Dentro e fuori il Linguaggio

Al di fuori del linguaggio, l’uomo è perduto.

Infatti, ciò che sta al di fuori del linguaggio è puramente mentale. Sia esso una percezione sensibile, un’idea astratta o il ricordo di un’esperienza, si tratta di un evento mentale. E gli eventi mentali, a ben guardare, sono sempre elementi confusi ed ambivalenti, se non trivalenti o peggio, che ci fanno rimbalzare tra diverse prospettive e significati.

Questo accade perché il nostro cervello è costantemente tempestato da pensieri, impulsi, idee e immagini, al punto che, quando pensiamo per esempio all’idea di “città”, non riusciamo a discernere un’immagine unitaria, coerente, ordinata di ciò che la nostra mente si rappresenta: “città” richiamerà a sé idee contraddittorie (le piazze parte e vaste, la folla e la calca impazzita), emozioni contrastanti (il desiderio di buttarsi nelle opportunità e la paura di perdersi nel marasma, ma anche il timore di essere insignificante e il desiderio di emergere dalla folla) e ricordi biforcati (un film che racconta le opportunità della città e un’esperienza che mi ricorda quanto sia importante restarsene al di fuori del caos).

Solo nel momento in cui parliamo, scriviamo, testimoniamo, insomma solo nel momento in cui ci esprimiamo NEL linguaggio, l’idea che prima era un marasma confuso prende forma e ci salva dalle ambivalenze e dalle contraddizioni. Solo nel momento in cui esprimo ciò che nella testa era un caos e lo formalizzo in un messaggio posso capire davvero cosa conosco, desidero e temo di quel dato elemento del mondo. Al di fuori di questo, lasciato da solo nell’ascolto della mia testa, sono perduto perché il pensiero, persino il più lucido e chiaro, è impossibile da discernere al di fuori dell’espressione.

“Ogni uomo è libero di pensare ciò che vuole e di esprimere liberamente ciò che ha pensato” diceva Spinoza. E io credo che oggigiorno dobbiamo tornare a queste parole. Ma non dando loro un significato etico e prescrittivo (la tanto fraintesa idea di “libertà di espressione”), quanto piuttosto un significato epistemologico e ontologico: se non mi esprimo, qualunque sia la mia idea, sono perduto.

E un uomo, da perduto, porterà anche gli altri a perdersi.

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Libro del Mese: dicembre 2017

“I tiranni quanto più saccheggiano tanto più esigono; quanto più devastano e distruggono tanto più ottengono, quanto più li si serve tanto più diventano potenti, forti, per tutto annientare e distruggere. Ma se non si dà loro più niente, se non si presta loro obbedienza, senza bisogno di combatterli e di colpirli rimangono nudi e sconfitti, ridotti a un niente, proprio come il ramo che, non ricevendo più linfa e alimento dalla radice, inaridisce e muore.”
Étienne de la Boétie 

Una scena mi ha sempre colpito ed è descritta in molti testi che parlano di eserciti, guerre e sovrani. Federico il Grande sta a cavallo di fronte a centinaia dei suoi soldati e sussurra le seguenti parole all’orecchio del generale al suo fianco: “Non trovi strano che ci troviamo di fronte a tutti questi ragazzi, più forti e forse più intelligenti di noi, e non solo sarebbero pronti a tutto pur di sacrificare la loro vita per me, ma seguirebbero qualsiasi ordine che io possa dare loro, guidati da un timore che non ha niente di reale?
Il Re è nudo, ma è l’unico a saperlo. 

Il sovrano, quando scende dal piedistallo del proprio ruolo, trova assurdo che così tante persone possano accordargli un così grande potere. Eppure accade, non tanto perché ci sia realmente un dio dal quale discende un potere straordinario, quanto piuttosto perché le persone decidono volontariamente che è più sopportabile l’obbedienza incondizionata rispetto alla libertà naturale.

Il libro che ho scelto per il mese di dicembre è una delle più lucide e spietate analisi di questo fenomeno che così tante persone danno per scontato: Étienne de la Boétie, grande amico di Montaigne, stende un tappeto di critiche e concezioni caustiche sul concetto di potere e libertà, in quello che possiamo leggere sia come un efficace J’Accuse contro la condizione della servitù volontaria, sia come una critica all’esercizio di un potere che è sempre, per propria natura, illegittimo, ovvero quello dell’uomo sull’uomo.

