHIO, TORINO e altre tappe).
***

Prendere schiaffi fa bene. Non parlo degli schiaffi fisici, quelli non fanno mai bene (anche se qualche sganassone non risparmiato avrebbe forse raddrizzato Salvini, e non parlo necessariamente dell’infanzia), sto parlando degli schiaffi morali, quelli che ti becchi quando esprimi ciò che sei nel mondo là fuori. Quelli che ti riserva la zona di non-comfort. Quelli che ti dimostrano che non importa quanto tu sia convinto di essere un maestro della vita, un professore dell’esistenza, il mondo sarà sempre pronto a smascherarti mettendo a nudo la tua limitatezza.
Il lavoro di una creatura pensante è abbandonare sempre le proprie zone di comfort. Bisogna iniziare fin da piccoli, quando scrivi il tuo primo racconto e lo fai leggere alla nonna/zia/mamma, e lei sarà sempre pronta a dirti che sei fantastico, che il tuo talento ti porterà lontano, che la tua unicità sarà un faro per i dispersi in cerca di guida. In quel momento bisogna trovare la forza di voltarsi dall’altra parte e far leggere quel racconto a un perfetto sconosciuto, meglio ancora se è qualcuno che di narrativa ci capisce, e lasciarsi inondare dai “non ce la farai mai“, “devi per forza migliorare” e perché no, da un bel “fa cagare!” Questo non tanto per un sadismo vivace e coraggioso, quanto piuttosto per com’è strutturata la nostra personalità: bastano infatti due complimenti lanciati a casaccio per edificare una cittadella di presunzione, ma bisogna esporsi continuamente ai dardi del franco destino per saper valutare il in modo onesto e cristallino.
Prendere schiaffi fa così bene che gli schiaffi bisogna cercarseli. Non c’è niente di peggio infatti del permaloso, di colui che, abituandosi fin troppo ai complimenti facili e alle carezze delle zone di comfort, rifiuta categoricamente di pensar-si in termini critici. Costui è assuefatto all’idea che sia sempre la realtà a conformarsi all’idea che egli ha di sé, quando le cose stanno esattamente all’opposto: è l’idea che ho di me stesso che necessita sempre di adattarsi al mondo così come si presenta al mio sguardo. Lo scollamento tra percezione e realtà, che oggi sta facendo così tanti danni, inizia proprio da lì: diventare dipendenti dalla propria zona di comfort. Che è una cosa comprensibilissima eh, anzi, direi addirittura che l’essere umano è una creatura che evolutivamente ha sviluppato questa tendenza piuttosto mortifera (che si traduce nella sedentarietà, nei bias cognitivi, nella pigrizia esistenziale), ma il lavoro del pensiero è quello di mettere sempre in discussione questa tendenza, e gli schiaffi sono la via giusta.
Lo schiaffo di chi ti dice che devi lavorare più duramente per raggiungere un obiettivo che ti sei posto. Lo schiaffo di chi demolisce l’opera che hai compiuto, che ai tuoi occhi è oro puro e invece lo è soltanto allo sguardo opaco di chi quell’opera l’ha compiuta. Lo schiaffo di chi sa mostrarti come difetti quelli che tu ti sei convinto che siano pregi. Lo schiaffo di chi ti permette di ampliare lo sguardo sul mondo, comprendendo una fetta più ampia di quest’ultimo che ti permetta di considerare lo sguardo precedente come limitato, ristretto, fasullo.
Lo schiaffo è un atto sub specie aeternitatis. Non è un atto paternalista, non vuole indicarti la via giusta, vuole semplicemente farti notare che senza alcun dubbio la via che stai prendendo è sbagliata, storta, insufficiente. Lo schiaffo non è quello di chi vuole importi il suo punto di vista, ma l’evento che ti permette di criticare il tuo punto di vista. Lo schiaffo non ha autore, lo schiaffo esiste e ti aspetta, sempre. E per questo lo schiaffo non sbaglia mai.
Prendere schiaffi è la via giusta per l’evoluzione. Evitare gli schiaffi è la via giusta per l’estinzione (a meno che con “schiaffi” non intendiamo pallottole o bombe atomiche, in quel caso le cose non stanno esattamente così). Prendere schiaffi rappresenta l’allerta costante che mi permette di saper sempre discernere tra la realtà e la percezione, soprattutto per quanto riguarda me stesso. Prendere schiaffi è l’occasione giusta per mettere sotto una lente critica le mie idee, le mie opere, le mie parole e i lavori che di volta in volta l’autocompiacimento, la permalosità e la pigrizia mi spingono a considerare a priori come cose preziose. Prendere schiaffi è l’unico modo per ricordarsi che il valore delle cose sta nell’energia che riesco a mettere in quello che faccio, dico, penso e produco, e quell’energia va sempre ravvivata col sacro fuoco del “fa cagare!”
Senza quel sacro fuoco, diventiamo solo sassi. E i sassi sono permalosi. E i sassi permalosi, per come la vedo io, sono estinti da tempo perché sanno solo assecondare la forza di gravità o la volontà di chi li scaglia.

Elogio dell’Idiozia: a Roma il 3 giugno

elogio dell'idiozia, Eventi, Filosofia

Domenica 3 giugno dalle 19 alle 20.30 la prima presentazione assoluta del mio nuovo libro Elogio dell’idiozia (Edizioni Tlon), con la partecipazione di Lucrezia Ercoli, direttrice di Popsophia! A Roma, presso Libreria Teatro Tlon!
L’evento è gratuito ma per partecipare è consigliabile la prenotazione:
http://tlon.it/events/elogioidioziapresentazioneroma/

L’idiota è sempre un altro. Aborriamo l’idea di essere noi stessi gli idioti, nonostante le evidenze siano molto spesso contro questa tendenza universale. Eppure, l’idiozia non è una forza distruttiva: non solo essa soggiace come leitmotiv ad ogni nostro comportamento, poiché ognuno di noi è sempre l’idiota di qualcun altro, ma la genialità stessa che ha permesso le grandi conquiste dell’umanità, tanto in campo letterario quanto in quello scientifico, tanto nella filosofia quanto nell’arte, non avrebbe mai potuto toccare le vette raggiunte senza la parte inalienabile di idiozia presente in ogni uomo.
Elogio dell’idiozia (Edizioni Tlon) è un viaggio filosofico e letterario attraverso ciò che oggigiorno aborriamo di più e che rappresenta però il nucleo straordinario di ogni conquista umana. L’idiozia è in fin dei conti ciò che ci ha permesso di pensare, di creare, di comprendere e di sopravvivere in un mondo difficile, e attraverso di essa possiamo essere capiti più a fondo, al fine di non perderci in questo cosmo, solitari e abbandonati alla nostra supposta mancanza di idiozia. 

L’evento sarà preceduto da una conferenza sul rapporto tra filosofia e fantascienza: http://tlon.it/events/tlonferenzadalferroroma/