Un testo di grande attualità, specialmente in un momento storico nel quale la gran parte dell’Occidente è convinto di star vivendo un’epoca di maggiore libertà, quando invece sono solo cambiate le condizioni e i luoghi di dominio, sia fisico che mentale.

Come ogni mese, il Libro del Mese verrà da me acquistato e spedito a casa di ogni Mecenate di livello 6 in su, corredato da una scheda di lettura che faciliti la comprensione e la contestualizzazione dell’opera.

Se volete ricevere questo testo direttamente a casa, aderite al mio Programma Patreon entro e non oltre il 30 novembre!

Un’idea abominevole

Non lasciatevi ingannare: ciò che viene spacciato per “Alternanza Scuola-Lavoro” non ha nulla a che vedere con la particolare relazione che dovrebbe instaurarsi tra un percorso di studi e la scelta della propria occupazione.

Ciò che viene spacciato per “Alternanza Scuola-Lavoro” è nient’altro che la necessità, da parte di una generazione dirigente che ha fallito in quasi tutti i propri obiettivi, di ribadire la propria egemonia su chi non ha potere contrattuale né voce in capitolo. Qui non si tratta certo di “insegnare che cosa significa lavorare” poiché il lavoro non è obbligare un giovane di grandi speranze a friggere patatine o fare fotocopie per settimane, il lavoro è la manifestazione concreta del proprio progetto di vita, la direzione che un uomo e una donna vogliono imprimere alla propria esistenza per realizzarsi e raggiungere la felicità.

Questo abominio chiamato “Alternanza Scuola-Lavoro” viene passato per “formazione”, e come tale si pretende essere persino gratuito. Ma io credo che il dovere morale verso se stessi imponga a ogni individuo di rifiutare categoricamente la gratuità del proprio tempo, soprattutto quando speso a vantaggio di altri e soprattutto quando quel tempo è sottratto coercitivamente: il tempo della vita di un giovane vale molto più di qualsiasi decrepito decreto emanato da qualche parruccone bisognoso di qualcuno che lo sollevi da quella terribile sensazione di impotenza di fronte a un mondo che cambia rapidamente.

Ciò che spacciano per “Alternanza Scuola-Lavoro” è il tentativo di abituare la mente dei giovani a un concetto tra i più abominevoli mai prodotti dall’uomo: non puoi scegliere cosa fare della tua vita, arrenditi all’inevitabile, accetta l’inaccettabile e sii docile, ma soprattutto ringrazia questo branco di vecchi scheletri dell’opportunità che ti sta dando, l’opportunità di regalare il tuo tempo a persone che non gli daranno valore al fine di farti diventare un vitello sforna-tasse il cui unico compito sarà quello di sostentare una generazione di mantenuti, di falliti, di parassiti, gli stessi che oggi ti ordinano di friggere patatine e fare fotocopie anche se stai studiando per diventare scrittore, linguista, ingegnere, medico o architetto. Una generazione che ha imparato che il lavoro più bello del mondo è vivere alle spalle di chi è riuscito, nonostante tutto, a costruirsi una vita che ama e che ha liberamente scelto.

Il lavoro è uno degli elementi più importanti nella vita dell’uomo poiché è la realizzazione dei propri desideri e la possibilità di perseguire il proprio ideale di felicità. Una classe dirigente che sappia dirigere e non nutrirsi della carne altrui sa che una sana alternanza scuola-lavoro sarebbe quella in cui si forniscono risorse per attuare un’idea, l’occasione giusta per prendersi un rischio e mettersi in gioco, l’opportunità di mettere in campo le proprie capacità per dimostrare a se stessi il proprio valore.

Il lavoro non è e non potrà mai essere imposto dall’alto, non è e non potrà mai essere l’avvilimento delle aspirazioni individuali, non è e non potrà mai essere la mortificazione dei desideri di un uomo e di una donna. 

Chi la pensa al contrario è mio nemico, è nemico degli uomini liberi e della libertà, è nemico di se stesso e della felicità.