bannergiallo

MARTEDÌ SBERLE: Non ne saprai mai abbastanza

Filosofia, Martedì Sberle

Grazie al cielo ci sono molti più libri al mondo di quelli che i miei pochi giorni sulla Terra mi permetteranno di leggere. Certo, grazie alla mia insonnia universitaria sono riuscito a leggere il doppio di qualsiasi mio compagno di corsi, tra il 2006 e il 2011, ma questo non toglie il fatto che le parole presenti nel mondo, gli autori, le pagine e i testi su cui studiare e imparare sono esponenzialmente più numerosi di quelli che la mia vita mi permetterà di incontrare.
Perché sto dicendo questo? Beh, perché la tendenza a voler considerare assolute le opinioni e le idee dei filosofi, dei letterati e degli intellettuali che nel corso della mia vita ho incontrato, è frutto della miopia che nutriamo nei confronti di quanto appena detto. È comprensibile infatti che, se durante la mia vita ho dedicato quindici anni allo studio approfondito di Schopenhauer, mi troverò nella necessità di considerare Schopenhauer come l’autore più importante della storia del pensiero umano. Allo stesso modo, se ho dedicato trent’anni a glossare Platone, avrò sviluppato la convinzione che la sua opera rappresenti l’apice della produzione filosofica umana. Questo avviene perché detestiamo la possibilità di aver sprecato così tanti anni, energie e pensieri nello studio di qualcosa che si riveli essere… non così tanto importante. Sarebbe come dire che quei trent’anni non sono stati così importanti (e pensate a chi ha trascorso quarant’anni a studiare Niccolò Cusano…).
Ed è per questo che, ogniqualvolta io mi trovi nella necessità di dire qualcosa come: “[inserire nome autore] è sopravvalutato”, oppure: “La filosofia di [inserire nome autore] non è così solida come si vorrebbe far passare”, o peggio: “A me [inserire nome autore] proprio non va giù”, vengo raggiunto puntualmente da decine di mail, commenti e risposte tra il piccato (“Eh ma il signorino ha il palato troppo fine per abbassarsi al livello dei comuni mortali!” recitava un recente commento piccato), l’indignato (“Ma come si può anche solo pensare di criticare un tale gigante? Mi meraviglio di te!”) o pesantemente offensivi (e qui tra “coglione incompetente”, “imbecille ciarlatano” e “cretino millantatore” gli esempi si sprecano).
Ora, sarà che io non mi sono mai innamorato a tal punto di un autore o di un’idea da farla corrispondere necessariamente alla realizzazione della mia vita (l’esempio a cui sono andato più vicino è Spinoza, ma col tempo sono riuscito ad accorgermi persino dei limiti dello spinozismo, grazie anche a coloro che me li hanno fatti notare), ma trovo incredibile l’atteggiamento di chi, di fronte alle critiche più o meno motivate nei confronti dell’eventuale amore filosofico, dà in escandescenze perdendo completamente il lume della ragione. D’altra parte, dopo aver fatto un bel respiro, lo capisco perfettamente: l’uomo è quell’essere limitato che non accetta la propria limitatezza. E se alcuni rispondono a ciò facendosi una ragione del fatto che non si potrà mai afferrare la verità assoluta sul mondo nei pochi giorni che trascorriamo qui, altri rifiutano con forza l’idea che la loro esperienza del mondo sarà sempre ridicolmente infinitesimale di fronte alla vastità del mondo stesso.
Fate perciò pace con i vostri demoni. Anche se sei il più grande esperto mondiale di Berkeley, al punto da conoscerne persino il numero di starnuti, l’aroma delle mutande e il nome del suo amico invisibile (e non della sola infanzia), ciò non fa di te il detentore della verità assoluta. La tua conoscenza sarà sempre così parziale da risultare invisibile di fronte a tutto ciò che avresti potuto studiare, imparare e approfondire. Dovresti invece stupirti della varietà di informazioni, idee, intuizioni di cui non avrai mai nemmeno un balenìo, dovresti meravigliarti di fronte alla gargantuesca inesplorabilità dello scibile umano, e concedere al mondo l’umile volto di colui che, pur avendo trascorso l’intera esistenza nello studio di Flaubert, sa che ciò è solo un accidente che ti ha reso esperto in qualcosa di insignificante, per quanto bello e meraviglioso. È una fortuna essere così limitati ed infinitesimali, volete mettere la responsabilità di detenere sempre la verità assoluta sul mondo rispetto alla giocosità che la consapevolezza dell’ignoranza mi concede? Mi venga un accidente se faccio a cambio!
Quindi, mio caro studioso, non incazzarti quando dico perentoriamente, pur avendolo studiato a fondo, che Hegel era un coglione. Non sto certo negando che abbia un valore studiarlo (cosa c’è di più prezioso dei coglioni, per un uomo?). E ricorda che i frutti (tipo Marx) non cadono mai così lontani dall’albero.

MARTEDÌ SBERLE: Sberle al Vittimismo

Filosofia, Martedì Sberle

“Per l’esistenzialista non c’è amore all’infuori di quello che si realizza, non c’è possibilità d’amore al di fuori di quella che si manifesta in un amore; non c’è genio all’infuori di quello che si esprime nelle opere d’arte: il genio di Proust è l’opera di Proust; il genio di Racine è la serie delle sue tragedie, fuori di esse non c’è nulla; e perché Racine dovrebbe aver avuto la possibilità di scrivere un’altra tragedia, se non l’ha scritta? Un uomo s’impegna nella propria vita, disegna il proprio volto e, fuori di questo volto, non c’è niente. Evidentemente questa idea può sembrare dura a qualcuno che non è riuscito nella vita. Ma, d’altra parte, essa dispone gli animi a comprendere che soltanto la realtà vale; che i sogni, le attese, le speranze permettono soltanto di definire un uomo come un sogno deluso, come una speranza mancata, come un’attesa inutile.”
Che sberla, in queste righe. È la sberla che richiama l’attenzione verso la realtà, distogliendola dalle aspirazioni, dalle aspettative, dai desideri. È la sberla che Jean Paul Sartre lancia ai suoi contemporanei, ancora intontiti dal trauma nazi-fascista, e che oggi lancia a coloro che scaricano la responsabilità delle proprie azioni sulle spalle di altri. È una sberla che ci impone a non considerarci vittime, ma artefici, tanto dei nostri successi quanto dei nostri fallimenti. Che ci ricorda come non esista nulla che non sia messo in forma, che non sia espresso, pronunciato, manifestato.
Christopher Lasch scrive: “È proprio questa la ferita più profonda inferta dalla vittimizzazione: si finisce per affrontare la vita non come soggetti etici attivi, ma solo come vittime passive, e la protesta politica degenera in un piagnucolio di autocommiserazione.” Il vittimismo non è “rendersi conto” di essere vittime, ma desiderare di potersi definire vittime al fine da giustificare quello che in vita non abbiamo saputo concretizzare. Siamo sempre più convinti che i nostri insuccessi siano il frutto di circostanze sulle quali non avevamo alcuna voce in capitolo, che i fallimenti vissuti ci siano stati imposti dall’alto, da qualche contingenza sfortunata che ci relega alla categorie delle vittime innocenti. Sarebbe sopportabile se ciò fosse sostenuto dall’incoerenza di trattare invece i propri successi come la manifestazione delle nostre capacità, poiché in quel caso il vittimismo sarebbe la semplice manifestazione di un narcisismo un poco perverso. Purtroppo le cose non stanno così, e il contraltare al vittimismo del “ho fallito perché il contesto non mi ha permesso di riuscire nei miei intenti” è la mancanza stessa di un tentativo di riuscita che ci riscatti da questa passività terribile.
Alcuni lettori in questo momento stanno pensando: “Belle parole, ma come la mettiamo con coloro che nel mondo non hanno nemmeno mezza possibilità di riuscire nella vita? Il terzo mondo schiavizzato, i cinesi nelle fabbriche Foxconn, eccetera eccetera”. Ecco qual è il contraltare al vittimismo: spostare lo sguardo su ciò di cui non si sta parlando. Cambiare discorso insomma, perché è evidente che il discorso di Sartre, il mio, quello di Lasch non si riferisce alle situazioni del mondo in cui il fallimento è la condizione esistenziale e reale dell’essere vere vittime. Il nostro discorso si riferisce a noi, al nostro mondo, a questo mondo che è costruito sulla possibilità stessa di fare della propria vita ciò che desideriamo. E non ci servirà a nulla dire “guarda di là”, alla fine dei conti arriveremo al punto in cui dovremo guardare a noi stessi, a me stesso, dicendomi: “Cos’ho fatto di me stesso?”
E lì, non ci sarà amore se non l’amore vissuto, non ci sarà poesia se non la poesia espressa, rischiata, lanciata, non ci sarà opera letteraria se non quella scritta e pubblicata, non ci sarà vita se non quella che ho vissuto come desideravo, prendendomi tutto ciò che essa porta con sé: gli errori, e la responsabilità di quegli errori, i successi, e i dolci frutti di quei successi.
Non c’è Martedì Sberle all’infuori del Martedì Sberle scritto di martedì.